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Cinema al rientro dalle vacanze, la scomparsa di Rondi, il duello Beatles Vs Stones e “La famiglia Fang”

di Mauro Traverso*

Di ritorno dalle vacanze, questa rubrica non può che cominciare con una nota di sincero lutto per la scomparsa di Gianluigi Rondi, sbrigativamente intrappolato dai titoli dei numerosi coccodrilli come “il decano della critica cinematografica italiana”.
Il signor Rondi fu certamente anche questo, lasciando in eredità una ricchissima bibliografia fatta di ben più di cinquanta libri scritti in proprio più almeno altrettante introduzioni o postfazioni o interventi su libri di cinema di ogni ordine e grado, senza contare le recensioni scritte per i numerosi quotidiani o i periodici con cui ha finito per collaborare, nel corso del tempo. Divenne celebre anche grazie alla Rai, per cui curò cicli cinematografici in tempi in cui ancora andava di moda mandare in onda i film con l’introduzione del critico. Oggi, sia letto senza rimpianti, sembra di parlare di una specie di periodo culturalmente cretaceo della televisione, e forse era così, ma intanto passavano sull’unico, ingessatissimo, canale televisivo Bergman e Rossellini, tanto per far l’esempio.
Quello che preme qui ricordare, però, sono un paio di altre cose che Gianluigi Rondi ha fatto e che, probabilmente, finiranno per contare anche di più delle sue recensioni o dei suoi giudizi, in alcuni momenti troppo vicini alla sua carriera di direttore di festival o di Presidente di Quasi Tutte le Istituzioni Cinematografiche Italiane, dalla Biennale di Venezia (la Biennale tout court, non solo di quella del Cinema) al David di Donatello.
Fu, per esempio, il traduttore finale della sceneggiatura del Settimo sigillo, portandola in italiano da una provvisoria stesura in inglese dello stesso Bergman. Fu lì che fecero definitivamente amicizia: Rondi ne dava una lettura ‘cattolica’ (democristiana, per sua stessa ammissione) che non rendeva giustizia a tutta quell’inquietudine mistica, ma tanto bastò a sdoganarlo anche da noi, dove la critica ‘di sinistra’ storceva il naso di fronte a tutto quel medio-evo precipitato nell’era della psicanalisi. (Ebbene sì: la psicanalisi fu borghese, in Italia, negli anni ‘60 e ‘70).
Negli anni ‘50 fu sceneggiatore con registi come Mankiewicz, Pabst, Clair, Vajda. Senza mai stenderne una definizione ufficiale, come fecero poi i Cahiers du cinéma, fu tra coloro che contribuirono a formare il concetto di ‘cinema d’autore’ così come ancora oggi lo intendiamo. Sulla base di quel concetto difese registi che il mondo cattolico invece attaccava alla radici, Godard su tutti. Chi ha l’età per ricordare le polemiche seguite a Je vous salue, Marie se ne ricorderà, veneto allora scambiata per blasfemia (era già il 1986) la laicità “da tutto” di Godard, soprattutto dal cinema.
Gianluigi Rondi, insomma, fu per fortuna più complesso e più articolato di come i quotidiani di questi giorni ve lo hanno raccontato. Quando, già vecchio ma non ancora malato, frequentava da semplice inviato la Mostra del Cinema, lo trovavi spesso e volentieri in coda, alle normali proiezioni stampa. Non negava a nessuno di rivolgergli la parola: finiva spesso amichevolmente assediato dai ragazzi, ansiosi di conoscere le opinioni del Critico Professionista. Parlava loro, per lo più, le volte che l’ho ascoltato, di movimenti di macchina e dei posti dove il regista metteva la macchina da presa, dicendo ai ragazzi che era sua precisa responsabilità scegliere quei posti in nome del film: la scelta di un Punto di Vista anche Etico e non solo ottico, il cinema d’Autore, appunto.

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Sui grandi schermi di prima visione, invece, sembra succedere ancora poco e niente.
Sembra sprizzare le ultime scintille, per pura coincidenza di calendario, la rivalità tra i Beatles e gli Stones. I Fab Four tornano in vita, si fa per dire, nell’omaggio che rende loro il premio Oscar Ron Howard, gli Stones, invece, mandano al cinema le riprese del loro fin troppo celebrato concerto all’Havana, in occasione della riapertura diplomatica degli Stati Uniti a Cuba. Se parliamo di cinema in senso stretto niente di che, in entrambi i casi. Sono due prodotti che si possono tranquillamente aspettare al primo passaggio televisivo senza aver paura di essersi persi chissà che. Se invece siete fans conclamati siete ancora in tempo per andarli a vedere con gran divertimento, in particolare The Beatles, capace di accendere tutta la nostalgia del mondo per quella prima metà della loro carriera, i concerti allo Shea Stadium, la Beatlemania, le ragazze urlanti, John che si presenta alla Tv americana dicendo ‘I’m Eric’. Niente che cambi o aggiunga nulla a ciò che già si consce, intendiamoci: solo il piacere di riascoltare e rivedere, forse rimpiangere tutta quella leggerezza, che pure venne presa così sul serio.

Il miglior film sugli schermi mentre scrivo sarebbe La famiglia Fang, diretto da Jason Bateman, più noto come attore, da noi, che come regista. Scrivo “sarebbe” perché ha un soggetto amaro e divertente al tempo stesso (una famiglia che fa della propria disfunzionalità, come va di moda dire oggi, una forma d’arte: se non mi credete guardate il trailer in rete) e una cast messo insieme in grande stile: oltre allo stesso Bateman ci sono Nicole Kidman e Christopher Walken, entrambi in buona forma, tra l’altro. E avrebbe anche una sceneggiatura elaborata il giusto, che mescola realtà e finzioni tipiche di molte famiglie raddoppiandoli, come fosse ‘teatro nel teatro’, nelle gustose scene in cui genitori e figli sono performers della loro curiosa arte. Suggerirebbe cioè tutta una serie di riflessioni non banali sui rapporti famigliari, dove il confine tra manifestazione e messa in scena dei sentimenti è molto sottile e viene scavalcato tante volte da non capire più quale delle due, la manifestazione o la messa in scena, sia la più sincera. Manca insomma proprio la regia, non fosse altro che per mancanza di mestiere. Bateman si limita a illustrare un film così ben scritto, contando molto su un così buon cast, senza farne un vero e proprio racconto per immagini e limitandosi a portare a casa ‘soltanto’ un buon film di lusso, che passerà in prima serata, prima o poi, senza offendere nessuno, nonostante i suoi intenti provocatori. Restano alcuni singoli momenti di ottimo umorismo ‘quasi’ nero: “ È questo che fanno i genitori: danneggiano i figli. E allora? “. Detta da Christopher Walken, naturalmente suona molto meglio che scritta.

*Critico cinematografico

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