A Berengo Gardin il premio Novaro. Il fotografo ottantacinquenne “spara” su digitale e photoshop

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(Una foto di Berengo Gardin in cui si può apprezzare a pieno la grande capacità tecnica del fotografo)

La fotografia nell’era del digitale, in cui tutti scattano e condividono attraverso internet, e più in particolare per mezzo dei social network che ci sommergono di immagini che quasi mai sono fotografia. Ne ha parlato oggi a Tursi Gianni Berengo Gardin, fotografo ottantacinquenne genovese di fama internazionale, che oggi ha ricevuto il premio “Maro Novaro” dalle mani di Maria Novaro, presidente della fondazione e nipote del intellettuale e poeta originario di Diano Marina. <Oggi la fotografia ha un ruolo meno incisivo di un tempo – ha detto Berengo Gardin – perché c’e’ un’inflazione di immagini e anche gli scatti che una volta provocavano forti emozioni ora esercitano il loro effetto solo per pochi minuti. L’esempio piu’ evidente è quello dei migranti, ormai la gente e’ abituata a vedere fotografata la morte e la commozione dura solo pochi minuti>. Berengo Gardin ha poi citato il caso di Aylan, il bimbo trovato morto in spiaggia. L’immagine è rimbalzata proprio sui social ma <dopo tre giorni nessuno più si indignava – ha detto Berengo Gardin -. Io l’avrei messa in prima pagina>. L’avversione del fotografo per la fotografia “2.0”, scattata in digitale e post prodotta con uno dei molti programmi che consentono di stravolgere completamente lo scatto iniziale è nota. Oggi nel salone di rappresentanza di Palazzo Tursi ha rincarato la dose: <Una volta, quando si usava la pellicola, prima di scattare ci si pensava due volte – ha detto -. Ora si scatta a mitraglia, poi si aggiusta con Photoshop. Ma quella non è fotografia>. Una posizione manichea che è condivisa soprattutto dai fotografi che hanno visto l’avvento del digitale quando la loro carriera era già affermata da tempo. Oggi persino Nikon nel suo concorso mondiale accetta lo “sviluppo digitale” che, se eseguito con perizia e senza eccessi, ottiene risultati simili a allo sviluppo tradizionale, fase nella quale si può modulare (anche se, oggettivamente, in maniera più difficile rispetto alla post produzione moderna) il gioco delle luci e delle ombre. Certo, da questo ad affermare che tutti possano essere fotografi, magari con un semplice cellulare e una app per elaborare le immagini, il passo è oggettivamente molto lungo. Chi, come Berengo Gardin, è stato ed è artigiano-artista della fotografia non può, oggettivamente, che rabbrividire di fronte a quello che può sembrare un processo di “democratizzazione” della fotografia e, invece, ne è l’impoverimento.

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