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All we need is love (Il mito di Shakespeare al cinema)

di Mauro Traverso*

Nel 400esimo anniversario della scomparsa di William Shakespeare si sono dipanate in gran numero le solite, ineffabili ricerche delle solite, ineffabili Università americane.
Tutte le questioni storiche/linguistiche/teatrali/etimologiche sono state lasciate, si pensa per rispetto dinastico, alle Università inglesi. I nipoti americani si sono invece occupati delle conseguenze novecentesche del Bardo, di quanto ne esista ancora nella società d’oggidì, di quanto l’abbia influenzata, di quanto si parli ‘shakespeariano’ oggi.
Qui giunge il momento di dire che i lettori di questa rubrica non devono preoccuparsi: non saranno pubblicati qui i risultati di queste ricerche. Ce ne interessa solo un dato, tra i mille che ne sono stati resi noti: William Shakespeare è, per distacco, lo sceneggiatore più prolifico del cinema mondiale, avendo scritto di suo pugno i dialoghi di migliaia di riduzioni cinematografiche in giro per tutto il pianeta. Se poi si entra nel merito di quante ne abbia influenzate senza avere il nome nei titoli di testa allora il numero diventa incalcolabile, ‘tendente ad infinito’, scrivono, non senza ironia, i redattori della ricerca fatta da Berkeley, non a caso famosa nel mondo per gli studi matematici e fisici. Vengono lì definiti ‘di chiara derivazione shakespeariana’, per esempio, il Capitano Picard dell’Enterprise, il dilemma della Forza in Star Wars (lato buono contro lato oscuro), le ricadute tragiche di padre in figlio della saga del Padrino, tutte le ricostruzioni cinematografiche all’omicidio Kennedy. Buttarla ogni tanto sul pop, si sa, alza il gradimento anche al rigore scientifico delle ricerche universitarie. Il che non toglie che sia tutto vero, intendiamoci.
Intervistato sull’argomento, Sir Ian McKellen, attore che su Shakespeare ha tenuto lezioni in quasi tutte le Università conosciute di lingua anglosassone, ha risposto con la sicurezza di chi pianta gli ultimi due chiodi alla fine del lavoro: – Mr McKellen, perché pensa che Shakespeare sia lo sceneggiatore più frequentato dal cinema, americano e non solo?-, – Cheap and talented – (Poco costoso e di talento). Essendo Ian Mc Kellen inglese, c’è da scommettere che abbia anche voluto piantare gli ultimi due chiodi sulla bara della creatività di Hollywood, tra l’altro.
Fatto sta che però, e proprio quest’anno, il cinema non abbia mantenuto le promesse riguardo al suo migliore autore. Ne aveva fatte molte, e di pregio, per commemorarlo come si deve ma, almeno fino ad ora l’unica trasposizione cinematografica arrivata sugli schermi quest’anno è il Macbeth con Michael Fassbender ( giudizio critico: bene ma non benissimo ), pur essendo un film datato 2015.
Si è così preso interamente la scena il teatro vero e proprio, mandando sul grande schermo, grazie alla Nexo Digital, le riprese live di spettacoli messi in scena da enti culturali legati da sempre a doppio filo con le rappresentazioni di Shakespeare: ha cominciato il National Theater di Londra, con l’Amleto recitato da Benedict Cumberbatch (giudizio critico: un eccellente spettacolo teatrale filmato male. Sempre bravissimi gli attori) ed è arrivato quest’autunno il turno del Garrick Theater, prestigiosa costruzione teatrale, sempre londinese, che ha trovato nell’anniversario anche i fondi per il restauro dei suoi preziosi palchi in legno ottocenteschi, tornati a splendere nella storica sede di Charing Cross Road, nel West End. a due passi da Trafalgar Square. Le scelte artistiche sono state messe nelle buone mani di Kenneth Branagh e della sua compagnia teatrale: hanno appena portato nelle sale A winter’s tale, e, non potendo più chiedervi di andarlo a vedere al cinema, sono qui a scrivervi di vederlo comunque, prima o poi, con un mezzo o con un altro, con il computer o con la televisione, appena sarà possibile.


I motivi non sono strettamente cinematografici: ripeto che si tratta di teatro filmato ed è dunque legittimo avere le aspettative (estetiche, emotive, drammaturgiche) che si hanno a proposito di una prima teatrale. Certo c’è una macchina da presa che riprende il tutto e non mancano, ogni tanto, gli strumenti tipici del cinema impossibilitati al palcoscenico: ci sono i primi piani, i controcampi, l’uso del montaggio, quello dello zoom, tutti esercitati con tale rispetto della scena, qui, da non essere quasi notati nel risultato finale, che è quello, coerente con l’intento iniziale, di far vedere la commedia ( quasi ) come la vedrebbe uno spettatore seduto in poltrona al Garrick. I motivi sono di sostanza drammaturgica, verrebbe da scrivere di qualità emotiva, del come e del perché le parole e le trame di questo signore ci fanno ancora oggi venire la tachicardia da 400 anni fa, seduti in un cinema, alla fine di una giornata di lavoro, ognuno con i propri guai nella testa, parlando d’amore. ( esiste un soggetto più reietto, più maltrattato, più sputtanato di questo, oggi? )
Sul perché razionale di come ciò accada questa rubrica non ha titolo a parlare: ne hanno scritto le migliori menti critiche dell’Umanità, figurarsi. Qualunque lettore interessato può facilmente digitare ‘saggi su Shakespeare’ su Google e schiacciare il tasto Enter. Buona Fortuna, nel caso: avete davanti un Mondo ancora in Piena Fioritura, usatelo bene.
Sul perché emotivo, ecco, invece, da qui, una cosa si può provare a fare: scrivere come ci si sente.
Beh, qui ci sente rossi di rabbia per tutto il primo atto, come la scenografia. Rossi di rabbia perché sta per arrivare la Tragedia, e nessuno di noi potrà fare niente per impedirlo. Stupida gelosia, sempre a rovinare anche le meglio cose, una vita da Re, la bellezza di una Regina, l’affetto della Corte intera. Un primo atto che, seppure scritto da un uomo, applica fino a nefaste conseguenze la stupidità maschile, l’infantilità dell’orgoglio, il mescolarsi di vizi privati in pubbliche catastrofi. il mutarsi di una Democrazia Famigliare in una Tirannia del Matrimonio, in una Prigionia della Donna Perduta ( che poi, perduta non lo è stata mai, va da sé ). E, se si consente una battuta, senza parlare mai di femminicidio.
E poi un secondo atto dove invece si sta sereni come in campagna: del resto in campagna si è, e in quella di Boemia, tra l’altro. La figlia perduta del matrimonio finito in tragedia lì viene portata e lì vive adesso. Sono passati 16 anni nel frattempo. Sono passati, in realtà, i 20 minuti di pausa tra un atto e l’altro, ma se Judi Dench vi dice che sono passati 16 anni voi le credete, fidatevi. Anche non l’avesse scritto il Bardo in persona. Si canta, si balla, ci si corteggia che è una bellezza: entra in scena tutto l’armamentario, così caro a Shakespeare, dei contadini, dei lestofanti, dei fools, delle ballate, tutto l’umore dello stare al mondo come si può, quando si può, magari anche nell’ignoranza, magari anche nello sporco. E da lì, da tutto quell’Amore danzato, abbracciato, detto, gesticolato, impedito ma non vinto, travestito e fuggiasco, piano piano, si dipana il filo. L’Amore torna a casa ( non sto a spiegare meglio per non fare troppi spoiler a chi non avesse mai neanche letto il testo ) e, devo scriverlo a questo punto?, vince sulla Morte.
Ora: voi a un tipo di materiale come questo potete credere oppure no, naturalmente. Potete giudicarlo eterno o irrimediabilmente datato. Potete lasciarvi andare, soluzione consigliata, o lasciar andare, invece, il vostro cinismo. L’uso stesso della parola ‘lestofante’, per esempio, o di ‘violaciocca’, ha reso cinico me, in altre occasioni, se è lecito l’uso di un esempio personale.
Ma con le parole del vecchio Will c’è sempre questa questione, sul fondo di un suo qualsiasi lavoro: a dar troppo retta ai tempi non saranno i miti ( intesi come ‘le persone miti’ ) ad ereditare la Terra. Saremo invasi, invece, da specie infestanti come i femminicidi, appunto, o le ‘voluntary disclosures’ mascherate da condono. E allora, non so voi, ma io preferirei lasciar loro combattere quanto vogliono per il controllo dello schifoso Mondo Reale.
Questa rubrica sta con Shakespeare: saranno i Miti ( le Storie ) a ereditare la Terra. Raccontandola.

Prossimo appuntamento il 29 e il 30 novembre, per l’uscita di Romeo e Giulietta, sempre dalla Branagh Company.

*critico cinematografico

Mauro traverso cinema definitivo

 

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