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In viaggio con il tempo

Mauro traverso cinema definitivodi Mauro Traverso*

Il 25 agosto riprenderà la stagione cinematografica ufficiale. Le prime serie avvisaglie di quel che ci aspetta sono qui di seguito:
un nuovo Uomo Ragno
il Doctor Strange con Benedict Cumberbatch
il ritorno di Andrey Konchalovsky
Christopher Nolan passa da Interstellar allo sbarco in Normandia con un film intitolato Dunkirk
si da alla seconda guerra mondiale anche Mel Gibson, come regista
un nuovo Wim Wenders di cui, per ora, si conosce solo il titolo francese
il ritorno di Emir Kusturica (con Monica Bellucci)
Terence Malik si è dato al documentario (però con Cate Blanchett: questo, intanto, segnatevelo)
uscirà il secondo film di Pif, pure questo ambientato nel ‘43, durante lo sbarco alleato in Sicilia. Si intitola In guerra per amore, e vabbè, vediamo.
Paolo Sorrentino si è dato alle serie Tv: ne ha girata una il cui titolo inglese è The Young Pope, con Jude Law nei panni di un qualche Pontefice inventato che fuma.
Matteo Garrone sta girando il suo Pinocchio e vorrebbe, dicono, portarlo a Cannes.
una Wonder Woman della Marvel
un’altro Re Artù
Kenneth Branagh, per il 400simo di Shakespeare, porta sugli schermi Il racconto d’inverno con Judy Dench, ripreso dal vivo in teatro come già è stato per l’Amleto con Cumberbatch
il nuovo Star wars invece no: per quello bisogna aspettare Natale 2017.
vari ed eventuali (i migliori di solito).
In attesa di poter cominciare seriamente a guardare, c’è tuttavia una buona notizia per far carburare in pace la nuova stagione: il 25 agosto esce nelle sale, restaurato dal regista, Nel corso del tempo, di Wim Wenders, in occasione, almeno credo, del suo quarantennale, essendo uscito in prima assoluta il 19 marzo del 1976.
Tanto per esser chiari su cosa sia stato Nel corso del tempo per i cinefili di tutto il mondo e, storia del cinema alla mano, non solo per loro, ne riporto qui questa definizione, telefonicamente autorizzata dall’autore: ‘Guarda…io non so se Nel corso del tempo è il pù bel film girato negli anni ‘70. Forse sì, ma sono degli anni ‘70 anche Apocalisse now , Professione reporter, Novecento, sono gli anni migliori di Rohmer…e gli anni ‘70 sono anche quelli di Fassbinder, tra l’altro. Quello che so è che Nel corso del tempo È gli anni ‘70, nel bene e nel male, più di ogni altro titolo di Wenders o di chiunque altro.’ L’autore di questa affermazione non vuole essere citato, chissà perché. Io scrivo che sugli altri titoli, tutti eccellenti, accetto discussioni, su questa definizione di Nel corso del tempo no.
Alcuni motivi per giudicare così importante questo film sono generazionali, e dunque del tutto relativi. È di tutta evidenza che scoprire un film a quindici anni è cosa del tutto diversa dal guardarlo a quaranta o a cinquantaquattro. I motivi di stupore che poteva regalare a me, allora adolescente, possono benissimo essere argomenti di nessuna attrattiva per i ragazzi di oggi, o per chi, già allora, era adulto e con gusti cinematografici già consolidati altrove.
Però c’è una cosa, che il privilegio di avere quell’età allora mi dà adesso: ho visto tutto il cinema dopo. (Cioè, non tutto, ovviamente, ma insomma molto. Più della media, ecco. Le visioni matte e disperatissime dell’adolescenza sono diventate, ogni tanto, amorevole routine, ma non mai più staccato lo sguardo, da allora).
E avendo visto molto del cinema dopo posso dire con certezze maggiori quel che sto per dire: se credete che il cinema sia solo una questione di luci e inquadrature, una questione esclusivamente fotografica, vi sbagliate. Se credete che, per fare un grande film, quel che manca a questo insieme siano delle buone battute, o una grande sceneggiatura, vi sbagliate ancora. Tutti questi sono, naturalmente, ottimi ingredienti, tutti utili, dove più, dove meno. Ma non è mai soltanto una questione di luce e di spazio, con qualcuno o qualcosa da metterci dentro. È anche, in questo caso soprattutto, una questione di tempo, di quanto farle durare, quelle inquadrature, quelle luci, quelle battute.
Il cinema americano, e ancora di più le serie televisive, ci hanno abituato a molte cose, non tutte necessariamente spregevoli: una di queste, però, è un ritmo pericolosamente innaturale del montaggio. In mano a bravi registi può essere una fenomenale andatura narrativa, una punteggiatura necessaria al racconto. Ma sa solo il Dio del cinema quanto sia diventata, anche, cattiva pubblicità, falso senso di stupefazione, parossistica perdita di senso al solo fine di colpire lo sguardo, ottenendo, au contraire, un generico accecamento del giudizio.
Nel corso del tempo, invece, vi prega di tenere gli occhi aperti, vi chiede, come Antonioni, come Ozu, come Lang, di far durare lo sguardo, vi da il tempo per farlo, convinto com’è che sia tempo dedicato a voi stessi. Fissa la macchina da presa su un cavalletto e la muove poco, solo il giusto. Vuole che esploriate le inquadrature, anche nei dettagli: vuole farvi capire che, al cinema, che lo vogliate o no, una delle cose che guardate sempre è, appunto, lo scorrere del tempo.
Intendiamoci bene: non è che sullo schermo non succeda niente, anzi. Ci sono due personaggi principali, c’è un furgone su cui viaggiano, c’è il più bel tentativo di suicidio mai filmato (lanciarsi nel fiume con un maggiolino: contrappasso esistenzialista e in bianco e nero alle rockstar che si lanciavano con le Rolls a tinte hippy in piscina). E c’è una storia: uno dei due protagonisti è il tentato suicida, l’altro fa il protezionista e gira con il furgone per paesi e città, riparando proiettori, versione cinematograficamente salvifica ( salvare il cinema con le riparazioni ed esserne salvati con le proiezioni), e pragmaticamente tedesca, dell’italianissimo ‘vado in giro, vedo gente, faccio cose’. Si sorride perfino, ogni tanto, con piccoli e leggeri colpi di ironia, in un film altrimenti serenamente serio e intellettualmente ambiziosetto. Non ci lavorava ancora ma è noto che Wenders già frequentasse Peter Handke, in quegli anni.
E c’è anche molto cinema americano, naturalmente: liberamente reinterpretato, certo, ma è tutto lì da vedere, per chi lo vuol vedere, quello on the road in particolare, l’essere liberi ma lontano da casa (da un ruolo, da una società, da uno Stato), l’essere intenzionalmente senza radici ma stupidamente senza una donna, non stare mai fermi che se no le radici crescono, e, per loro natura, trattengono.
Poi c’è la Germania, come no, quella di allora, quella che ancora tutti chiamavano Germania Ovest. Ma il film è girato al confine con l’allora DDR e quindi la geografia ‘emotiva’ del film si fa più confusa, diventa quasi ‘terra di nessuno’ ma, forse per questo, più vivibile o comunque meno inquinata dalle ideologie, anche se, più o meno intimamente, lacerata dai confini.
Non manca nemmeno la colonna sonora rock: poteva?
E insomma, sempre secondo l’anonimo amico al telefono, ‘‘è Wenders quand’era Wenders, mica come adesso che predica. Allora mostrava e basta: ha saputo farlo meglio di chiunque altro, per un po’. Vero anche questo: dove gli altri staccavano con il montaggio, lui lasciava l’otturatore aperto ancora per un po’ e la macchina da presa ferma dov’era: Aveva capito che dove finiva il Cinema cominciava il viaggio, lo scorrere del tempo, la vita.

*Critico cinematografico

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