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Cinema, Cafe society di Woody Allen: la vita è un sogno ipocrita (Hollywood vs New York )

di Mauro Traverso*

Quelli che state per leggere sono tutti inizi di recensione riguardanti Cafe society, l’ultimo film di Woody Allen:
‘Implacabile, Woody Allen confeziona e diffonde ogni anno una sua commedia cinematografica…’
‘Giunto al quarantasettesimo lungometraggio in cinquant’anni tondi di carriera, Woody Allen torna ancora in un posto in cui è andato spesso, nel corso del tempo: la Hollywood classica degli anni ‘30…’
‘C’è ancora la famiglia ebraica, nonostante un ricco e fantasmagorico coro di personaggi di contorno, al centro della nuova commedia di Woody Allen…’
‘Con Woody Allen siamo alle solite: hai già visto tutto più e più volte, se ne hai seguito la carriera, eppure…’
Gli autori dei passi riportati, tra i quali un maestro della recensione come Goffredo Fofi, mi perdoneranno se uso un loro stralcio in maniera così dozzinale: tutti questi articoli, tra l’altro, finiscono per parlare in maniera positiva del film, anche se con argomenti diversi. L’averli qui assemblati uno in fila all’altro mi pare dimostri tuttavia un sentimento piuttosto comune, da diversi anni, verso il cinema di Woody Allen, sentimento che si raccoglie facilmente anche tra le chiacchiere dei semplici appassionati, quando in un qualunque discorso sul cinema cominciano a comparire i suoi titoli, sentimento che qui chiameremo ‘malcelata sopportazione’.

cafe-society
Intendiamoci: i fatti linearmente estesi dai ‘colleghi di penna’ sono tutti veri. Sono proprio quarantasette i lungometraggi, sono proprio gli anni ‘30 quelli del film, che per la verità si svolge anche a New York e non solo a Hollywood, e sì, la vicenda nasce e torna dentro l’alveo di una famiglia ebraica newyorchese, che brontola molto, ogni tanto esclama qualcosa in yiddish, mette in piedi discussioni teologiche sull’aldilà, regala perle di saggezza popolare ( ‘Vivi ogni giorno come fosse l’ultimo: prima o poi ci azzecchi’ ), tiene al suo interno fuorilegge e professori, sognatori e gangsters, mamme con la retina sui capelli e figli con il mitra tra le mani. Siamo dunque, tanto per dare delle coordinate conosciute all’interno della stessa filmografia alleniana, più o meno all’incrocio tra La rosa purpurea del Cairo e Pallottole su Broadway, L’incontro/scontro tra sogno e realtà, immaginazione e vita vera, assume in Cafe society le trama di un viaggio tra New York e Hollywood, secondo una rodatissima dicotomia alleniana in cui la rude, fredda, cinica New York finisce sempre per essere preferibile alla dorata Los Angeles ( anche in termini di illuminazione: Vittorio Storaro non ha risparmiato una singola lampadina per farcelo vedere meglio ), tanto più elegante ma, soprattutto, tanto più fasulla. Tanto più portatrice di sogni ( cinema, star, amore ) quanto più lontana da casa ( realtà, vita, matrimonio ).
Dentro a questo meccanismo di continua andata e ritorno, essenzialmente comico, come fu già anche in Io e Annie, Allen prova mettere un granello di sabbia: l’ipocrisia ( sociale, morale, sentimentale ). Tutti i protagonisti principali mentono, prima o poi, nel film: si lasciano tutti sedurre dalla bella vita senza alcun rimpianto finale, dopo averla pure osteggiata più volte, a parole e buone intenzioni, durante il corso della storia. Perfino il personaggio del fratellone gangster diventa cattivo, agli occhi della famiglia, per essersi convertito al cristianesimo prima di morire, non già per essere stato un pluriomicida in allegria, qualche volta su comico mandato della famiglia stessa.
Sceglie quel granello ma decide, infine, come di perdonare i suoi personaggi: i due giovani protagonisti conquistano entrambi la bella vita desiderata senza apparente sforzo morale, ma Allen li lascia impuniti e danzanti alla loro confusione etica, così elegante e superficiale, che ha tutto l’aspetto etereo di un sogno ( Vittorio Storaro non ha risparmiato neanche una lampadina perché lo capissimo ).
E dunque, come avete appena letto, se conoscete appena un po’ il cinema di Woody Allen, i colleghi hanno pur ragione: è tutta roba che abbiamo già visto, in fondo. E però…
Però, allora, qualcuno mi spiega da dove viene tutta quella leggerezza nel raccontare? È solo imitazione delle sophisticated comedies degli anni ‘30? Solo una citazione del tocco di Lubitsch? Oppure, che so, di quello di Wilder? Naturalmente può essere: sia Lubitsch che Wilder sono sempre stati due stelle polari, nel modo di girare, per le commedie di Allen. Ha da loro imparato la leggerezza, appunto, come giusta distanza, anche morale, dalle cose e dalle storie. Altre volte ha dato a questa leggerezza sembianze drammatiche, tragiche addirittura, lasciando che l’assenza di una punizione suonasse come un’infamia del destino ( citiamo Crimini e misfatti e, con questo tema, direi che siamo a posto. Ma anche in Match point, per esempio, non è che si scherzasse, a proposito ). Qui sembra più allontanarsi nel momento del giudizio, sembra, appunto, più lasciare che le cose vadano in quel modo, con un’astensione morale dalla storia che alcuni critici hanno stigmatizzato, neanche fosse Allen il punitore. Si è limitato a costruire un suo personalissimo Piccolo Gatsby, che ce la fa senza vergognarsi, sempre insicuro se essere un sognatore integerrimo o uno di Brooklyn che ce l’ha fatta. Come Woody Allen, appunto.

*Critico cinematografico 

Mauro traverso cinema definitivo

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