Omicidi irrisolti: il delitto del cioccolatino

È la mattina del 17 febbraio 1987, un telefono squilla vanamente da tre giorni in un appartamento di via Colombo, una delle principali traverse di via S. Vincenzo a Genova. All’altro capo del telefono un nipote in ansia perché è da tre giorni che la zia non risponde. Decide di rompere ogni indugio e si reca dalla sua abitazione, al numero 11, al terzo piano, aprendo con le chiavi che la stessa donna gli aveva lasciato per ogni evenienza. L’uomo entra e trova la vecchia zia riversa a terra, un cordino per stendere la biancheria girato sul collo e delle strane macchie di vernice verde spray.

La scena esemplare di un omicidio. La polizia indaga ma inutilmente, Maria Maddalena Berruti questo è il nome della vittima, era un’anziana di 82 anni dalla vita riservata, addirittura appartata, poche parole con i vicini e con i commercianti del Mercato Orientale poi un pesante velo di silenzio oscurava ogni particolare. Quella donna, però, nascondeva una storia drammatica e sconvolgente. Per scoprirla bisogna fare un salto temporale di 50 anni e risalire al 1937. È una Genova diversa quella in cui Maria Maddalena Berruti, una bella donna, risale via XX Settembre, con un elegante vestito rosso e ornata di bei gioielli, guardando le vetrine. È sposata con un marittimo e ha una figlia di 10 anni, si chiama Irma, Irma Celle. È una anno prima della promulgazione delle leggi razziali da parte di Mussolini che in quel “pacchetto di riforme”, come si direbbe ora, inserisce anche la pena capitale per i delitti più gravi, come l’omicidio.

La donna è spesso sola per via del lavoro del marito e pur irreprensibile nel suo comportamento, ama chiacchierare e le amicizie. Conosce due giovani Guido De Grandis e Mario Fulpiani, entrambi studenti universitari e amanti della bella vita, ma squattrinati. Entrambi senza scrupoli. La loro conoscenza con la donna è stata calcolata, solo apparentemente casuale, sanno che Maria è sola in casa e sono decisi ad impadronirsi dei suoi gioielli e dei suoi soldi. Escogitano uno stratagemma: nella farmacia del padre di De Grandis iniettano della strichinina in un cioccolatino. Il piano è di offrirlo alla donna per farle perdere coscienza e agire indisturbati nel suo appartamento.

Qualcosa però non va secondo i piani perché una volta offerto il dolce alla donna questa non lo mangia, ma lo ripone nella sua borsetta. La sera stessa lo dona alla figlia Irma. L’esito è letale, se per una donna adulta quella quantità avrebbe provocato un forte mancamento per una bambina di 10 anni non ci sono speranze e infatti, la bimba muore. Maria ricostruisce ciò che è successo e individua gli assassini. Una giornata di ricerche spasmodiche per la città poi rintraccia gli assassini e li fa arrestare.

I due non impiegano molto a confessare ciò che è accaduto. Il processo si svolge in una chiesa sconsacrata di via SS Giacomo e Filippo, le udienze avvengono sempre di fronte a un pubblico numerosissimo, tanti curiosi che vogliono assistere alla messa in scena della tragedia di Maria e scrutare i volti dei due assassini. È un fatto che sconvolge Genova. La prima teste è proprio lei, quella madre che non riesce a perdonarsi di aver offerto a sua figlia il cioccolatino avvelenato, che le sue mani possano aver provocato la morte dell’amata figlia. I due evitano per un soffio la pena di morte con una condanna a vent’anni di carcere. De Grandis, nel corso della guerra, detenuto nel carcere di Saluzzo, riesce a fuggire grazie a un bombardamento alleato che apre un varco nella sua prigione. Non riesce però ad avere pace per la sua colpa e si costituisce dal suo avvocato. Vittima di un rimorso atroce si impiccherà in cella. Il suo compare Fulpiani sconterà, invece, tutti i vent’anni e riuscirà ancora a sposarsi e ad avere dei figli ma un infarto lo stroncherà nel 1986, un anno prima dell’omicidio della donna.

La Polizia, dopo la scoperta di questa tragica storia, dovrà prendere atto che non c’è un legame con la misteriosa morte della donna che rimane un mistero. In città si fanno mille congetture ma nessuna pista è concreta. Il fascino macabro della triste vicenda di Maria toglie quasi visibilità al suo omicidio e dopo un po’, in assenza di un qualsiasi indizio, le indagini si fermano. Devono passare 18 anni quando un giorno di primavera alla parrocchia di S. Benedetto al Porto qualcuno chiede di confessarsi a Don Andrea Gallo: è l’omicida. L’uomo frettolosamente si dichiara pentito e chiede l’assoluzione; si era trattato di un tentato furto sfociato nella violenza. Don Gallo lo assolve guardandolo uscire dalla chiesa e perdersi nella notte con la sua identità e i suoi misteri.

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