La classe operaia e la maschera di “Zoro”
Con i miei lettori voglio essere onesto. Perciò intendo confidare di aver ricevuto la prima smentita di questa freschissima rubrica. Come accade prima o poi a ogni bravo giornalista che si rispetti. Chiedo scusa ma invoco qualche attenuante generica.
Una settimana fa mi ero lanciato in un elogio sperticato dell’ormai conclusa fiction programmata su Rai Uno “Il paradiso delle signore”, liberamente tratto dal l’undicesima romanzo di Emile Zola pubblicato nel 1883 e riambientato a Milano negli anni Cinquanta che annunciavano l’imminente boom economico del nostro paese. Mi aveva colpito per la cura di abiti e arredi, oltre che per la storia che ricalcava solo in parte quella dell’autore francese. Lunedì e martedì scorso mi sono accomodato in poltrona per gustarmi gli episodi finali con la certezza che tutto si sarebbe concluso lì, visto che il romanzo che aveva ispirato il lavoro televisivo non aveva avuto un sequel. Anche perché mi ero speso personalmente proprio con voi lodando, per una volta, la coerenza dei nostri dirigenti Rai che, nonostante il picco positivo degli ascolti, non avevano previsto alcun seguito. Invece nel nostro paese ogni promessa vale lo spazio di un giorno e in conclusione mentre ci si apprestava a godere il bacio fra Pietro e Teresa e lo scorrere romantico dei titoli di coda è comparsa la schiena di una terza incomoda. La moglie americana di Pietro Mori. Un espediente banale per permettere alla serie di andare avanti e ripresentarsi nei palinsesti del prossimo anno. Ecco, in questo modo è maturata la prima smentita. Forse sarebbe bastato consultare un giornale specializzato ma ho dato per scontata la buona fede degli autori. Chiedo scusa. Certo che me li vedo i dirigenti Rai riuniti in una seduta spiritica per evocare il fantasma di un Emile Zola abbastanza contrariato per la trasposizione troppo libera della sua opera e irritato di fronte alla proposta degli astanti di ipotizzare un seguito lasciando loro persino i diritti d’autore.
Ecco fatto concludo l’argomento fiction dopo essermi cosparso il capo di cenere e aver criticato i dirigenti Rai, sempre pronti a contraddirsi di fronte al crescere degli ascolti. La serie sulla “Grande famiglia” ambientata nei giorni nostri a Inverigo, nell’industriosa Lombardia, costituisce un caso emblematico perché ogni anno si dice sia l’ultimo e poi puntualmente si ricomincia. In arrivo sempre il lunedì la nuova fiction sulla vita tra capitani di industria e alta moda di Luisa Spagnoli la donna passata dallla drogheria al bacio Perugina e agli atelier. Un’altra storia, dopo quella di Adriano Olivetti, su personaggi italiani che nei primi anni del Novecento e al finire della prima guerra mondiale hanno contribuito a cambiare il paese e rilanciarlo. Un passo indietro per avere coscienza delle nostre radici e dell’inizio dell’industrializzazione in Italia.
Ecco appunto, dalle industrie che aprono a quelle che chiudono o almeno sono a rischio chiusura come l’Ilva di Cornigliano. Tre giorni di sciopero che hanno subito conquistato le prime pagine dei giornali nazionali e non e i collegamenti televisivi dei telegiornali, ma anche delle principali trasmissioni da lunedì a mercoledì. Una protesta comprensibile, in mille seicento rischiano il posto di lavoro, che di fatto ha spaccato in due la città impedendo di raggiungere il ponente dal levante e viceversa nei primi due giorni di sciopero con gente, molta bloccata in auto sulla Sopraelevata, impossibilità tata a raggiungere il proprio posto di lavoro che ha sfogato su Internet la propria rabbia.
Naturalmente l’inquietudine comprensibile degli ostaggi imprigionati in auto o bloccati nella loro zona di appartenenza, per una curiosa regola del giornalismo italico, è passata in secondo piano rispetto alla legittimità della protesta operaia targata Fiom. Come se ci fossero lavoratori di serie A e di serie B e le esigenze dei secondi debbano sempre soccombere di fronte a quelle dei primi, in questo caso i metalmeccanici, una volta considerati le arroganti avanguardie della classe operaia. Già, la classe operaia in odore di paradiso. Titolo famoso di un vecchio film ormai superato dalla storia.
Eppure per uno come Diego Bianchi, nome di battaglia “Zoro“, conduttore di Gazebo, trasmissione del giovedì su Rai tre, il canale che Renzi vorrebbe spianare, pare che il tempo si sia fermato. Dopo un giorno e mezzo parte per Genova. Arrivo al Colombo in tarda serata, primo contatto con gli operai dell’Ilva che dormono in fabbrica e appuntamento per la mattinata quella di mercoledì mattina con corteo che dopo mille peripezie, fra blocchi, testa a testa operai-poliziotti, posteggio dei mezzi pesanti, gesti simbolo della funzionaria di Ps che si toglie il casco e stringe la mano di un lavoratore, finalmente approda in Prefettura per sugellare un accordo. Un filmato,quello trasmesso su Rai tre, di stampo “sovietico” tutto incentrato sugli operai, sul loro caso, per giunta messo in onda giovedì sera al termine di tutta la vicenda, senza alcun riferimento ai tweet di protesta di tanti cittadini imbottigliati in auto mercoledì e nei giorni precedenti. Tanti lavoratori ostaggio di pochi. Ma la vecchia immagine della fabbrica al centro della rivoluzione anche in questo caso è salvo.
Un respiro della storia di cui teniamo conto, distorcendone di volta in volta il significato, più per senso di comodo che per l’esigenza di non ripetere errori da cui sono state originate orribili tragedie. E mi si permetta, nonostante la delicatezza della materia di prendere qualche distanza dallo spirito distorto con cui molte reti televisive hanno affrontato la settimana della memoria plasmando palinsesti che prevedevano una raffica di film, anche in una giornata sola e per sette giorni, sul tema della deportazione, dello sterminio e dei campi di concentramento. Quasi che, per uno strano meccanismo commercial-consumistico anche il tema ebraismo e shoa potesse vendersi come si trattasse di una festa degli innamorati o della donna, della mamma o del papà, di un Natale piuttosto che di un qualunque Halloween. Negli ultimi tempi Papa e Cardinali hanno ammonito fedeli e non contro l’eccesso di commercializzazione di eventi che dovrebbero essere affrontati con altro spirito. La stessa cosa vale per uno scempio umano come lo sterminio degli ebrei e l’intolleranza razzista e religiosa. Temi che dovremmo affrontare e dovrebbero essere dentro di noi ogni giorno e non marginalizzati per una settimana soltanto co un ciclo di dibattiti e di film. E per il resto dell’anno nulla più. Ma con buona pace della nostra coscienza.
Max Turbatore


Devi effettuare l'accesso per postare un commento.