Natalino Otto, il “re del ritmo” che amava Genova

Una delle grandi capacità genovesi, piuttosto paradossale, è quella di sminuire, in certi casi azzerare proprio, figure e momenti storici della propria terra che al di là della provincia vengono omaggiati e ricordati solennemente. Sono i casi emblematici e macroscopici di Cristoforo Colombo e Nicolò Paganini snobbati nel calendario delle celebrazioni cittadine nonostante la loro centralità fondamentale nei loro rispettivi ambiti ma grattando un po’, scalando i livelli di importanza globale e planetaria si scoprono altre importanti e gravi dimenticanze. Una di queste si chiama Natalino Codignotto in arte “Natalino Otto”.

Per chi non lo sapesse, si tratta del cantante e musicista genovese (di Cogoleto, per la precisione) che importò (insieme ad Alberto Rebagliati e al Trio Lescano) lo “swing” in Italia. Insomma, una robetta da niente.

Come tanti altri, Otto che era del 1912, quando ha vent’anni si imbarca sui transatlantici e si fa le ossa come cantante allietando le serate dei passeggeri con una voce vellutata e brillante al tempo stesso.

Agli inizi degli anni ’30 decide di sbarcare a New York e viene assunto da una emittente radiofonica italo-americana. Per lui è l’inizio di un successo inarrestabile e nello stesso tempo la conoscenza con generi musicali nuovi che oltre oceano rinnovavano la musica nelle sue fondamenta dalla canzone, al ritmo, dalle melodie ai testi. Dalle “big band” al Mainstream con gruppi più ristretti e nuovi codici musicali il jazz scrive e riscrive la propria natura e lo “swing” ridefinisce non solo la musica popolare ma il senso stesso del ritmo. La realtà, dopo lo “swing” non sarà più la stessa di prima.

 

Confrontandosi con i giganti americani del genere ad un certo punto il musicista, affermato e maturo, decide di ritornare in Italia per propagare questa musica.

La doccia fredda arriva dalla dittatura fascista che detta regole disarmanti: niente lingua inglese e italianizzazione coatta dei titoli. Con un eufemismo il regime definì le sue canzoni “barbara antimusica negra”. Un’accoglienza entusiastica.

Nonostante la rielaborazione dei titoli in certi casi grottesca, “St. Louis Blues” un successo planetario, diventa il mortificante “la tristezza di San Luigi” mentre “Mister Paganini” (cavallo di battaglia di Ella Fitzgerald) se la cava con un più digeribile “Maestro Paganini”, il successo è travolgente.

 

C’entra l’ironia intrinseca dell’approccio, una voce intrigante e dei testi che la censura non riesce mai del tutto a cogliere nelle sue sfumature irriducibilmente ribelli come la musica da cui sono accompagnate. Queste canzoni intrattengono i giovani e no, nell’interminabile attesa che la guerra finisca, nelle feste in casa con gli amici con quel testo “Mamma voglio anch’io la fidanzata!” che diventerà un evergreeen negli anni a venire. Otto, censurato dalla radio controllata dal regime, arriva agli italiani attraverso i dischi della Fonit che italianizza ed elabora i testi nonostante le proibizioni.

 

Natalino Otto amava Genova, nonostante la sua fama e la statura musicale gli impongano di spostarsi a Milano, non dimentica le sue origini. Non sono le sue canzoni più di successo ma  andranno a inanellarsi tra i duemila titoli che Otto porterà al successo sino al giorno della sua morte che arriva nel 1969.

 

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