I Liguri, un popolo fiero che si oppose ai Romani
Generalmente le donne di questi luoghi sono forti come gli uomini e questi come le belve
(Diodoro Siculo)

di Monica Di Carlo
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Deve essere genetica questa cosa che si dice, che i liguri non abbiano un buon carattere. Sin nella notte dei tempi preferivano stare ognuno per conto proprio, riunendosi eventualmente in piccolissime comunità per lo più familiari e allargando la cerchia solo nel caso in cui ci fosse da lottare per difendere il territorio. Erano più clan che popolo.
LA STORIA LA SCRIVONO I VINCITORI
Le cronache del tempo li dipingono come trogloditi, bestie selvagge e crudeli, oltre che ignoranti. Vero è, però, che di questo popolo di gente aspra, concreta e poco avvezza a socializzare (quello sì) hanno scritto soprattutto i Romani, cioè quelli che i Liguri li hanno avuti tante volte come indomabili oppositori delle loro campagne di espansione e quindi quel che si legge non può essere consideratio completamente attendibile. Tito Livio, ad esempio, riscrisse la storia di Roma in modo da esaltarne la grandezza e da nascondere sotto al tappeto la polvere di episodi meno onorevoli. Si dice, appunto, che la storia la scrivono i vincitori.
UNA SOCIETÀ MATRIARCALE DI ANALFABETI, CONCRETI E DEMOCRATICI
I Liguri, invece, di se stessi non scrissero mai niente, semplicemente perché non sapevano scrivere. Vivevano isolati dal resto del mondo. I piccoli gruppi che si aggregavano erano minuscole società matriarcali, anche se i padri riconoscevano i figli. I Liguri non riconoscevano la proprietà privata ed avevano una concezione democratica della conduzione dei loro piccoli villaggi, che in realtà erano spesso aggregazioni familiari. Non intrapresero mai campagne di colonizzazione e, a dire il vero, era persino difficile che si coagulassero e quando accadeva, era giusto per il tempo necessario a difendersi. Le alleanze con popoli vicini durarono poco perché i Liguri non riconoscevano gerarchie e autorità. Secondo Virgilio e Tito Livio i nostri antenati erano rozzi, totalmente ignoranti persino della loro stessa storia e l’arte nemmeno sapevano cosa fosse. Erano troppo impegnati a sopravvivere in un ambiente ostile, fatto di pietraie e di boschi dove tagliavano grossi faggi con asce di pietra affilate e robuste che sapevano lavorare perfettamente. Lo stesso Tito Livio parla di un popolo in eterna lotta con gli elementi e le belve e altre fonti descrivono i nostri antenati come ribelli, ovviamente perché rifiutavano di assoggettarsi all’Impero. In realtà, furono costretti a difendere la loro terra dall’invasione dei Romani e per quello da pacifici contadini (coltivavano lino e orzo, meli, noccioli e castagni), pastori e cacciatori che vivevano ognuno nel proprio piccolo territorio (all’inizio, qualche volta in capanne, ma più spesso nelle grotte, poi in minuscoli paesi a mezza costa) dovettero traformarsi in guerrieri. Cominciarono piuttosto tardi a lavorare il ferro (600 a. C.), ma erano maestri nella costruzione di armi e strumenti in pietra e osso.
I FEROCI “AMBRONES”
Pare che i Romani chiamassero i Liguri “Ambrones”. Così, almeno, dice Plutarco che nel 102 a.C., parlando della battaglia di Aque Sextiae, ma, probabilmente, “Ambrones!” era solo del loro grido di battaglia, urlato quando nudi o seminudi (per dare l’impressione di essere selvaggi e temibili e mettere in mostra il corpo ben temprato) si scagliavano contro il nemico. Anche sulla vicenda della battaglia di Aque Sextiae, però, non c’è alcuna certezza. Certo è che i liguri si presentassero in battaglia con i corpi dipinti e che impastassero con l’argilla e il gessoi lunghi capelli acconcindoli come una criniera di cavallo. Indossavano solo un paio di calzari di cuoio ed un cinturone per fermare un mantello. Non amavano combattere con archi e frecce, che ritenevano disonorevoli perché escludevano il corpo a corpo. Brandivano lunghe lance dette “bug” e, in seguito, spade piuttosto scadenti (la lavorazione del metallo non fu mai il loro punto forte) Si proteggevano con uno scudo bislungo.
I LIGURI DALLE LUNGHE CHIOME
“Liguri” è un termine che deriva dal nome con cui i greci chiamarono questa etnia (Ligues), quando cominciarono l’esplorazione del Mediterraneo occidentale. Più tardi, i Romani chiamarono il popolo della nostra terra che occupava le colline più impervie “Liguri dai capelli lunghi”. Questa denominazione si rintraccia ancora nei testi ai tempi di Augusto.
ADORAVANO GLI ELEMENTI NATURALI E AVEVANO SACERDOTI SIMILI AI DRUIDI
Anche in tema di religione, i Liguri erano piuttosto “concreti”. Non immaginavano gli dei antropomorfi dei Greci o dei Romani, ma adoravano gli elementi della natura. Plinio parla di vette, alberi e sorgenti. Come per tutti i popoli antichi, le aree in cui si trovavano le sorgenti rappresentavano il luogo migliore dove fondare piccoli villaggi. Certamente i Liguri adoravano i 4 elementi, aria, acqua, terra e fuoco, dei quali parla per la prima volta Anassimene di Mileto e di cui dopo trattano Empedocle, Socrate e Aristotele. Si presume che avessero delle guide religiose, più simili ai druidi che ai sacerdoti romani.
LE SEPOLTURE NEL BOSCO
Le loro sepolture erano a volte segnalate da steli di pietra (le più famose sono quelle di Luni). Le sepolture erano concentrate in luoghi considerati magici, spesso in mezzo ai boschi. La vegetazione allestita ad hoc attorno alle sepolture era anche quella una sorta di rito capace di difendere i defunti.
BEVITORI DI BIRRA DAI CAPELLI INCOLTI
I testi antichi raccontano che i liguri strappavano alla terra ostile metro per metro, per poter coltivare, che bevevano (e quindi producevano) birra, che portavano i capelli lunghi e incolti. Vi si legge anche che il fatto di essere costretti a muoversi faticosamente tra le pietraie e ad affrontare forti dislivelli li faceva forti, asciutti e muscolosi. Cicerone parla dei Liguri nella “De lege agraria” come di uomini attivi, forti e intrepidi. Nello stesso modo ne parla Virgilio nelle Georgiche, per poi cambiare idea nell’Eneide definendoli come un popolo astuto, bugiardo e perfido, capace dimettere in atto trovate abili e insidiose. L’opinione viene condivisa da Catone e dalla maggior parte degli storici romani. Un popolo dominatore come quello dei Romani non amava il fatto di essere stato a lungo giocato da bande di rozzi montanari e contadini e, chiaramente, fece una “campagna stampa” che voleva denigrare i liguri. Nulla di nuovo sotto il sole, anche nel campo della comunicazione.
ALLEATI DI ANNIBALE
I Liguri tentarono di opporsi ai Romani per la prima volta nel 238 a.C. in alleanza coi Galli Boi, ma i contrasti nati tra i due popoli fecero abortire la rivolta. Si allearono poi con il cartaginese Annibale facendo alle sue truppe da guide nelle valli dell’appennino. La scofitta di Cartagine mise fine anche alle ostilità tra Liguri e Romani nel 180 a.C.
QUANDO I ROMANI TENTARONO DI DEPORTARE I LIGURI E QUESTI SI UCCISERO IN MASSA
Narrano i testi antichi che interi villaggi decisero per il suicidio di massa pur di non essere sradicati dalla propria terra. La deportazione era infatti il metodo utilizzato dai Romani per punire chi si opponeva e disinnescare possibili riorganizzazioni della rivolta. In realtà, una storia simile si legge anche nella storia degli Etruschi. Si narra infatti che una parte di quel popolo, pur di non cedere le armi e di non sottostare al potere dei romani, si gettasse nel “Bulicame”, una sorgente di acqua sulfurea calda (circa 58°C), sita appena fuori Viterbo, oggi stabilimento termale. La verità è che gli Etruschi si integrarono, tanto che gli ultimi tre re di Roma, Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo, furono, appunto, Etruschi. Allo stesso modo, i Liguri, pur non arrivando mai a integrarsi a tal punto da arrivare a gestire il potere come avevano fatto le popolazioni dell’alto Lazio e della Toscana, combatterono valorosamente per Roma nella guerra contro Giugurta ed in quella contro i Cimbri e i Teutoni.
Plinio racconta che di vera pace si può parlare nel 7 a.C., quando fu innalzato il trofeo delle Alpi alla Turbia (Monaco), col quale si vollero celebrare le vittorie di Augusto e l’unificazione dell’Italia entro il confine delle Alpi.

(Un elmo a calotta e un giavellotto in ferro della fine del IV secolo avanti Cristo esposti nell’interessante mostra “Storie dalla Terra e dal mare – Archeologia in Liguria 2000-2015”, dedicata all’arecologia rituale e a quella del quotidiano, visitabile gratuitamente fino al 28 marzo a Palazzo Reale nelle sale del Teatro del Falcone)
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