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Cinema, breve storia del western all’italiana (omaggio a Bud Spencer)

Mauro traverso cinema definitivo

 

di Mauro Traverso*

Nel 2007 la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia organizzò tutta la sua sezione retrospettiva attorno a quello strano fenomeno cinematografico conosciuto come ‘western all’italiana’ o ‘spaghetti western’. Tra gli invitati per quelle proiezioni ci fu naturalmente Bud Spencer. Fu divertente assistere alla sua accoglienza al Lido.
Per gli eroi del nostro cinema commerciale, il pubblico della Mostra, inteso come insieme di spettatori e critici accreditati, non è mai stata una platea facile, tutt’altro. Considerata (giustamente) come un tempio del cinema d’autore, la Mostra non ha mai mancato, nel corso degli anni, di far sorgere polemiche, liti e casi di giornata dal suo confronto con il cinema ‘da botteghino’, con quello italiano in particolare, accusato spesso di provincialismo culturale ( la sottomissione al modello americano, nel caso specifico) e dunque di mancanza d’identità, ancor prima che di statura artistica o narrativa. La sala riservata alle conferenze stampa era tuttavia colma di inviati e giornalisti delle più svariate provenienze e opinioni, il giorno in cui toccava a lui presentarsi. Avevano (avevamo) tutti visto Lo chiamavano Trinità, il giorno prima. E avevano (avevamo) scoperto che tutta quella simpatia era durata nel tempo ed era dunque diventata roba cinematograficamente seria, anche se avvenuta dentro film non proprio inventivi e per niente definibili come ‘artistici’.
Fu uno strano fenomeno, appunto, quello del western all’italiana. Nacque sul finire degli anni ’60, senza alcun intento cinematografico serio che non fosse farsi guardare, divertirsi molto e, possibilmente, farci dei ricavi. Raccolse l’eredità del western classico americano per affetto verso quel genere, così tanto amato dai giovani registi di allora in tutto il mondo, identificato per molti anni con il cinema tout-court. Decidendo, per altro, di prenderlo anche un po’ in giro da subito, di farne un genere con ironia, merce quasi sconosciuta alla visione storica hollywoodiana, narratrice di un’epopea nazionale e costruttrice, nelle intenzioni, di miti ed eroi intorno ai quali non c’era niente da ridere, presi com’erano dalla Nascita di una Nazione. Il cinema western nel suo complesso era molto più di quello, naturalmente, ma insomma, da noi prevalse quella lettura, anche ideologizzata, che relegò, che so, John Ford e Howard Hawks e Raoul Walsh al ruolo di registi conservatori. C’era del vero, ma era come dare del conservatore a Omero, per certi versi, o a Shakespeare, dentro la ancora breve storia del cinema.
Fatto sta che lo spaghetti western, a sorpresa, funziona: funziona benissimo in Italia e all’estero funziona ancora meglio. In Giappone meglio che in qualunque altro posto. Si fabbrica con poco (si gira per lo più in Sardegna e in Basilicata: per i kolossal del genere si arriva massimo in Spagna) e diverte persone di ogni ordine e grado. La critica per lo più lo snobba ma lo sdogana come ‘simpatico’, ci si accanisce meno di quanto faccia con altri generei di successo (il cosiddetto ‘polizziottesco’, per esempio, confinato ideologicamente a destra e presto etichettato di latente fascismo). Diventa, nel rapido volgere di qualche anno appena, la locomotiva economica dell’industria cinematografica italiana. Produce centinaia di titoli, molti di questi guadagnano denaro sufficiente, ai produttori di allora, per finanziare anche il più asfittico, dal punto di vista del botteghino, cinema d’autore, da quello sperimentale ‘alla Antonioni’ a quello che allora si chiamava ‘cinema impegnato’. Funzione anche come palestra per futuri registi noti altrimenti: è noto che, sotto pseudonimo, girarono western nomi come Carlo Lizzani, Pasquale Squittieri e Tinto Brass, per citarne solo alcuni, oltre ai campioni del genere, i fratelli Corbucci, Franco Sollima, Sergio Giraldi, Giulio Petroni.

(Il film Yankee di tinto Brass)

Tutti a seguito dell’incredibile successo di Sergio Leone e della trilogia del dollaro (Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto e il cattivo: ma Leone voleva essere una specie di Visconti del Western. Era, appunto, un autore).

E diventa anche un caso culturale, quello strano oggetto cinematografico: escono libri e saggi che tentano di spiegarlo (tra i quali quello che dà il titolo anche a questo articolo), provano a dargli rilevanza culturale, ne fanno un genere che, in filigrana, metterebbe in scena il ‘68 e le lotte di classe, con i proletari travestiti per lo più, secondo le maschere del genere o le ricostruzioni storiche, da rivoluzionari messicani, straccioni e pre-colombiani e i borghesi ostentatamente vestiti bene anche in mezzo a tutta quella polvere, pallidi, ricchi e affettati nei modi fino alla fasullaggine.

 

frasi-aforismi-bud-spencer
Era vero solo per alcuni titoli, quelli più ambiziosi, Leone per primo. ( Giù la testa resta il titolo migliore, per quel tipo di lettura che suonava tipo “la politica ce l’ha insegnata il western” ). In realtà contavano meccanismi narrativi più nostrani: la commedia dell’arte e le sue maschere, i pupi siciliani e i cantastorie. Il western, per noi, non è mai stato un genere storico, con cui costruire miti fondativi. È sempre stato, piuttosto, un genere di spettacolo: con l’eccezione dei film di Leone e di qualche altro titolo (Tepepa di Giulio Petroni, per dirne uno) alla solennità si rinunciava volentieri, in nome della commedia e del divertimento puramente fine a se stesso. Bud Spencer fu un eroe pulito e popolare di questo tipo di leggerezza: riusciva a rendere le scazzottate un momento di svago coreografico, come l’intervento del balletto, nei varietà televisivi del sabato sera. Era chiaro che i suoi personaggi ripudiavano picchiare chicchessia: volevano solo mangiare e starsene in pace. Quando, fuori dal western, provarono a dargli un taglio più ‘morale’ e ‘nero’, con il personaggio del commissario Rizzo, alias Piedone, dovettero affiancargli i bambini come co-protagonisti, tanto per sottolineare che era sempre lui: ora non era più necessario doppiarlo e lo si poteva lasciar parlare in napoletano, lo si faceva muovere per le metropoli ma era sempre Bambino, il ladro di cavalli redento protagonista di Lo chiamavano Trinità.

Entrò in sala stampa vestito di chiaro, già malato allora, ancorché corpulento come al solito. Non aveva, naturalmente, alcun bisogno di presentarsi, ma lo fece lo stesso: si era evidentemente preparato la battuta. Disse: ‘Buongiorno a tutti, sono Bud Spencer, in arte Carlo Pedersoli’.
Applaudirono tutti, ogni tipo di critico e di accreditato, un lungo applauso fluente e trattenuto per troppo tempo, nell’attesa. Non era ammirazione. Non era neanche commiserazione per un grande vecchio. Era un applauso caldo, non critico. Era meritatissimo, univoco, inderogabile affetto.

spencer vecchio

*Critico cinematografico

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