diritti e sociale 

Gaslini in prima linea ad Amman, salvati dieci bambini con gravi cardiopatie: missione tra guerra, allarmi e speranza

Si è chiusa con un bilancio positivo la quinta missione del team di cardiochirurgia pediatrica dell’istituto pediatrico in Giordania. In cinque giorni sono stati operati dieci bambini provenienti da Gaza, Cisgiordania, Siria e campi profughi giordani. Tutti sono sopravvissuti. Ora si lavora a un programma stabile per garantire evacuazioni e cure continue ai piccoli pazienti più fragili

Dieci bambini salvati, cinque giorni di lavoro ininterrotto, un ospedale nel cuore di una regione attraversata dalla guerra e allarmi antiaerei che risuonavano decine di volte al giorno. È il bilancio, insieme clinico e umano, della quinta missione del team di cardiochirurgia pediatrica dell’Istituto Giannina Gaslini ad Amman, in Giordania, dove i medici genovesi sono intervenuti su piccoli pazienti colpiti da gravi cardiopatie congenite e provenienti da alcuni dei contesti più fragili del Medio Oriente.

La missione si è svolta all’ospedale Al Khalidi di Amman, all’interno di un programma che offre trattamenti chirurgici a bambini profughi che, senza questo canale sanitario, non avrebbero possibilità di accedere alle cure. In un Paese che ospita oltre tre milioni di rifugiati da diverse aree del Medio Oriente, il lavoro del Gaslini si è inserito in una rete umanitaria sostenuta anche da Gift of Life Amman e Gift of Life New York. Il risultato finale è di quelli che pesano: dieci pazienti tra i due mesi e i quindici anni sono stati trattati con successo, tutti sono sopravvissuti, tutti sono usciti dalla terapia intensiva e alcuni hanno già potuto fare ritorno a casa.

I bambini arrivavano da Gaza, dalla Cisgiordania, in particolare da Ramallah, dalla Siria e dai campi profughi presenti in Giordania. Le patologie affrontate erano molto serie, tra queste anche la tetralogia di Fallot e la coartazione aortica. Il dato clinico, da solo, basterebbe a spiegare la portata della missione. Ma a renderla ancora più significativa è stato il contesto in cui si è svolta, segnato da una situazione geopolitica instabile e da condizioni di sicurezza estremamente delicate.

A sottolinearlo è stato Francesco Santoro, responsabile del Team Missioni cardiochirurgiche internazionali del Gaslini, che ha spiegato come la settimana sia stata fortemente condizionata dall’escalation nell’area. «Abbiamo lavorato per tutta la settimana con gli allarmi antiaerei e antimissili attivi decine di volte al giorno», ha raccontato, spiegando che la tensione ha inciso sia sul reperimento dei pazienti, non sempre raggiungibili o disponibili nonostante fossero già stati selezionati nelle missioni precedenti, sia sulla sicurezza stessa del gruppo di medici e infermieri impegnati ad Amman.

Il valore dell’intervento è stato rimarcato anche dall’assessore regionale alla Sanità Massimo Nicolò, che ha definito la missione del Gaslini «un esempio straordinario di eccellenza clinica e di impegno umanitario» in uno dei teatri più complessi del mondo. Per Massimo Nicolò, riuscire a salvare dieci bambini affetti da cardiopatie congenite in condizioni di guerra rappresenta un motivo di orgoglio per tutta la sanità ligure e conferma il ruolo della Liguria nella cooperazione sanitaria internazionale.

Il nucleo operativo partito per la Giordania era formato da professionisti del Gaslini e dell’ospedale di Massa, affiancati da colleghi palestinesi provenienti da Ramallah e Nablus. Per l’istituto genovese erano presenti i cardiochirurghi Francesco Santoro ed Elena Ribera, la cardiologa Andreea Alina Andronache, l’anestesista rianimatrice Maria Mininni, insieme a Riccardo Moschetti, già responsabile della terapia intensiva di Massa, e ad Hasan Emar, anestesista di Ramallah. A completare la squadra, sul fronte infermieristico, Giada Boggi e Ziad Kokhon. Una composizione che racconta bene la natura internazionale e cooperativa di questo tipo di missioni, costruite sulla condivisione di competenze tra professionisti di Paesi diversi.

L’attività ad Amman, però, non si esaurisce negli interventi appena conclusi. Anzi, uno degli aspetti più rilevanti di questa trasferta riguarda proprio il futuro. La missione, infatti, ha posto le basi per un programma strutturato di evacuazione e trattamento di bambini con cardiopatie congenite provenienti da Gaza verso la Giordania. Con il sostegno di diverse organizzazioni non governative internazionali e delle autorità giordane, è in fase di definizione un protocollo d’intesa pensato per dare continuità a questo canale sanitario. L’obiettivo è passare dalla risposta emergenziale a un meccanismo più stabile, capace di garantire accesso alle cure anche nei casi più complessi.

Il ritorno del team ad Amman è già stato fissato per ottobre 2026. È una data che segna la volontà di non interrompere un percorso avviato anni fa e soltanto rallentato, ma non cancellato, dagli eventi dell’ultimo biennio. Il programma era partito nel 2019 e ha subito una frenata dopo il 7 ottobre 2023, ma il Gaslini ha continuato a mantenere un presidio attivo nell’area. Quella appena conclusa è la quinta missione in Giordania, mentre prima del 7 ottobre il Team Missioni cardiochirurgiche internazionali aveva già realizzato cinque missioni a Gaza e quattro a Ramallah. Ad oggi, ha ricordato Francesco Santoro, sono oltre cento i pazienti trattati durante queste attività.

Lo stesso Francesco Santoro ha spiegato che il programma era stato pensato inizialmente per utilizzare strutture sanitarie palestinesi a Ramallah e a Gaza, mantenendo però una base operativa ad Amman per rivolgersi ai profughi siriani e palestinesi presenti nei campi della regione. Oggi, per evidenti ragioni di sicurezza, l’attività si è concentrata sulla capitale giordana. Ma l’idea resta quella di continuare a costruire un corridoio sanitario che permetta di evacuare i piccoli pazienti palestinesi e portarli in Giordania per gli interventi, sempre che le condizioni logistiche e il conflitto in corso lo rendano possibile. Parallelamente, il team continua a seguire anche i propri programmi in Iraq, nel Kurdistan iracheno, dove è previsto un nuovo rientro a giugno.

L’impegno internazionale del Gaslini nel conflitto mediorientale, del resto, non nasce oggi. Sotto l’egida del Governo italiano e del Ministero della Salute, dal 2024 l’ospedale pediatrico genovese ha coordinato diverse operazioni sanitarie a favore dei bambini palestinesi coinvolti nella guerra. Nello stesso ospedale di Genova sono stati accolti e curati finora 26 piccoli pazienti palestinesi, compresi alcuni arrivati il mese scorso con gravi patologie cardiache.

La prima équipe impegnata nelle operazioni di triage e organizzazione dei trasferimenti dalla Striscia di Gaza era partita per l’Egitto il 18 gennaio 2024. Quel gruppo, coordinato da Andrea Moscatelli, responsabile del Dipartimento Emergenza e Accettazione e dell’Unità operativa complessa di Terapia intensiva neonatale e pediatrica, aveva seguito la logistica sanitaria dei trasferimenti in collaborazione con l’Aeronautica militare, organizzando il viaggio verso il Gaslini e altri tre ospedali italiani di bambini in condizioni critiche.

Successivamente, l’istituto ha inviato anche altre équipe multidisciplinari negli Emirati Arabi Uniti per eseguire interventi complessi. Nei primi mesi del 2024 un team della Neurochirurgia del Gaslini, coordinato da Gianluca Piatelli, ha operato diversi piccoli pazienti palestinesi con urgenze neurochirurgiche. Ad Abu Dhabi, invece, una missione congiunta tra il Gaslini e l’Azienda ospedaliero-universitaria Meyer di Firenze ha consentito di intervenire su bambini feriti dal conflitto con situazioni ortopediche molto complesse. Per il Gaslini, in quel caso, faceva parte del gruppo anche Giorgio Marrè Brunenghi, già direttore dell’Ortopedia dell’Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico Gaslini.

La missione appena conclusa ad Amman, dunque, non è solo una buona notizia sanitaria. È anche la conferma di una presenza italiana che, dentro uno scenario devastato dalla guerra, prova a tenere aperto uno spazio di cura, continuità e dignità. In mezzo ai bombardamenti, alle frontiere instabili e ai percorsi sanitari interrotti, dieci bambini con il cuore malato hanno trovato una possibilità concreta di sopravvivere. E per molti altri, da oggi, quella possibilità potrebbe diventare qualcosa di più stabile di una missione: un programma vero, costruito per non lasciarli soli.


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