Caldo, i rider contestano lo stop senza compensazioni: a Genova la protesta arriva in piazza

Per il Si Cobas la tutela dal caldo non può tradursi automaticamente in giornate senza guadagno. Nel mirino anche paghe, modalità delle ordinanze e assenza di un confronto preventivo con chi lavora nelle consegne

Il problema, per i rider, non è soltanto stabilire quando faccia troppo caldo per lavorare. Il punto è capire chi paga il conto quando le consegne vengono fermate. È attorno a questa domanda che si è sviluppata la protesta organizzata oggi a Genova, dove alcuni lavoratori del food delivery sono scesi in piazza per chiedere che alle limitazioni imposte durante le giornate di allerta venga associata una tutela economica.

La linea portata avanti dal Sindacato intercategoriale Cobas è che non possa essere il singolo rider ad assorbire interamente il costo di una sospensione decisa per ragioni di salute e sicurezza. In altri comparti particolarmente esposti alle temperature elevate esistono strumenti che consentono di interrompere l’attività senza perdere completamente il reddito. Secondo il sindacato, una soluzione analoga dovrebbe essere studiata anche per chi effettua consegne a domicilio.

Il nodo è reso ancora più evidente dalla struttura stessa del settore. Molti rider lavorano come autonomi e vengono remunerati in base agli ordini portati a termine. Se le consegne si fermano, quindi, non arriva alcun compenso. Una situazione che, secondo il Sindacato intercategoriale Cobas, rende insufficiente una misura che si limiti a vietare o ridurre il lavoro nelle ore più calde senza prevedere contemporaneamente una copertura economica.
A Genova il bacino dei lavoratori impiegati, con diversa continuità, nelle consegne a domicilio viene stimato tra le 400 e le 600 persone. A rendere particolare il lavoro nel capoluogo ligure c’è anche la conformazione della città, con continui dislivelli e percorsi in salita che aumentano lo sforzo fisico soprattutto nelle giornate caratterizzate da temperature e umidità molto elevate.
La protesta mette però in discussione anche il modo in cui sono state costruite le recenti limitazioni. Una parte delle disposizioni ha distinto tra chi utilizza biciclette tradizionali e chi lavora con mezzi a pedalata assistita. Proprio quest’ultima modalità sarebbe largamente diffusa tra i rider genovesi e, secondo il Sindacato intercategoriale Cobas, la distinzione finisce per lasciare fuori una parte consistente dei lavoratori che pure continuano a operare nelle stesse condizioni climatiche.
Da qui la richiesta alle istituzioni e alle società del settore di cambiare approccio. Il sindacato chiede che i rider vengano coinvolti prima dell’adozione di nuove ordinanze, in modo da costruire provvedimenti che tengano insieme sicurezza, effettive modalità di lavoro e tutela del reddito, anziché intervenire soltanto quando l’emergenza è già in corso.
Il presidio ha riportato in primo piano anche la questione delle paghe. Tra le testimonianze raccolte in piazza c’è quella di chi riferisce compensi di circa 3,30 euro per singolo ordine, cifra considerata insufficiente rispetto ai tempi, alle distanze e alla fatica necessaria per effettuare una consegna in una città come Genova.
Per il Sindacato intercategoriale Cobas, quindi, l’ondata di calore sta facendo emergere un problema più ampio che riguarda il modello di lavoro delle piattaforme. Se le estati continueranno a essere caratterizzate da temperature sempre più elevate, le sospensioni per ragioni sanitarie potrebbero diventare più frequenti. La richiesta è che la protezione dal caldo non si trasformi, per chi vive di consegne, in una nuova forma di perdita di reddito.
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