La materia oscura (I capitolo)

di Luca Giannini
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Penso che dovrei mettermi a scrivere. Sono spinto più da una specie di morbosità entomologica che dalla voglia di illuminare il mondo con la mia triste scienza; più da uno strano miscuglio di meraviglia e disprezzo – o dalla volontà di testimoniare la mia deriva comica – che dai benefici effetti della scrittura come autoterapia. In verità, ho il sospetto che, come la maggior parte delle galassie, anche noi siamo fatti di materia oscura.
Sapessimo almeno di che cosa è fatta a sua volta, questa materia oscura, sarei più tranquillo; invece continuiamo a vagare tra le ipotesi. Aveva ragione Bruce Margon: “È piuttosto imbarazzante dover ammettere che non riusciamo a trovare il 90% dell’universo”. Vero che probabilmente la percentuale va ridotta di due terzi, ma l’invisibilità del 30% di sé è comunque una faccenda da non sottovalutare. Ipotizzando di essere terricolo per la parte visibile, è colpa del terzo restante se il più delle volte mi sento un pesce con le ginocchia o un uccello con le tette?
Così, lo gnozi seautòn con il quale ti instillano il dubbio sull’essenza stessa del pensiero nel periodo di massima fragilità (quando i valori ormonali vengono registrati dai sismografi) – dubbio che ti viene sventolato sotto il naso per circa mezz’ora della tua vita scolastica – trasforma la tua esistenza una gara ad handicap. Conosci te stesso. Cavolo, non potevano essere più imprecisi, o più precisi? Imperativi come “Conosci un po’ te stesso” oppure “Conosci circa il 60% di te stesso” lascerebbero qualche spazio di manovra.
Fortunatamente, vivo in una società che adotta le opportune contromisure: la scuola stessa fornisce gli strumenti perché l’idea di conoscere se stessi sia cancellata, rimossa, ridicolizzata. In un secondo tempo, viene ripescata e ridotta a slogan, lasciata rinsecchire, triturata e sparsa come zucchero a velo sulle tortine sfornate dagli psicanalisti per i settimanali.
Eppure, non tutta l’umanità è salva: quella mezz’ora di scuola ha comunque mietuto molte vittime. “Conosci te stesso” a me è rimasto appiccicato al palato come l’ostia alla prima comunione. Dio in gola è un bel guaio.
Un terzo di universo, di qualunque oggetto – dei miei calzini croccanti, del ripieno dei ravioli della nonna, delle etichette dei detersivi lette seduto sul cesso, della stessa asse del cesso, del vino che bevo e dei peli del mio cane, di quello che il padrone di casa pensa, che potrebbe pensare ma che non ha ancora pensato e di quello che non penserà mai – è costituito da materia oscura. Ho davanti un terzo di quello che esiste e neppure lo vedo.
Dov’è finita tutta ’sta roba? Da dove cominciare il mio personale viaggio allucinante alla scoperta del terzo mancante?
È stato dunque soprattutto per capire – e un po’ anche per avere un motivo valido per scriverti, caro amico – che ho deciso di partire. Sull’allontanamento c’è una letteratura sterminata (ormai c’è su tutto, e legittima qualunque tipo di posizione), quindi non sto a farla troppo lunga.
La sola differenza è che i miei sono viaggi minimi, infinitesimali. Dovendo cercare il 30% dell’universo, c’è di buono che non devo andare troppo lontano. Il testosterone non mi sostiene più, ho un ginocchio in pezzi, dormo troppo poco e il tempura non mi è riuscito in maniera decente nemmeno una volta. Poi ci sono loro. Tu li chiami mostri, io visitatori. Esistono, eppure fanno finta di non esistere; puzzano più di un tricheco ad agosto, ma sono convinti di essere invisibili. Sono stupidi, a patto che esserlo sia conveniente.
La mia ipotesi è che loro sappiano qualcosa del terzo di universo mancante, ma parlare con loro è come interrogare la stele di Rosetta avendo studiato sulla Gazzetta dello Sport. Però questa è un’ipotesi che intendo verificare, carissimo. Tutto si nasconde tra le pieghe, ne sono convinto.
Da ora in avanti, quindi, ti invierò relazioni dei miei viaggi per la casa e per la città. Tu, se ne hai voglia, fa’ altrettanto: in questo modo potremo incrociare i dati e verificarli. È persino possibile che ne usciamo vivi.
Ti abbraccio, fa’ buon viaggio
Luca
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