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Come Todo Modo divenne un Mostro

Da qualche mese è morto ammazzato Pier Paolo Pasolini e Petri decide, una volta per tutte, di fare il Processo alla Democrazia Cristiana. A chi lo accusa di attaccare troppo direttamente il partito, lui può rispondere “state guardando il dito e non la luna”. La luna sarebbe il Potere tout court, la sua marcescenza etica, la sua assoluta mancanza di morale, invece imbottita di moralismo, il suo essere sempre particolare e mai “per tutti”
Todo_modo

di Mauro Traverso*

Niente: la programmazione langue. Come spenti dall’afa, gli schermi di prima visione continuano a proporre uscite di cui, tutto quello che puoi dire, è quanti pallini metteresti tu, se proprio dovessi farlo. Poi realizzi, in un refolo di ritrovato buonsenso, che no, non devi farlo, per fortuna. Per avere uscite su cui consigliare di spender denaro sarà meglio, ormai, aspettare il 25 agosto, data delle prime uscite ufficiali della nuova stagione, che porterà sugli schermi anche i primi film provenienti dalla Mostra del Cinema di Venezia, che quest’anno comincerà il 31.
E così, per questa volta, facciamo in questo modo: mettetevi seduti, devo raccontarvi la storia di un film.
A cavallo tra il 1975 e il 1976 Elio Petri gira Todo Modo. decimo lungometraggio della sua filmografia. Petri è già Petri: ha già girato, tra gli altri, Il maestro di Vigevano, La decima vittima, A ciascuno il suo. E ha già girato, soprattutto, i tre film della cosiddetta Trilogia della Nevrosi: Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, La classe operaia va in Paradiso, La proprietà non è più un furto. Con il primo ha vinto addirittura un Oscar ed è da tutti considerato, ormai, un regista di riferimento. I suoi film sono tra i più attesi, in una stagione complicata assai per il cinema italiano. C’è molto cinema politico, in giro: non c’è solo quello, ma ce n’è molto, tant’è che, ancora oggi, spesso, si fa riferimento a quegli anni come quelli ‘dell’impegno civile’. La storia ci dirà che quella diventò una delle espressioni più politicizzate di sempre ma rende l’idea, ancora oggi. Non è un clima solo cinematografico: nel Paese reale ci sono gli anni di piombo, in quello letterario scrive, tra gli altri, Leonardo Sciascia, in quello televisivo la RAI produce un’ora a settimana di spazio autogestito da chi se lo prende (Spazio Libero). Metteteci su che, forse nel momento di maggior scontro cultural-ideologico tra Democrazia e Comunismo in Italia, si sta per realizzare il Compromesso Storico. Per uno che la vita civile la prendeva sul serio per davvero come Elio Petri un nell’ambientino, non c’è che dire.
È già incappato nella censura un paio di volte ma ne è sempre uscito vincitore: il tono dei suoi film, assolutamente espliciti nella critiche al sistema”, ha tuttavia una chiave prepotentemente farsesca e grottesca che li salva. A chi lo accusa di attaccare troppo direttamente la Democrazia Cristiana lui può rispondere “state guardando il dito e non la luna”. La luna sarebbe il Potere tout court, la sua marcescenza etica, la sua assoluta mancanza di morale, invece imbottita di moralismo, il suo essere sempre particolare e mai “per tutti”. Da qualche mese è morto ammazzato Pier Paolo Pasolini e Petri decide, una volta per tutte, di fare il Processo alla Democrazia Cristiana.
L’Oscar, le amicizie e i successi, anche internazionali, in coppia con Gian Maria Volontè gli danno credito presso i produttori. Riesce così a mettere insieme una specie di dream team del cinema italiano d’allora: Luigi Kuveiller alla fotografia, Ruggero Mastroianni al montaggio, Ennio Morricone alle musiche, Dante Ferretti alle scenografie. E, davanti alla macchina da presa: Gian Maria Volontè, Marcello Mastroianni, Mariangela Melato, Franco Citti, Renato Salvatori, Tino Scotti, Michel Piccolì e Ciccio Ingrassia. (Sì, Ciccio Ingrassia: chi lo conosce solo come comico non si turbi e lo guardi recitare. Fu l’attore più premiato di quel cast, per il suo democristiano servile e pretesco, che frustava se stesso davanti al crocifisso e, come gli altri, poi autoindulgeva ). E riprende Sciascia, dopo A ciascuno il suo, nello stesso momento in cui un’altro grande di quel cinema, Francesco Rosi, sta girando Cadaveri eccellenti, da un altro romanzo dello scrittore siciliano, Il contesto. Chi ha letto il libro dice che è molto difficile, ancora oggi, trovare un testo così ampiamente tradito e così intimamete rispettato dal cinema. Non essendo tra coloro che lo hanno fatto, riporto volentieri, sembrando importante dirlo per chi, al contrario, avesse letto il libro e non ancora visto il film.
Porta tutti sottoterra, nelle fondamenta di una una specie di albergo/eremo/prigione che bisogna vederlo per crederci. Pareti nude e crocifissi, cemento armato e altari, anonime scrivanie, stanzette penitenziali: non mette in scena neanche più il grottesco, ricrea la Grotta del Potere Grigio. Fa recitare a tutti la parte del politico corrotto, terribile perché mellifluo e accodiscendente, riempie tutto quel vuoto con strani riti di iniziazione, che farebbero anche ridere se non fossero una piena messa in scena dell’horror vacui, della Paura stessa, della regressione dei Potenti a nevrastenici. Gian Maria Volontè somiglia, davvero troppo, a Aldo Moro. Ma in un film così funziona solo con “il troppo”.
E mette in mezzo a quei personaggi, naturalmente, un Cardinale: un Marcello Mastroianni mai stato in carriera così in odor di zolfo, tanto per non farci mancare niente.
E poi fa arrivare lì in mezzo una Donna, Mariangela Melato: marcita e devota pure lei, non sia mai che qualcuno si aspetti un po’ di redenzione femminile.
Ammazza un politico ogni tanto, tanto per mettere le tensioni del thriller ‘a porte chiuse’ sopra una vicenda che sarebbe già horror abbastanza, ma bisogna pur far comparire il Sangue. E non è che bisogna solo processarla per davvero, la Democrazia Cristiana: il tutto deve suonare come un’esecuzione, tanto per esser sicuri che si capisca, di cosa si sta parlando qui.
Ma il miracolo ( è il caso di scriverlo? mah ) è questo: il film NON allontana. Non respinge come aveva fatto, intenzionalmente, Pier Paolo Pasolini con Salò ( “Davvero credete di poter consumare tutto, cari Borghesi? Proviamo: consumate questo”, e gira Le 120 giornate di Sodoma, unicum, per intenzionalità anti spettatori, nel cinema mondiale). Todo Modo, anzi, tiene lì: vien voglia di guardrlo mentre scorre, di capire chi è l’omicida/giustiziere, di vedere fin dove arriva.
Per chi non lo avesse ancora visto mi fermo con la ricostruzione e balzo al risultato finale. il più bel film politico mai girato in Italia. Si potrà, naturalmente, non essere d’accordo sulle tesi, sulle teorie, su tutta la parte storico-opinabile della faccenda: ma se parliamo di cinema sta, ancora oggi, davanti a tutti per ferocia, capacità di messa in scena, ricostruzione visionaria del Potere, recitazione di quel Potere stesso, evocazione di un periodo storico.
Ma questa volta con la censura andò male: il film durò in sala due mesi. Anche le distribuzioni internazionali presero paura e non lo fecero vedere all’estero. Anche la critica di sinistra, già al riparo dietro il compromesso storico, decise di vedere il dito, questa volta.Questa volta, il dito, lo tagliarono. Prese le distanza perfino Gian Maria Volontà e, dopo due anni dalla sua uscita, morì Aldo Moro e il film divenne definitivamente un Mostro da non guardare negli occhi.

Ci ha messo 35 anni per essere riscoperto e capito meglio: la Cineteca di Bologna (sempre le sia reso merito) lo ha restaurato cogliendone bene il valore di pezzo d’arte, ancor prima di quello di pezzo di cronaca. E oggi, a quarant’anni dalla prima uscita, sembra si decida a farlo uscire di nuovo, forse quest’autunno.
Sarebbe fantastico, naturalmente, poterlo rivedere su grande schermo, bello ripulito, ma, per esperienza, so che non è così sicuro che accada. Ma voi avete sempre lo streaming (sempre sia lodato) o potete festeggiarne i quarant’anni guardandolo anche così. Ci sono film che vanno visti comunque, piuttosto che non visti affatto, e sa solo il Dio delCinema se Todo Modo è uno di questi, magari nella stagione in cui, come spenti dall’afa, gli schermi di prima visione continuano a proporre uscite dei quali, tutto quello che puoi dire, è quanti pallini metteresti.

*Critico cinematografico

Mauro traverso cinema definitivo

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