Oggi a Genova Storie 

Padre e figlio recuperano la tradizione delle reste: aiuteranno il Santuario dell’Acquasanta

Matteo Frulio, architetto, insieme al padre Mario, dopo aver scoperto che a Genova nessuno più le fa e le vende, non solo ha confezionato le tradizionali collane di nocciole, ma è andato al recupero della loro storia e della loro tradizione, oltre che di quella dei “canestrelli”: la merce grazie alla quale “Cattainin dae reste”, Caterina Campodonico, è riuscita a mettere assieme abbastanza denaro per comperare uno spazio per la sua tomba a Staglieno e per commissionare la statua grazie alla quale la ricordiamo. Chi vuole ritrovare le reste deve partecipare, domani, domenica 31 luglio, alla prima giornata della festa patronale di Acquasanta

«Alla Guardia avevo chiesto se potevano vendermi delle reste. Niente. Non ne avevano e la bancarella era chiusa definitivamente. Ne avevano solo una esposta “per ricordo”. Mi è nata una specie di rabbia dentro» così ha scritto Matteo Frulio sulla propria bacheca Facebook in un post che ha ricevuto centinaia di like. « E no! Non doveva rimanere un ricordo, che di cose per strada ne abbiamo perse abbastanza – ha scritto ancora -. Così mi sono messo a studiare, a fare piccole ricerche e a farle. E sono contento che le prime siano finite a Masone per ringraziare Simone Ottonello e chi gli ha fornito le nocciole del territorio. Seconda tappa a Carloforte, donate ad amici e con-fratelli. Mi son messo a fare reste con mio padre. Riprodurremo ad Acquasanta la bancarella della venditrice di nocciole e reste di Antonio Pittaluga. Nessun commercio. Il ricavato andrà al Santuario e ai suoi volontari per restaurare la culla di Maria bambina. Non mi sto vantando. Né c’è alcunché di speciale. Ma ho certamente la gioia di portare avanti una tradizione considerata ormai per persa e che questa possa essere utile. E non sono solo. Ringrazio Patrizia Alfonso e ancora Simone. I confratelli che mi hanno spiegato come al solito un sacco di cose, Gianni Bruzzone per l’entusiasmo con cui coglie ogni mia singola follia. E questo mi da un’energia pazzesca. Ci sentiamo un po’ come Cateinìn… ma, tranquilli, quando mi toccherà non voglio una statua che poi ci van sopra i piccioni».

Frulio, che sta aprendo gli account da foodblogger: Perdigiournou su Facebook Instgram e Youtube, racconta che ai tempi le reste erano di due tipi. «Oltre a quelle di nocciole – spiega – c’erano quelle di castagne bollite, dette “baletti”. Questa usanza è sparita ormai da diversi decenni. Di più è sopravvissuta quella delle nocciole». Chiuse le bancarelle sul monte Figogna, però, non c’è ormai più nessuno, a Genova, che le vende.

Così Matteo e Mario si sono muniti di trapano a colonna e tanta pazienza e hanno cominciato a forare nocciole. Un tempo venivano forate con uno spillone incandescente e i due non escludono di tentare a usare la stessa tecnica alla prossima occasione. Per realizzare una resta, infilando poi le nocciole in un cordino di fibra naturale, ci vogliono circa 20 minuti. Ci sono reste realizzate con le nocciole nostrane (che vengono dai noccioleti di Masone), più piccole e altre fatte con quelle piemontesi, più grosse.

«Le reste di baletti si facevano nella brutta stagione, per le ricorrenze dei santi e dei morti – spiega Frulio -. Nascono come rosari per pellegrini. Tendenzialmente il numero di nocciole o baletti era uguale a quello dei grani del rosario. A un certo punto alle reste di nocciole si iniziò ad aggiungere una noce come fosse grano più grosso del rosario. Poi l’usanza è diventata più popolare e commerciale. C’erano reste più piccole per i bimbi e più grandi per gli adulti e dopo la processione noci o castagna si potevano mangiare. Così sacro e profano si univano in una tradizione popolare».

C’è poi la tradizione dei canestrelli, che non sono i dolci che noi conosciamo adesso. «Erano ciambelle morbide o dure – prosegue Frulio -. Nascono salate poi diventano anche dolci. Erano consumate in primavera ed erano anche detti “canestrelli delle palme”. La loro forma originaria, più sottile, è sopravvissuta a Carloforte, anche se lì sono coperti dalla tipica glassa bianca dei dolci sardi. A mantenere le dimensione antiche è anche la Confraternita di Mele che li prepara ancora il 15 agosto per regalarli ai bimbi che nella tradizionale processione interpretano i pellegrini».

La tradizione del canestrello, prosegue il neo foodblogger delle tradizioni, si perde tra fine ‘700 e inizio ‘800m quando diventa di moda la rosetta. Venivano portato come braccialetti. Nelle incisioni storiche sono presenti anche damine di biscotto e anche in questo caso la tradizione è scomparsa e anche stavolta sopravvive (nel periodo di Natale) a Carloforte dove le chiamano “figette”. Carloforte, sull’isola di San Pietro (vicina alla Sardegna) fu colonizzata, dopo secoli di abbandono, nel 1738 da pegliesi provenienti da Tabarka. Lì molte tradizioni genovesi si sono conservate anche più solide che nella nostra città.

Delle “figette” ha parlato Vito Elio Petrucci, il poeta, giornalista e commediografo appassionato di storia e tradizioni genovesi vissuto tra il 1923 e il 2002, parlandone già come una cosa del passato, raccontatagli dal nonno. «Grazie ad Andrea Luxoro, che si occupa di tradizioni e gastronomia proprio a Carloforte, le avremo nella bancarella dove ci saranno le reste di nocciole e i canestrelli che saranno offerti a chi contribuirà a un restauro deciso e curato dai volontari del Santuario di Acquasanta – aggiunge, ancora, Frulio -. È già stata restaurata la statua di inizio ‘800 che riproduce Maria Bambina, ora i fondi sono dedicato al recupero della culla legno intagliato dorato, lunga circa 50 centimetri, con il cuscino e il materassino ricamato».

Chi vuole ritrovare le reste deve partecipare, domani, alla prima giornata della festa patronale di Acquasanta.

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