Facce de Zena 

«Quella maglia del Celtic e il sorriso gentile»: il ricordo di Carlo Besana per Giampiero Garrido, morto ieri a 30 anni sul campo di calcio

Aveva 30 anni, moglie e tre figli, il più piccolo di circa un anno. Carlo Besana, presidente onorario del Circolo Arci Pianacci, lo ricorda partendo da una foto del 2005 alla “Ceppions League” del Cep: un ragazzino garbato con addosso la maglia biancoverde del Celtic e il numero 7 di Larsson. Vent’anni dopo, quella passione per il pallone non l’aveva mai lasciato

Ci sono ricordi che non arrivano come un fulmine, ma come una fotografia. Una di quelle che restano lì per anni, archiviate tra centinaia di scatti, finché un giorno – per caso, o per destino – tornano a bussare alla porta con una forza che non ti aspetti. È così che Carlo Besana, presidente onorario del Circolo Arci Pianacci, racconta di aver ritrovato Giampiero Garrido: non in una cronaca, ma in un volto.

Gianpiero è il ragazzo morto ieri durante una partita di calcetto. Aveva 30 anni (non 35, come era circolato nelle prime ore) e lascia una famiglia giovane e spezzata: moglie e tre figli, il più piccolo di circa un anno. E proprio mentre Genova provava a capire cosa fosse successo su quel rettangolo verde, Besana si è ritrovato a scorrere le immagini della Ceppions League, il torneo del Cep che al Pianacci ha visto crescere generazioni intere.

“Mi capita spesso di sfogliare, anche con un pizzico di commozione, le centinaia di foto dell’imponente archivio delle varie edizioni della Ceppions League, alla ricerca di volti gioiosi di ragazzini ora diventati adulti”, scrive. A volte li riconosce subito, a volte no: gli anni passano, i nomi si confondono, i volti cambiano. Ma poi arriva una telefonata, un messaggio, un dettaglio che accende tutto. “Stamane l’amica Maria Luisa Magri mi ha informato che una notizia di cronaca riguardava proprio uno di quei ragazzini di vent’anni fa”.

Estate 2005: il torneo, le magliette “solidali” e quella divisa che spiccava su tutte

Besana ricostruisce quel momento come se lo avesse davanti. Estate 2005, campetto del Circolo Arci Pianacci, Ceppions League in pieno svolgimento: “una sorta di Champions League del Cep”. Un’edizione speciale, dedicata alla solidarietà, con le squadre che indossano magliette legate a organizzazioni come Emergency, Assefa, Amref, bottega solidale. Un “guazzabuglio di colori”, perché i partecipanti sono tanti, le magliette non bastano, alcune si perdono. Ma in mezzo a quel caos allegro ce n’è una che spicca, pulita, riconoscibile, impossibile da confondere.

È la maglia del Celtic di Glasgow: “a strisce bianco verdi orizzontali”. Sul retro il numero 7 e un nome: Larsson. Henrik “Henke” Larsson. E quella maglia – scrive Besana – la indossa un ragazzino “sempre garbato”, con un orgoglio silenzioso che oggi diventa quasi struggente.

“Come non ricordare quel ragazzino, sempre garbato?”, racconta. È un ricordo che non ha bisogno di eroismi: basta un dettaglio, un modo di stare in mezzo agli altri, un’educazione naturale, un sorriso che ti resta in mente anche se non lo incroci per anni.

Vent’anni dopo: la vita, la famiglia e la passione rimasta intatta

Il racconto fa un salto. Quel ragazzino è diventato uomo, non vive più al Cep, ha costruito una famiglia. Non è diventato Larsson, non ha fatto il calciatore professionista, ma il calcio è rimasto: “la passione è rimasta intatta, e ogni tanto la sera si ritrova con i suoi amici a giocare a calcetto”.

Ed è qui che la memoria diventa ferita. Perché proprio durante una di quelle partite “normali”, quelle che si fanno per staccare la testa e sentirsi ancora leggeri, Gianpiero si accascia improvvisamente. Besana intreccia il destino con un’immagine lontana: alla stessa ora, a centinaia di chilometri, il Celtic festeggia un pareggio europeo. Qui, invece, gli amici chiamano i soccorsi. E il tempo si ferma.

“Il cuore di Giampiero Garrido, il ragazzino che vent’anni fa esibiva con orgoglio quella prestigiosa maglia, si è fermato improvvisamente proprio su un campetto da calcio”, scrive. Poi una frase che stringe lo stomaco: “un rettangolo verde sul quale da ragazzino corri inseguendo i semplici sogni di tutti, ed un rettangolo verde sul quale, da adulto, la corsa della vita si interrompe improvvisamente”.

“Chissà se lassù potrà indossare ancora quella maglia”

Il ricordo di Besana si chiude con una visione quasi tenera, una carezza nel dolore: immaginare Gianpiero su “grandi praterie verdi”, con addosso ancora quella maglia a strisce bianche e verdi, il numero 7, il nome Larsson. Non è retorica: è il modo umano di dire che un ragazzo non è solo la fine improvvisa di una sera, ma anche tutte le immagini che si porta dietro, le cose semplici che lo definivano, i sogni di quando aveva dieci anni e correva senza pensare a nulla.

E forse il senso più profondo di questo ricordo sta proprio lì: nel fatto che una vita, anche quando si interrompe troppo presto, continua a esistere nei dettagli che ha lasciato negli altri. Una maglia, un torneo di quartiere, un volto gentile. E l’eco di un campo che, per chi resta, non sarà più solo un campo.


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