L’inferno di un malato a casa: “Nessuna visita, nessun tampone, nessuna informazione”

Febbre a 39,5 difficoltà respiratorie, saturazione in discesa. Al 112 dicono che prendono nota e che vedranno se fare il tampone. Il medico di medicina generale, al telefono, dice di chiamare il 112 e prendere l’antipiretico. Coronavirus? Chissà? Nessun tampone e nessuna visita domiciliare sono stati effettuati e al malato è stato chiesto di auto valutare la propria malattia e anche il suo stadio di gravità. Medicina “via cavo” per un morbo potenzialmente mortale, insomma. Secondo voi, l’assistenza domiciliare garantita dal servizio sanitario regionale è sufficiente?

Luigi, lo chiameremo così per rispettare la sua privacy, è a casa dal lavoro da 7 giorni. È un omone grande e grosso, asmatico, di circa 50 anni, che lavora in un servizio pubblico. Abita nella Media Valbisagno con la moglie ingegnere (la chiameremo Piera) di poco più giovane, che ora, dopo essere stata la sola ad assisterlo giorno e notte, comincia anche lei ad avere la febbre. Sono state giornate tremende, di febbre che sale, scende con l’antipiretico di qualche lineetta, poi risale ancora più alta. Nel momento in cui scriviamo è a 39.5.
<Giorni fa abbiamo chiamato il medico di famiglia – racconta Piera -. Ci ha prescritto l’antipiretico e detto di chiamare il 112. Al 112 abbiamo chiesto il tampone, per sapere se quello che ha Luigi è Coronavirus oppure no. Ci hanno detto dato un numero della Asl che non siamo riusciti a contattare>.
Quindi Luigi è a casa da 7 giorni, con la febbre alta e difficoltà respiratorie moderate. È un uomo fortunato: ha con sé Piera che lo cura rinunciando al sonno e a ogni altra cosa. Sono tanti, però, in casa da soli nella stessa condizione: senza sapere se sono malati di Covid-19, senza essere stati visitati, senza sapere se hanno la polmonite interstiziale, potenzialmente teratogena, o altro. Se siano infettivi oppure no.
Piera lamenta soprattutto la scarsità di informazioni, anche di base: <Abbiamo scoperto leggendo su internet che i malati perdono gusto e olfatto – racconta Piera -. Luigi li ha persi. Per questo abbiamo pensato che fosse proprio Covid 19>. Non è solo la questione di ottenere il tampone, è che nessuno da informazioni di base, spiega la donna che, per i suoi contatti, ha scritto anche sulla propria pagina Facebook.

Inoltre, Piera si è messa in quarantena da sola, perché ha avuto l’intelligenza di farlo. Si fa portare la spesa a casa a se la fa lasciare davanti alla porta per non infettare nessuno. Ma solo per sua libera iniziativa. Quanti nelle sue stesse condizioni lo hanno fatto? Non si chiede l’ospedalizzazione e nemmeno il tampone. Ma la visita di un medico che possa decidere se è il caso di fare esami (ad esempio raggi ai polmoni) o di ospedalizzare o no, quella sì. Invece nulla di nulla.

Oggi Luigi ha la saturazione a 93, piuttosto bassa (fino a ieri era tra 97 e 98). Piera ha fatto i salti mortali per procurarsi un pulsossimetro: sono andati a ruba ed è difficile rintracciarli. Per fortuna un’amica medico in pensione le ha portato il suo, nell’attesa dell’arrivo di quello ordinato. Piera è riuscita a ottenere un consulto medico telefonico presso un’amica specialista della sorella avvocato che sta a Firenze, che le ha anche procurato e spedito via corriere i farmaci ordinati dalla dottoressa fiorentina, introvabili a Genova, ma che Luigi potrà prendere solo se lo vedrà fisicamente un dottore. Oggi la coppia ha impiegato ora a trovare il medico di medicina generale perché a lungo non ha risposto, probabimente alle prese con altre richieste. Infine ha sentenziato per telefono (dopo aver potuto consultare le analisi del sangue più recenti inviategli via mail) di attendere le 17 per prendere il famoso farmaco.
Luigi ha una forte tosse, ha espettorato muco, ha vomitato, ha sempre più difficoltà a respirare. Di visita non se ne parla, di tampone nemmeno. Come stabilire se la malattia esiste oppure no? La cura è a distanza, senza una vera diagnosi e solo perché un medico toscano si è reso disponibile al telefono. Proprio oggi il presidente della Regione Toti ha detto che i tamponi non sono utili alla terapia, ma nemmeno si può pensare che le diagnosi se le facciano da soli i pazienti, senza visita medica, né tantomeno che sappiano giudicare la propria gravità.
<Chiedo comprensione per un momento molto difficile – ha detto ieri sera in conferenza stampa Toti -, se arriva qualche informazione in meno. Non è cattiva volontà, ma è perché i medici devono badare a persone in condizioni peggiori della sua>. Cioè, volendo arrivare al nocciolo del problema, la sanità regionale non riesce ad assistere direttamente le persone a casa che devono dare al telefono al 112 una autovalutazione, nemmeno fossero medici loro stessi. Queste persone risultano nel novero dei contagiati? I loro parenti vengono messi in quarantena. Ci sono persone che si sono aggravate e morte in casa perché non hanno saputo auto valutarsi? Gli eventuali morti entrano nel computo dei deceduti per covid? Vengono fatti test post mortem per individuare anche il modo di trattare le salme secondo il protocollo infettivo, anche a salvaguardia degli operatori e dei parenti?
Dall’inizio dell’epidemia la sanità regionale (da tempo la sanità italiana è stata smembrata e passata, appunto, alle Regioni) non è riuscita a dare una risposta domiciliare reale alle tante persone che sono a casa in condizioni di salute nella migliore delle ipotesi precarie. Mentre quella ospedaliera ha reagito (sono raddoppiati i posti di rianimazione) quella domiciliare e al palo, legata ad autovalutazioni, con gente a casa da sola o coi parenti, faccia a faccia con un virus che ha già fatto migliaia di morti solo in Italia. Negli ospedali arrivano e restano (nei reparti di media intensità) solo i più gravi, che sono la punta dell’iceberg. Come si valuta la gravità? È proprio questo l’anello debole dell’organizzazione dell’emergenza: si tratta di una autovalutazione. Qualche giorno fa, l’assessore regionale alla Sanità Sonia Viale aveva detto che il metodo giusto è quello dei gruppi di assistenza domiciliare che però, purtroppo, a causa della scarsità di volontari non riescono a dare la risposta che servirebbe. Modo giusto, forse, ma di fatto solo teorico, non reale, perché mancano i medici.

Pubblichiamo la domanda che abbiamo posto ieri in conferenza stampa all’assessore e la sua risposta in audio. A nostro parere, a fronte di quanto succede davvero, poco convincente, ma potete giudicare voi ascoltando.

<Ci sono molte persone a casa con febbre alta e difficoltà respiratorie, costrette all’auto valutazione delle proprie condizioni perché i medici di famiglia prescrivono al telefono antipiretici e consigliano di chiamare il 112, che a sua volta si limita a prender nota del nominativo per valutare se fare il tampone. Se le persone fossero positive, i parenti sarebbero contatti di contagio incontrollati e non soggetti a quarantena, potenzialmente fonte di contagio loro stessi. Inoltre, se le persone malate sono sole, rischiano, ad un repentino peggioramento di non essere nemmeno in grado di chiedere aiuto. Come conta il servizio sanitario di affrontare questo problema dei malati di fatto non presi in carico?>.

Viale parla di un <monitoraggio stretto ben descritto dal giornalista nella sua domanda>. Evidentemente ci siamo espressi male oppure era un tentativo di travisare e volgere a proprio favore la domanda, fatta non solo perché stiamo seguendo questo caso da giorni, ma anche perché abbiamo ricevuto molte testimonianze di persone che si sentono completamente abbandonate. Il monitoraggio, almeno per il caso indicato, è inesistente. Tante persone sono a casa da sole, senza alcuna sorveglianza reale, senza visite, affidate all’auto diagnosi. Luigi e Piera sono scolarizzati, relativamente giovani, in gamba. Facile immaginare le difficoltà che devono affrontare gli anziani, che sono anche meno tecnologici. Lasciamo giudicare ai nostri lettori se l’assistenza sia congrua oppure no e se non sia il caso di continuare a dire che il sistema domiciliare ligure è il migliore del mondo e trovare il modo provvedere, finalmente, ai malati. Se verranno assistito veramente a casa, magari in ospedale ce ne arriverà qualcuno di meno.

Dopo 7 giorni, alle 16:50 di oggi, l’ambulanza inviata al 118 è partita per andare a prendere Luigi. Con una visita domiciliare, una valutazione medica, una diagnosi e una terapia adeguata si poteva evitare che finisse in ospedale?
Piera resta da sola in casa. Per ora con febbre moderata.
Seguiremo gli sviluppi e ve li faremo sapere.

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