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Lo chiamavano Jeeg robot e il ragazzo crescerà

Mauro traverso cinema definitivo
di Mauro Traverso*


Tenere una rubrica di cinema d’estate è un lavoraccio.
Alcune sale chiudono, la programmazione langue, diventa complicato trovare tra i titoli in visione film degni di nota. Ci risente un po’ persi tra Le tartarughe Ninja, horror di fine stagione, l’ennesima (per altro più che decente) rivisitazione del mito di Tarzan, cose così. Ci sarebbe anche Star Trek ma quello, beh…è Star Trek. È il tredicesimo episodio della serie al cinema: per quanto sia legittimamente in prima visione non è proprio definibile come novità, anche se una rubrica di cinema non è poi obbligata a campare di novità.
E così uno prova a cercare tra gli eventi collaterali, che so, l’uscita dei DVD, per esempio. È noto che ormai molti titoli escono direttamente in quel formato, senza passare per le sale. E non sono necessariamente titoli secondari, tra l’altro. Per esempio è appena uscito in formato digitale The homesman, di e con Tommy Lee Jones. È un western dolente e del tutto smitizzato, con la più che valida partecipazione di Hilary Swank nel ruolo della protagonista. Rivisita l’epoca della frontiera in maniera radicalmente drammatica, raccontandone anche i tempi bui in fatto di condizione femminile, di rapporto con la malattia (addirittura di quella mentale, nel caso). Non manca di spirito avventuroso e voglia di crescere dei personaggi ma diventa quasi, non so quanto volontariamente, una denuncia, uno statement sulla Nazione nata dalla grettezza e dalla legittimazione dei pregiudizi (sulle donne, appunto, sui malati) purché armati. Il film partecipò al concorso di Cannes nel 2014 ma, per qualche strana ragione, non vide mai le sale, in Italia, ed oggi è consigliabile solo per la visione in DVD o in streaming. Consigliassimo se piace il western.
Però, anche lì, un titolo solo consigliabile, per di più non freschissimo.
Continuando a cercare ci sarebbe da ricordare il centenario della nascita di Luigi Comencini, regista mai troppo ricordato del nostro cinema. Ma questa rubrica arriva da due puntate consecutive in cui si è dovuto correr dietro ai necrologi: prima Bud Spencer e poi Cimino e Kiarostami. Approfittando del fatto che il centenario verrà celebrato compiutamente a settembre, durante la Mostra del Cinema di Venezia, ci riserviamo di tornarci in tempi più fausti alla coltivazione della memoria, senza far sembrare quella celebrazione un altro lutto.
Poi però, inaspettata, ecco una possibilità: è ri-uscito nelle sale Lo chiamavano Jeeg robot, film italiano originariamente uscito a gennaio e reduce dall’aver vinto, nel frattempo, tutti i premi possibili riguardanti il cinema italiano ( David, di Donatello, Nastro d’argento, Ciak d’oro).

Ho già scritto altrove, in questa stessa rubrica, la mia diffidenza per i premi cinematografici: non è affatto detto che siano credenziali artistiche. Ma il caso di Jeeg mette insieme al battage da titolo premiato un’altra, più importante caratteristica: è un’opera prima. Davvero il cinema italiano avrebbe trovato un nuovo, grande talento?
Cominciamo da qui: Lo chiamavano Jeeg robot ha il dono della simpatia. E ce l’ha perché, gira che ti rigira, è un film sull’ingenuità, su quanto sia difficile restare santi in città, tanto più in una città come Roma, fin troppo al centro delle cronache per malaffare, malavita e malapolitica. Non volendo raccontar troppo, per chi il film non lo ha ancora visto, mi limito qui a scrivere che è perfino la tesi del film, con tutta l’ironia che ne consegue: per preservare un po’ di innocenza, oggi, bisogna avere i superpoteri. Il fatto che questi supepoteri derivino dall’inquinamento del Tevere la dice lunga, appunto, dell’ironia che governa il tutto, trama, sceneggiatura, regia e interpretazioni di tutti gli attori, tutti sopra le righe il giusto, che non si può star lì a misurare se devi fare l’ipercattivo o il superbuono.
E diciamo anche che al film, correttamente, non manca l’amaro: evocare spaccio di droga, traffico di clandestini, violenze di vario ordine ed entità, non può esser solo materia di risata o argomento da prendere in giro troppo alla leggera. Tanto più in tempi in cui Roma eccetera, eccetera, eccetera.
Ed è, per finire, un film con una buona costruzione drammaturgica, nel suo buffo percorso di dannazione, consapevolezza e riscatto attraverso, immaginate un po’, l’amor vero di una ragazza.
Per cui andatelo a vedere senza esitazioni o retropensieri di alcun genere. Capisco come il cinema italiano di questi ultimi anni possa avervi anche prostrato, a volte, ma mettete i vostri 10 euro in pace su quel biglietto. Porterete a casa qualcosa di buono, vedrete. Non foss’altro di divertente senza troppo uso di stupidità.
Però (e lo so: c’è sempre un però): il più bel film italiano del 2015? Uhm…nel 2015 sono usciti anche Sorrentino, Virzì e Garrone, per esempio. Non avranno portato alle sale i loro lavori migliori, ma hanno avuto tutti, dentro i loro film, una consapevolezza cinematografica maggiore, un uso del linguaggio del cinema più sicuro e solido. Se il mestiere conta, Gabriele Mainetti, il giovane regista di Lo chiamavano Jeeg robot, deve ancora girare molto, mi pare, prima di arrivare a quei livelli. E lo si scrive per incoraggiarlo, sia chiaro. Ha già dimostrato ostinazione, continuando a inseguire un progetto che nessuno, per anni, ha voluto finanziargli. Dote sempre utile, nel mestiere del cinema. Prima di dargli del “nuovo talento”, però, io aspetterei un altro paio di film. Adesso che i soldi glieli daranno più facilmente non è detto che gli venga più facile scrivere e girare. Aspettiamolo, crescerà
Mauro Traverso

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