Covid, dopo 33 giorni la Regione si decide a varare l’assistenza a casa

33 giorni, più di 4 settimane dal primo caso in Liguria, ci sono voluti ad Alisa e all’assessorato regionale alla Sanità per allestire i servizi territoriali per le visite a domicilio a Genova. Per l’assessore Viale erano <una risposta adeguata>, nella realtà c’era una squadra ogni 200 mila abitanti solo per i tamponi. Nel frattempo è arrivata una valanga di proteste sui social da parte dei cittadini che hanno denunciato a decine di non essere stati presi in carico, di essere forse positivi, ma di non riuscire a ottenere assistenza e di non avere informazioni sulla quarantena per sé e i propri cari. Oggi, finalmente, si parte, ha annunciato Toti. Ecco come

<Non siamo in ritardo, non stiamo con le mani in mano, ma siamo in affanno perché lo è il mondo medico e infermieristico. Anche tra di loro ci sono contagiati>. Così il presidente della Regione Giovanni Toti ha commentato la partenza, domani, dell’assistenza domiciliare che in altre regioni dove il conto dei contagiati e dei morti è ben più alto del nostro, è partita da tempo per tentare di contenere i casi gravi con una terapia tempestiva e quindi tentare limitare l’arrivo negli ospedali e dare assistenza a chi sta male.

<L’aver evidenziato la risposta territoriale – ha detto l’assessore alla Sanità Sonia Viale – è un segnale importante che abbiamo dato, non per attribuire responsabilità, ma per migliorare con le nostre capacità, con le capacità di tutti. Alisa, con le varie rappresentanze e le direzioni sociosanitarie hanno ulteriormente pigiato sull’acceleratore per le persone a casa che hanno bisogno di avere le risposte>.

Peccato che ad evidenziare la voragine dell’assistenza territoriale non sia stata la Regione, che per settimane ha dato, invece, risposte evasive e poco veritiere ai giornalisti che facevano domande sul tema nel corso delle conferenze stampa-diretta Facebook. È stata, invece, una tempesta di segnalazioni e proteste con commenti sui social, una sorta di rivolta 2.0, anche sulla stessa pagina del Presidente: decine e decine di persone che (anche a commento degli articoli sulla nostra pagina Facebook) hanno detto di essere state abbandonate a loro stesse, di non aver ricevuto che una richiesta di auto valutazione della malattia. La rete si è ribellata all’eterno <Tutto la va ben> (“Madama la Marchesa”, avrebbe aggiunto Nunzio Filogamo). E non è stata questione di destra o di sinistra. È che quando hai un parente che sta male non c’è più né destra né sinistra.
La protesta è deflagrata nei giorni scorsi e proprio Viale, venerdì scorso, ha detto che i servizi territoriali sarebbero stati rinforzati. Ma solo a partire da lunedì, scavalcando il fine settimana: 48 ore che a chi sta a casa con la febbre alta e l’ossigeno nel sangue al lumicino devono essere sembrati secoli.

La polemica coi medici di famiglia

Di mezzo c’è stata la polemica tra Toti e la Fimmg, la Federazione dei medici di medicina generale, che ha scritto una lettera aperta per denunciare di essersi messa a disposizione inutilmente e di non aver mai ricevuto i dispositivi di protezione necessari per intervenire al domicilio dei malati.

Il presidente Toti ha risposto dicendo loro: <Nessuno pretende dei martiri>. E poi: <Nessuno pretende degli eroi, ma io pretendo che oggi le persone non lavorino (solo n. d. r.) per quello che è il loro contratto>, quasi a volerli esporre alle critiche degli iscritti alla sua pagina Facebook come chi si tira indietro nell’emergenza.

Le squadre

Da oggi, lunedì 30 marzo, dovrebbero dunque entrare in servizio le nuove squadre Gsat, Gruppi strutturati di assistenza territoriale, saranno 11 a Genova (una per ogni municipio e 2 per i 2 più popolosi) più 2: una per la valle Scrivia e una per la Val Trebbia.

Per la Viale le squadre GSat erano un <percorso positivo>. Ma, in realtà, non esistevano se non in misura minima

Sette giorni fa l’assessore Viale aveva decantato il percorso di assistenza territoriale attraverso le squadre GSat. Un percorso giudicato come “positivo” senza che in realtà fosse mai iniziato se non con 3 gruppi dedicati solo ai tamponi su tutto il territorio dell’area metropolitana genovese per una popolazione da assistere per ciascuno di circa 200 mila persone.
Diversi cittadini hanno scritto un po’ a tutti i media dicendo di sentirsi abbandonati. Il 23 marzo scorso avevamo posto il tema con una domanda a una delle conferenze stampa giornaliere di bilancio. Viale aveva affermato che <la costituzione dei Gsat è la chiave per assistere le persone a casa>, ammettendo che la sanità regionale non era ancora arrivata <a un numero soddisfacente di questi Gsat>. Lo stesso assessore aveva aggiunto: <abbiamo chiesto medici volontari>, ma <non sono arrivati in numero soddisfacente. Però riteniamo che questa sia la risposta adeguata per non lasciare le persone in situazioni in cui si sentano abbandonate, ma assolutamente non sono abbandonate. Sono tutte seguite in base ai protocolli>
La verità è che i Gsat come assistenza domiciliare, secondo quanto affermato ieri sera, dovrebbero partire oggi (a 7 giorni dalla dichiarazione dell’assessore, a 33 dall’inizio dell’epidemia) e che molte delle persone a casa che chiedevano aiuto non sono state nemmeno richiamate. Abbiamo raccolto testimonianze via mail e negli stessi commenti sotto i nostri articoli di persone che da due settimane aspettano una telefonata.

La speranza è ora che, dopo un mese e un week end, alle parole facciano davvero finalmente seguito i fatti. In altre regioni del nord, ben più in difficoltà di noi per numero di contagiati e di morti, l’assistenza domiciliare è operativa da un pezzo.

Come funzioneranno i Gsat

Quando il malato chiamerà il 112, il 118 effettuerà un “triage telefonico” (di fatto una auto valutazione delle condizioni di salute) al termine del quale gli operatori decideranno per il ricovero o la visita a domicilio. Sempre al domicilio si potrà ottenere la cura, si potrà fare il tampone oppure il medico potrà decidere che l’auto valutazione del malato era sottostimata e disporre il ricovero. Per la valutazione, il medico di continuità assistenziale potrà contare sulla consulenza telefonica della clinica di Malattie Infettive del Sa Martino. Se, invece, le condizioni lo consentiranno, il paziente sarà affidato al medico di medicina generale.

Ci sarà un Gsat ogni 50 mila abitanti. Sarà composto da un medico della continuità assistenziale o da un medico di famiglia volontario e da un infermiere. La squadra avrà un auto con cui spostarsi e i dispositivi di protezione: mascherina, occhiali, tunica e tutto quanto serve.

Nei giorni scorsi vi abbiamo raccontato una storia su tutte, quella di Luigi e Piera, una coppia alle prese con il disagio di trovarsi ad affrontare senza aiuto la malattia. Il primo ad ammalarsi è stato il marito ed è stato portato al pronto soccorso in condizioni difficili solo dopo 7 giorni e poi rimandato a casa. La storia la trovate negli articoli pubblicati sotto e, ancora sotto, gli aggiornamenti.

Nell’articolo sotto diverse testimonianze di lettori che ci hanno raccontato di essere stati abbandonati a casa a fare i conti con la malattia, senza alcuna assistenza domiciliare del servizio sanitario nazionale.

Cosa è successo dopo alla coppia di cui vi abbiamo parlato in questi due articoli? L’altra sera Luigi è tornato al San Martino perché nonostante le cure aveva sempre saturazione a 93 e febbre sopra i 39. Il tampone è risultato positivo. È stato oggetto di visita accurata da parte di medici coscienziosi. La notizia buona è che la pO2 (pressione parziale di ossigeno nel sangue che la sera precedente era solo a 67 mmHg, mentre il valore normale sta tra 95 e 98) è salita a 78.95. Lo hanno rimandato a casa con l’ambulanza (stavolta non sulla macchina guidata dalla moglie) alla luce del risultato del tampone.
La notizia cattiva è che sua moglie ha anche lei la febbre sopra i 38 e la saturazione è scesa a 96. Cioè: ha il Covid pure lei e le sarà più difficile assistere Luigi perché dovrebbe essere assistita a sua volta. Vale la pena ricordare che dagli ospedali del Piemonte, che pure è congestionato, non viene mandato a casa nessuno che abbia la polmonite.

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