Facce de Zena 

Scompare a 60 anni il linguista Fiorenzo Toso. Aveva studiato il Genovese, il Ligure e il Tabarchino

Un tumore si è portato via troppo presto in pochi mesi il linguista, accademico di linguistica e dialettologo. Il commosso ricordo del figlio Pietro: «Oggi perdiamo un uomo geniale, un uomo di eccezionale cultura, un cervello sopraffino che ha saputo portare avanti con convinzione la sua passione»

Dopo essersi laureato in Lingue a Genova, aveva conseguito l’abilitazione all’insegnamento universitario in Italienische Philologie presso la Universität des Saarlandes e il dottorato in filologia romanza e linguistica generale presso l’Università degli Studi di Perugia. Dal 2007 insegnava presso l’Università degli Studi di Sassari, prima come professore associato, poi come ordinario.

Specialista dell’area linguistica ligure, collaborava per questo settore all’impresa del Lessico etimologico italiano diretto a Saarbrücken da Max Pfister e Wolfgang Schweickard, e su temi legati al genovese e ai dialetti liguri ha all’attivo numerose pubblicazioni, sia di dialettologia che di storia linguistica, letteratura ed edizioni di testi, su riviste scientifiche italiane e straniere. È autore di diverse monografie.

I suoi interessi riguardavano inoltre i fenomeni di contatto linguistico con speciale riferimento alle isole linguistiche del bacino del Mediterraneo, al dialetto ligure coloniale e in particolare al dialetto tabarchino. Si occupava tra l’altro di ricerche etimologiche sul lessico italiano e di temi e problemi legati alle minoranze linguistiche in Italia e in Europa

Per le sue ricerche sul dialetto tabarchino era stato insignito della cittadinanza onoraria dei comuni di Calasetta e di Carloforte.

Della scomparsa del professore ha dato notizia il figlio Pietro su Facebook con un messaggio commosso e orgoglioso: «La vita non è un film dice una canzone che negli ultimi anni ho avuto modo di ascoltare tante tante volte – ha scritto Pietro Toso -. Oggi perdiamo un uomo geniale, un uomo di eccezionale cultura, un cervello sopraffino che ha saputo portare avanti con convinzione la sua passione. Proprio lo stesso cervello gli ha tirato un brutto scherzo, con un tumore che nel giro di pochi mesi se lo è portato via. Lo ha portato via a noi figli, ma lo ha portato via a tutti. Papà non era un esibizionista, ha sempre lavorato nell’ombra per seguire ciò che gli è sempre piaciuto. Lo studio della lingua con la quale parlava da bambino lo ha portato a pubblicare più di 500 articoli scientifici, lasciando una testimonianza fondamentale per chiunque vorrà approcciarsi negli anni alla conoscenza del genovese e di tutte le sue declinazioni. Chissà quanto ancora avrebbe potuto fare, quanto ancora avrebbe potuto dare. Ma, appunto, la vita non è un film. E lo strano destino di papà è stato quello di raggiungere dopo soli 6 anni la donna della sua vita con la stessa terribile malattia. Sin dai tempi del liceo la mamma si era follemente innamorata di quel cervello, lo aveva aiutato a crescere, lo aveva supportato anche nei momenti in cui sarebbe stato più semplice dire basta e mollare tutto. Insieme ci hanno insegnato a coltivare le nostre passioni, a crescere con dei valori, a saper ripartire dopo le difficoltà che la vita ci ha posto davanti. Chi ci conosce, chi ci ha accompagnati in questi anni, sa che non è stato facile sorpassare la morte della mamma. Ora ci troviamo di fronte alla perdita anche di papà e dobbiamo ripartire ancora una volta. Ma la nostra corazza è più forte. Non so quanto ci vorrà ma ne usciremo, con la consapevolezza che abbiamo due angeli che ci guardano, ci guidano, ci aspettano, felici di poter vedere la nostra crescita, di nuovo insieme. Buon viaggio papà, salutaci la mamma e da lassù indicateci la strada migliore per rendervi orgogliosi del nostro cammino».

Serena Bertolucci, direttore della Fondazione Palazzo Ducale, ha scritto sulla sua pagina Facebook: «Fiorenzo, la storia peggiore che potessi raccontarci. Restano studi, approfondimenti e sfumature. Resta il fatto di considerare una lingua inclusiva e non esclusiva. Resta conoscenza. Restano poesie e traduzioni. E restano i sorrisi: il contributo al fantastico e folle esperimento del civico museo di bugliano per dimostrarci che per essere autorevole nn occorre certo prendersi poi così sul serio. La tomba Sciaccabratta mi fece ridere fino alla lacrime, ma anche riflettere profondamente sui modi e sulle necessità dell’accessibilità del patrimonio culturale».

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