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La Mostra del Cinema di Venezia (Allegro, ma non troppo )

31 agosto – 10 settembre 2016

festival del cinema venezia
di Mauro Traverso*

Il Lido di Venezia è uno strano posto.
Pur distando una sola fermata di traghetto dal centro storico della città, più che il suo affaccio definitivo sull’Adriatico, ne sembra, alla prima impressione, il cugino carrozzabile, nel senso che ci sono le automobili, l’asfalto e gli autobus. Ci sono anche i canali, come no, e i motoscafi e i traghetti di linea e le briccole e l’odore di acqua ferma. Ma non riesce proprio a togliersi di dosso fino in fondo una strana aura da ‘altra città’, rispetto alla Venezia, chiamiamola così, ‘vera e propria’.
Ci sono meno ponti, non ci sono le calli, i sotoporteghi, i fondeghi, i rii interà di qualcosa. Ci sono vie ‘cittadine’, con i posteggi, i marciapiedi, le strisce pedonali. Suona dunque più moderno: ci sono anche edifici antichi ma il Lido è certamente un posto novecentesco, un po’ afflitto dall’architettura vezzeggiativa di molto nord Italia, la palazzina, la villetta, il villino, tutti con il cancelletto, il portoncino, il giardinetto.
E invece, sul lato che dà verso est, i grandi alberghi e i loro magniloquenti nomi, con i loro magniloquenti servizi balneari: l’Ausonia e Hungaria ( è uno solo ), il Des Bains ( quello dove Visconti ambientò, appunto Morte a Venezia. E quanto sarebbe suonato greve chiamarlo Hotel dei Bagni ), l’Excelsior, con le sue torrette e finestre moresche, l’albergo che ancora oggi ospita la maggio parte dei divi che arrivano alla Mostra del Cinema, quello sui pontili del quale vedete sbarcare, salutando da preziosi motoscafi in legno, attori e attrici e registi per le foto di rito,
Il Lido di Venezia è uno strano posto anche perché, dal 1932, hanno deciso di tenere lì, appunto, quello che tutti conosciamo come il Festival del cinema di Venezia e che invece, più propriamente, si chiama Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, facendo così del Leone d’Oro, dopo l’Oscar, che comincia nel ‘29, il più antico premio cinematografico al mondo. Tralasciandone la storia per filo e per segno è importante dire, ai fini di quest’articolo, che si è sempre svolto lì: in un così lungo percorso d’anni, naturalmente, non tutto è rimasto lo stesso, non avrebbe potuto, a cominciare dalla retorica inevitabilmente fascista che ne accompagnò gli inizi. Ma è lecito dire, ancora oggi, che è connaturata alla Mostra l’idea, mettiamola così, della Grande Manifestazione in Poco Spazio ( correttore, ti prego, lascia le maiuscole: sarebbero Ironiche ). E, se la Grande Manifestazione di un tempo era intesa in senso più che altro retorico, propagandistico e un po’ trombone ( ma l’Arte Cinematografica fu subito di primo livello: il primo film proiettato fu Il Dottor Jekyll e Mr. Hyde di Mamoulian ), oggi l’espressione va intesa in termini di copertura mediatica, biglietti venduti, numero di accreditati. In una parola sola: gente. Molta gente. Tutta in quello strano posto che, oltretutto, grande non è.
Quel che succede, infatti, se ci arrivate da accreditati, è più o meno questo: vi vengono consegnati un accredito colorato e un programma. Il colore del vostro tesserino/accredito dipende da cosa siete lì a fare: se scrivete per un quotidiano è verde chiaro, se siete inviati di una televisione è azzurro, se scrivete sui periodici è blu, se siete distributori o proprietari di sale cinematografiche è rosso, se siete solo, si fa per dire, membri di un cineclub o studenti di cinema all’Università lo avrete verde scuro ( si chiama ‘accredito culturale’ ed è il più diffuso ). E, a questo punto, parte una cosa a metà tra il Gioco dell’Oca per Esseri Viventi e una partita a Risiko. Mi spiego.
Dal programma capirete presto che non potrete entrare a tutte le proiezioni a vostro piacimento: dipende, appunto, dal colore del vostro accredito. Il fatto è che l’organizzazione deve garantire a tutti di poter vedere tutti i film o quasi e deve dunque sparpagliare ordinatamente ( frequentate anche voi il Festival, un giorno o l’altro, e capirete che non è un ossimoro, in quei dieci giorni al Lido ) 4000 accreditati per 200 film per sei sale per dieci giorni. I primi due numeri calcolateli più o meno: dipende dall’estro del Direttore di turno nell’accettare o rifiutare pellicole, dai momenti di crisi economica, perfino dalla durata delle singole proiezioni, qualche volta accompagnate da dibattiti, incontri con il cast, con i restauratori, applausofilia più o meno conclamata. E così scoprirete che: con l’accredito blu puoi anche entrare alle proiezioni dei verdi scuro ma non a quelle dei verde chiaro o degli azzurri, a meno che la sala non resti con dei posti vuoti, in quel caso vedi un film prima del tuo turno e vinci un giro. Se invece arrivi in ritardo alla proiezione per gli accrediti blu, il film lo vedi già iniziato o perdi il giro, potendo ripescarlo soltanto l’indomani, insieme ai verde scuro. Da cui la spiccata vocazione tattica dell’accreditato medio, che barra sul programma non solo i film che vorrebbe vedere ma anche quelli che dovrà vedere se non gli riuscirà di entrare a quelli che vorrebbe vedere, evento paragonabile, visto lo schema, soltanto alla perdita della Kamčatka nelle partite di Risiko, appunto.
Epperò, tutto questo buffo andirivieni coloristico da una sala all’altra, sparse per altro in un’area relativamente breve e del tutto percorribile a piedi, provoca incontri, soste inattese, discussioni in coda o al bar. Tutto questo buffo andirivieni fa parte della Mostra quanto i film perché i film vanno visti, e ci mancherebbe altro, ma con qualcuno devi pur parlarne, intanto che sei lì: e ne parli spesso proprio lì, nelle occasioni in cui puoi sapere se anche gli accrediti gialli pensano del tale film qual che ne pensano i rossi, che lo hanno visto in altra occasione, magari con il cast in sala, magari senza pubblico pagante, che invece, alla proiezione dei gialli, si è fatto sentire, e magari non erano tutti applausi, come hanno scritto gli azzurri sui loro quotidiani, in fretta, cinque minuti dopo la proiezione.
Ed è in quei momenti, che salta fuori il vero motivo per cui siamo tutti lì, in quello strano posto, a giocare al Gioco dell’Oca per esseri Viventi: la Repubblica del Cinema. È in quei momenti che scoprirete di che pasta è fatto il suo popolo guardante e devoto, che sembra distratto dai red carpet e dal vino, la sera, ma che sta lì spesso per passione, oltre che per lavoro: è allora che scoprirete quale sarà la vostra sfumatura cinematografica preferita. Se siete un talebano della carrellata, un evangelico della camera fissa, un francescano del ‘cinema come linguaggio’, un integrato del ‘cinema come industria’, un apocalittico della ‘visione’, un analitico del primo piano, un narrativo della ‘bella storia’, un politico della forma, un esteta del contenuto, uno storico che ‘lo ha già detto Ford’,uno stilista che ‘sembra sembra Tarantino girato da Haneke’, un critico serio con i suoi ‘facili godardismi nel finale’, un fiduciario con il suo ‘di Wenders io mi fido’ o di tutto questo un po’, esistendo anche la cinefilia pop, ormai.
È lì che capirete cosa è il cinema per voi: se conta poco, se conta molto, se vi fa sangue, se vi insegna la vita, se vi fa da specchio, se è già oltre lo specchio, se è la verità, 24 fotogrammi al secondo, oppure se è la morte al lavoro. In tutto quel frullatore di giornate intorno agli orari, alle sale, agli appuntamenti, al vino, la sera, ci si sta da Dio e io, che quest’anno non posso andarci, volevo soltanto cantare qui, la mia Canzone d’amor lontano, anche se solo per un anno, almeno spero.
E volevo anche scrivere che, se non siete mai stati a un Festival del Cinema, dovreste andarci, una volta o l’altra, nella vita, naturalmente se vi piace il cinema. Scoprirete anche che quel che si riesce a vedere nelle sale di prima visione è, ad esser generosi, il 30 per cento di quel che viene prodotto. E che quel si riesce a vedere nelle sale di prima visione non è detto che sia la parte migliore, tra l’altro, anzi.
E vabbè, prendetelo come un pezzo ‘estivo’, da leggere sulla spiaggia, tra la Gazzetta dello Sport e la Settimana Enigmistica. Si sta per tornare alle recensioni vere e proprie, niente paura.
Del resto sto scrivendo mentre giunge notizia della scomparsa di Gene Wilder: potevo dedicargli un articolo serio? Andiamo.

*Critico cinematografico

Mauro traverso cinema definitivo

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