Cinema 

“Un americano a Parigi”, un restauro che vale un patrimonio di lacrime e risate

A scrivere che, nel week end appena trascorso, il miglior film uscito nelle sale genovesi è la versione restaurata di Un americano a Parigi, si rischia di fare la figura del vecchio trombone. Di colui che, ignorata l’attualità, non si cura che di glorificare la naturale superiorità dei classici sulle normali prime visioni, relegando da subito queste ultime nella fossa comune del quotidiano, dopo aver invece innalzato in un qualche sempiterno Pantheon il classico in questione. Beh, non è questo il punto.
Non è questo il punto perché, prima di tutto, il carico di gloria cumulato fin qui dal film di Vincent Minelli è tanto e tale che non saranno certo le parole spese qui a decretarne maggior successo o minori incassi. Giusto per darne la misura scriviamo che, sommando Oscar e Golden Globe vinti in carriera e riconoscimenti a posteriori dati da tutti gli Istituti di Storia del Cinema del pianeta, a Un americano a Parigi manca solo di essere ritenuto ufficialmente Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, come le Dolomiti o Il Gran Canyon. Cosa che, detto tra noi, avrebbe pure un senso. Ma non è ancora questo il punto. Il punto è che, a vederlo uscire insieme agli altri titoli che hanno guadagnato la loro faticosa via alla prima visione nei circuiti aperti al pubblico, detta più di una riflessione su quel che succede nel cinema di adesso, perfino nel mondo di adesso, a guardar bene. Non tanto per una manifesta superiorità artistica, scegliete voi se di regia, di interpretazione, di sceneggiatura o di scrittura musicale (Saul Chaplin e George Gershwin agli spartiti, per dire) quanto piuttosto per la sua intenzionale capacità di mettere in scena una cosa che oggi, il cinema, sembra non cercare nemmeno più: la felicità. Il musical cinematografico, almeno nei suoi esempi migliori, e a maggior ragione quello classico americano, da Fred e Ginger in poi, ha sempre avuto successo grazie alla creazione di un’illusione al tempo stesso potentissima e democratica: quella del sincronismo, quella per cui il mondo (la società, l’ambiente, la città) sia in consonanza con l’individuo e i suoi sentimenti. Per dirla in maniera più precisamente musicale, l’illusione che il mondo vada a tempo con noi. Non si è mai solo trattato di accoppiare belle immagini e bella musica: quello lo fanno i videoclip, o gli spot pubblicitari, o i cattivi musical. Si è sempre trattato, invece, di farci credere che stia suonando un’orchestra d’archi, da qualche parte nella nostra testa, quando ci stiamo innamorando, per esempio. O che cominci a battere forte un rullante, proprio lì accanto a noi, mentre cominciano a salire la fretta e l’ansia. O magari che la scolaresca che ci sta passando accanto stia per intonare un magnifico background chorus al nostro stupore di turisti a passeggio, per la prima volta a New York, cose così. In più, questa illusione non è mai stata costruita intorno a personaggi eroici o particolarmente coraggiosi, non almeno nei suoi titoli storici, ma piuttosto intorno a persone comuni, volentieri portatrici di vite normali (marinai, impiegati, turisti, professori, pittori, cantanti, o al massimo ballerini, tanto per giustificare tutto quel virtuosismo nel muoversi), se non di professioni poco nobili (il gangster, la prostituta) o vite periferiche e da perdenti, riscattate dalla musica e dal ballo.
un-americano-a-parigi2È un’umanità imperfetta e dignitosa, quella che abita i musical di allora: come quella a cui era rivolta, specie qui in Europa, specie nel secondo dopoguerra. Il pubblico popolare del cinema aveva ancora lo stomaco vuoto e tuttavia molto futuro nella testa: quell’imprevedibile mix, inevitabilmente, produceva sogni. E desiderava felicità, convinto com’era che le storie d’amore l’avrebbero vinta sulle storie di guerra. Hollywood cavalcò quell’onda anche con cinismo, forte dello stomaco già messo meglio del nostro, dell’immagine da vincitori che avevano gli americani in Europa e di una capacità industrial-produttiva forse ai suoi massimi esiti storici. Tuttavia aveva a disposizione Vincent Minelli e Stanley Donen: nel giro di cinque anni escono, oltre a Un americano a Parigi (Minelli), anche Cantando sotto la pioggia (Donen), Un giorno a New York (Donen) e Spettacolo di varietà (ancora Minelli ). La storia del genere era fatta e nessuno, al cinema, avrebbe mai più ballato come Gene Kelly e Fred Astaire. E Leslie Caron e Cyd Charisse. Non morì del tutto il musical al cinema ma di certo, poi, cambiarono le cose in fretta: divenne un genere decadente o nostalgico. I suoi seguaci più moderni, diciamo Bob Fosse, tanto per nominare il più conosciuto (è suo Cabaret del 1972, con Liza Minelli), sono già figli di un’altra America e si riflettono già in un’altra Europa, quella intimamente tragica del cinema d’Autore. Cantano, suonano e ballano (e piangono) un mondo che non c’è più e che non tornerà ( la Berlino degli anni ‘20, nel caso di Cabaret ). Il musical agisce sull’immaginario per notarne le dissonanze, non più le consonanze. Fa leva sul distacco tra il mondo e l’individuo e nemmeno cerca di accordarli più. Valga come esempio anche il bel tentativo di Lars Von Trier, Dancer in the dark, dove sognare di ballare è una nevrosi, talmente bella e pervasiva da diventarci pazzi. Cos’è accaduto nel frattempo? Ci siamo tutti sistemati? Era solo una questione di pancia finalmente piena? Ha avuto la meglio la Realtà sull’Utopia? Ah sì? E come? Quando? Dove? Perché non reclamiamo più, e il cinema con noi, il nostro diritto alla felicità? Perché, almeno così sembra, non vogliamo più quell’orchestra d’archi, quel rullante, quel coro di bambini? Sono solo diventati retorici o non sono proprio più materia d’immaginazione? E, soprattutto, se è davvero così, perché è ancora così commovente guardare su grande schermo Un americano a Parigi? Domande senza risposta, naturalmente: voi fate una cosa, andatelo a vedere. Vale molto più del prezzo del biglietto, vale un pezzo del vostro patrimonio di lacrime e risate, quello che siete disposti a lasciare in un cinema. Alla prossima. Saluti da quel vecchio trombone di
Mauro Traverso
Mauro traverso cinema definitivo

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