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Del Mito e della Terra (Cimino e Kiarostami)

Mauro traverso cinema definitivo

di Mauro Traverso*

Strano destino, quello che ha accomunato in data di morte Michael Cimino e Abbas Kiarostami. Quasi coetanei (Cimino è del ‘39, Kiarostami del ‘40), sono scomparsi a due giorni di distanza l’uno dall’altro: il 2 luglio Cimino, il 4 Kiarostami. Sono stati tutti e due molto amati dai cinefili di tutto il mondo. Lo sono stati meno, o per meglio dire solo a tratti, dal grande pubblico. Secondo una parabola abbastanza classica dentro la vita/carriera dei grandi autori (di cinema e non solo), il loro rapporto con la platea è stato spesso altalenante, quando non apertamente ostile. Registi entrambi anche di grandi successi commerciali, sono stati tutti e due troppo presi dalla loro idea di cinema per correre dietro all’audience, ai gusti del pubblico, alle maniere del momento, finendo più di una volta in dichiarato conflitto con i loro produttori, il “sistema cinema”, i loro stessi paesi. Sono fin troppo note, per essere raccontate debitamente qui, le vicende legate al fallimento della United Artists (Cimino) e quelle riguardanti la censura degli ayatollah (“Kiarostami”). Qui si può dire, però, che avevano entrambi una concezione etica del cinema, erano sempre portatori di un punto di vista, di una concezione del mondo, di una sua ri-creazione con la macchina da presa, e mai soltanto creatori di stupore e suggestioni, tantomeno di spettacolo fine a se stesso.

cinemaMichael Cimino (a sinistra) e Abbas Kiarostami

Cimino, studente d’arte, pittura e architettura prima ancora che di cinema, si fa largo a Hollywood come sceneggiatore. Entra nelle grazie di Clint Eastwood come co-autore della scrittura di Una Magnum 44 per l’ispettore Callaghan e a lui deve la regia di Una calibro 20 per lo specialista (Thunderbolt and Lightfoot in originale, con lo stesso Eastwood e un giovane, e già assolutamente all’altezza, Jeff Bridges). Sarebbe la solita storia di rapina e fuga, con i due protagonisti perdenti ma cool, un po’ storia on the road, un po’ erede di tanto cinema western attorno all’amicizia virile: ma c’è già un di più di ineluttabilmente tragico, di Destino in mezzo alla Natura ( non errare proto: qui le maiuscole contano ), che in qualche modo segna e anticipa i film a venire. C’è già tutta l’attitudine alla solennità di Cimino il Grande, la sua permeante, assoluta ( e alla fine autodistruttice ) voglia di filmare tutto il Tutto Possibile, l’essere umani come Tragedia non risolvibile, né dalla Giustizia, né dalla Bellezza.
E infatti gli basta un altro film soltanto per timbrare definitivamente la storia del cinema: nel 1978 esce Il cacciatore e non saranno certo le lodi che può tesserne questa rubrica e decretarne il destino di capolavoro. Il film diventa una pietra di paragone, il modello stesso di ‘narrativa classica americana’ al cinema. Elabora la sconfitta del Vietnam ( davvero va ancora spiegata la scena della roulette russa? Davvero c’è ancora chi pensa che quella non era la messa in scena di un suicidio dell’America e dell’ostinazione, del dolore, della fatica che ci voleva per sopravvivergli? ) e ne costruisce una prospettiva particolare e storica, quella degli immigrati ortodossi, dando alla regia, di nuovo, il ruolo del Destino, della messa in scena dell’Assoluto che si compie. Francois Truffaut, un giorno, scrisse che ciò che mostrava il cinema di Fritz Lang era l’ineluttabilità, il non poter evitare il proprio destino. Non è dato di sapere se a Cimino piacesse Lang, ma di certo raccoglie quell’eredità e la rilancia: Lang in America ci arrivò in fuga dal nascente nazismo, Cimino, che in America è nato, prova mettere in scena il Destino di una Nazione. E infatti si sprecano, all’uscita di Il cacciatore, i paragoni con i massimi sistemi del cinema americano, David W. Griffith e John Ford.
Quel film però ha già dentro tutti i semi dei futuri guai: sfonda il budget più volte durante le riprese e finirà per costare quasi il triplo del previsto. Durante le riprese in Thailandia si feriscono non lievemente sia Bob De Niro, costretto a ripetere una decina di volte, come John Savage e senza controfigura, il salto dall’elicottero nel fiume, che Christopher Walken. La voglia di girare “la verità assoluta”, 24 fotogrammi al secondo, comincia su quel set a diventare un’assoluta ossessione. I conflitti con la produzione vengono placati dagli Oscar (il film ne vince 5) e dai conseguenti incassi ma sono tutte questioni soltanto rimandate di un film e di due anni: nel 1980 esce I cancelli del cielo e, appunto, il destino si compie.
Se sul Cacciatore sono tutti d’accordo, è su I cancelli del cielo che si misura la passione che lega alla carriera/vita/leggenda di Michael Cimino: se siete tra coloro che pensano che sia la più grande occasione mai mancata dalla storia del cinema, che il film sia un disastro, che sia tutto frutto di una passione già malata o di una visione della Storia Americana distorta, allora fermatevi al ‘78 e non guardate più, se non li avete già visti, i suoi film posteriori. Abbandonate Cimino alla sua sorte e continuate a nutrirvi soltanto del Cacciatore.
Ma se siete tra coloro che pensano che I cancelli del cielo sia un capolavoro ( quorum ego, scriverebbe Gianni Brera ), allora mi limito a scrivere che è questo il film in cui troverete Tutto, e un modo per raccontarlo.
Da lì in poi sono solo ( o quasi ) ostacoli da rimuovere per girare un film: firma ancora almeno un capolavoro, L’anno del Dragone, nel 1985, e soltanto tre film, in cui tutta quella voglia di girare l’Assoluto appare solo a tratti. Marchia i film come suoi ma è come fatalmente imprigionata nei codici del film di genere ( Ore disperate, Il siciliano ), nelle restrizioni produttive ( tutti i film posteriori al 1980 ), nella latente deriva psicologica delle voci riguardanti una sua malattia, quando non la sua pazzia, sempre negate dal diretto interessato.
La sua ultima apparizione ufficiale risale al 2015, quando il Festival di Locarno gli consegna il Pardo d’Oro alla carriera. Si mostrò come qualche anno prima fece al Festival di Venezia: determinato e per niente abbattuto. Teneva molto a raccontarsi come ancora attivo: aveva scritto dei libri, uno dei quali, Big Jane, è stato pubblicato anche in Italia, e sdrammatizzava continuamente le domande sulle operazioni di chirurgia estetica alle quali si era sottoposto. (<È stata solo una mascella da rimettere a posto e, di conseguenza, la bocca da risistemare. Non sono come Michael Jackson e del resto nemmeno Michael Jackson è come lo descrivono i giornali. Non date retta a tutto quello che leggete>). Incitava ancora i ragazzi a non andare in guerra, a non seguire la retorica che ne parlava come “esportazione della Democrazia”. <È sempre la solita vecchia storia, come per il Vietnam. Abbiamo esportato più democrazia con il cinema che con le armi. Non pagate con le vostre vite le scelte che fanno i vecchi con i capelli bianchi. Siamo tutti qui per vivere, non per morire>. Non ce la faceva a restare basso, con gli argomenti, era più forte di lui. E restò a parlare un’ora in più del previsto: non l’aveva abbandonato neanche la tendenza a sforare, a seguire i suoi tempi dentro un’organizzazione altrui. Mancherà anche a chi non lo amava: perché metteva in scena anche loro, nei suoi film. Rendendoli migliori, spesso.

<Non sono come il mio amico Francis Ford Coppola: se nella sceneggiatura c’è scritto che fa freddo e si è montagna, si gira alle 7 del mattino a 2000 metri, in Montana> ( Michael Cimino )

Anche Abbas Kiarostami aveva un naturale istinto alla dilatazione dei tempi cinematografici, anche se con intenti diversi da quelli un po’ megalomani di Cimino. Voleva dare respiro alle sue inquadrature, non aggiungerci senso. Voleva invischiarci dentro lo spettatore, dargli il tempo di contemplare, di entrare bene dentro i suoi panorami, come i suoi personaggi. Voleva che il tempo che ci metteva un suo personaggio per compiere il percorso da qui all’orizzonte fosse lo stesso che ci mette lo sguardo per seguirlo, attraverso tutti quei campi di grano, o tutto quel deserto, o tutti quegli ulivi. Era, in questo come e più di Cimino, un superbo creatore di campi lunghi e di panorami significanti, recitanti quanto e più degli attori che ci stavano dentro. Era il suo modo di raccontarci un Paese: storie individuali che, per quanto importanti potessero essere, non potevano proprio competere con l’empito naturalistico dell’ambiente, magnifico e indifferente al tempo stesso. In alcuni film verrebbe da dire con l’empito della terra stessa.
E tuttavia non di soli campi lunghi era fatto il suo cinema. Rispetto a quello di Cimino inseguiva più da vicino la contemporaneità: non nascondeva la sua vocazione poetica ma aveva uno sguardo più sociale, più legato all’etica del Reale che a quella del Mito. Fu infatti paragonato spesso ai nostri neo-realisti ma era più vero in teoria che sulla pellicola. I neo-realisti italiani li aveva studiati a fondo, e aveva anche scritto cose belle e intelligenti a riguardo, ma il suo cinema aveva la palese intenzione di narrare una condizione umana permanente, anche se attraverso i difficili anni di quell’Iran, della complicata convivenza con gli Ayatollah. Fu un grande regista di figure femminili, per esempio: insegnò a molti che era (anche) sulla vita e sul corpo delle donne che si misura la civiltà di un popolo, di una società, di una religione. Ed era palesemente affezionato alla figura dell’intellettuale, i protagonisti di molti suoi film erano spesso scrittori, professori o registi. Gli sembravano gli unici che potessero, nonostante tutto, capire qualcosa di utile per tutti, per quanto fossero loro stessi inadeguati, complicati e dubbiosi, spesso messi in scena come altrettanto palese alter ego.


Arrivò al cinema relativamente tardi, intorno alla trentina, con alle spalle una carriera non secondaria di grafico pubblicitario, per lo più accaduta dentro spot pubblicitari girati per la televisione di stato. Il suo primo lungometraggio è del 1974 ma è degli anni ‘90 il meglio della sua produzione. Nel mezzo c’è la decisione di restare a Teheran dopo il 1979 e la rivoluzione Khomeynista, consegnandosi così alla censura che, in alcuni film, addirittura asseconda. Non certo per piegarsi ai suoi dettami religiosi, quanto piuttosto per permettere a più iraniani possibile di poter vedere i suoi film. Era sicuro che avrebbero capito che parlava di loro, al di là della politica e della religione. Non raggiunse mai quello scopo, se non molti anni dopo l’uscita delle varie pellicole. Furono invece i festival di cinema europei a decretarne la statura di Maestro, quello di Cannes in particolare che lo premiò con la Palma d’Oro nel 1997, per Il sapore della ciliegia. Erano già usciti Dov’è la casa del mio amico, Close Up, E la vita continua, Sotto gli ulivi. Usciranno poi, tra il 1999 e il 2010, anche Il vento ci porterà via, Dieci, Copia conforme. Diventò l’elemento trainante di tutto un cinema, quello iraniano, che sfornò almeno un altro paio di registi importanti (Jafar Panahi, Moshen Makhmalbaf) e che venne spesso, e ingiustamente, trattato come un fenomeno da cinema d’essai, confinandolo nelle ‘visioni per intellettuali’, ai margini delle programmazioni e dei conseguenti incassi.
Ma sono oggi quasi tutti disponibili in streaming, i suoi film, e se l’occasione della morte del loro regista può essere quella giusta per guardarli, beh, ben venga questa occasione.
C’è di che soddisfare gli occhi e il cervello: non ce ne sono molte altre in giro, di occasioni del genere. Coraggio: vi sentirete meno soli, lo prometto.

<Non sono come il mio amico Francis Ford Coppola: se nella sceneggiatura c’è scritto che fa freddo e si è montagna, si gira alle 7 del mattino e a 2000 metri, in Montana>. (Michael Cimino)
<Non mi piace fare carrelli: ne ho fatto uno in un bosco, una volta, per far contenti i ragazzi della troupe. Mi sembrò di veder camminare gli alberi a spasso per l’inquadratura e da allora mi sono ripromesso di non girarne più, a meno che non sia assolutamente necessario>. (Abbas Kiarostami).
Naturalmente dobbiamo a Cimino alcuni dei movimenti di macchina più belli mai girati e a Kiarostami alcune delle più significanti inquadrature “da cavalletto”.
Così va la vita.

Prometto di tornare alla programmazione dei film, dalla prossima settimana. E di farla finita con i necrologi. Ma questi due non si potevano proprio evitare: per un vecchio cinefilo conclamato come chi scrive è stato come perdere due parti della biblioteca per un appassionato di letteratura. Si ha un bel dire che i loro film sopravviveranno ma di entrambi questi signori, mi pare, hanno rotto lo stampo. Sia lieve la terra a d entrambi: sa solo il Cielo quanto entrambi ne avessero bisogno.

*Critico cinematografico

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