I misteri dell’Appennino tra diavoli, briganti e locande “infestate”

CA-DE-ANIME
Di Black Giac

Se il mare è un elemento imprescindibile della vita e della storia di Genova anche i monti immediatamente alle spalle, l’Appennino ligure costituisce un carattere fondante della cultura di questo territorio. Protetta dai monti oppure esclusa dai traffici intensi di chi abitava al di là della naturale barriera, la stessa autocoscienza genovese parla nella sua storia di esclusione o addirittura di autoesclusione. Il carattere dei genovesi è chiuso per l’asperità del territorio oppure una certa difficoltà oggettiva a raggiungere Genova dall’oltre Appennino è sempre stata in qualche modo “avvantaggiata” dagli abitanti per evitare intrusività poco gradite? Certo è che nei secoli le vie per superare i monti e dirigersi verso i ricchi centri commerciali dell’alessandrino o verso Milano sono state aperte e percorse in tutta la Liguria sin dagli albori dei primi insediamenti sulla costa. Già in epoca pre-romana si conoscevano quelle vie, pericolose e impervie, che poi verranno conosciute universalmente come “vie del sale” in quanto era attraverso quei sentieri che si trasportava la più preziosa merce per gli antichi. Con il passare dei secoli i mezzi di trasporto e le strade si sono rese più sicure e transitabili (in rapporto, neanche troppo) quindi i flussi di merci, passando gli anni, poterono arrivare per essere imbarcati oppure per percorrere la strada diversa con una maggiore comodità. Le antiche vie, però, continuarono ad esistere, le mappe di quei passaggi perigliosi e difficili, erano mantenute vive da chi le merci le rubava e voleva passare inosservato evitando i controlli delle dogane, da chi fuggiva o da chi arrivava a Genova fuggendo.

Sulle montagne alle spalle della città, soprattutto di notte, una febbrile attività di trasporto illegale animava i boschi e i dirupi, “posti da lupi” come si diceva un tempo, dove era assai rischioso avventurarsi. I contrabbandieri, perché è di questi fuorilegge che stiamo parlando, conoscevano palmo a palmo questi percorsi che partivano spesso da antichi cunicoli che collegavano direttamente il porto a antichi castelli e fortificazioni, vie di fuga allora nel caso degli attacchi dei pirati o di altri poco graditi ospiti; erano le prime strade che permettevano di evitare i controlli in porto e di entrare in città dove da lì poi era necessario uscire dalle mura per intraprendere i veri e propri sentieri. Esisteva una rete di passaggi che collegava anche i tetti genovesi e permetteva di passare da una parte all’altra della città indisturbati. Il contrabbando in porto seppur aspramente combattuto nei secoli (il presidente del Consorzio Stefano Canzio alla fine dell’800 istituì un corpo di “guardia portuale” armato sino ai denti per proteggere le merci e dissuadere i malfattori) era un male fisiologico e difficilmente estirpabile.

Come i marinai e le prostitute, il contrabbandiere faceva parte della “compagnia di attori” fissa dell’angiporto. Chi non voleva pagare le tasse per il passaggio delle merci, le rubava o aveva fra le mani affari “scottanti” diventava o si affidava ai contrabbandieri. Erano personaggi loschi che si potrebbero accostare ai banditi e ai briganti che allora infestavano altre zone d’Italia ma se questi ultimi depredavano pastori e contadini il contrabbandiere depredava i proprietari delle merci che arrivavano nello scalo e aveva nelle sue prerogative la conoscenza delle strade e dei percorsi per poter accedere alla grande pianura per rivendere con grande guadagno per il committente e per sé la refurtiva.

A molti di loro poi faceva comodo installarsi sulle montagne e aspettare l’arrivo dei “colleghi” per depredarli a loro volta. Queste bande assumevano forme stanziali e diventavano spine nel fianco per la sicurezza di tutti coloro che percorrevano quelle strade o abitavano nei piccoli paesi sparsi per l’appennino. Il più importante brigante che infestò le alture genovesi fu un tipo con un soprannome per nulla rassicurante “U diaou” (il diavolo”) e “diaoui” divennero tutti i complici della banda. Al secolo era noto come Giuseppe Musso e dalla fine del ‘700 le sue “gesta” insanguinarono la Valbisagno nella zona di Molassana. Nel 1800, nel corso del drammatico assedio di Genova, baluardo della resistenza napoleonica, con i suoi uomini diede man forte agli austriaci che avevano bloccato ogni accesso alla città dai monti. Viene da sé che le merci sequestrate da Musso e da suo fratello Niccolò (“u diaou piccin”) diventavano automaticamente bottino. Sulla sua figura negli anni successivi circolarono vere e proprie leggende che ne narravano l’indicibile crudeltà (sarebbe stato costume dell’uomo strappare il cuore delle sue vittime ancora vive) e cinismo (avrebbe spesso costretto i suoi prigionieri a uccidersi tra loro) ma non è escluso che queste storie fossero fatte circolare a arte per incutere il terrore sui poveri contadini della vallata.

E’ vero, però, che il suo controllo della zona era capillare e che con grande abilità riusciva a sfuggire alle trappole tese dai gendarmi che partivano da Genova per catturarlo. Allora non esistevano mezzi particolari che potevano avvantaggiare le forze dell’ordine: chi aveva una maggiore conoscenza e controllo del territorio come il brigante poteva tranquillamente prevenire le mosse di chi lo inseguiva. Si racconta che era tale la sua impunità che una volta l’intera banda partecipò a una processione religiosa a Molassana e nessuno osò non solo fermarlo ma neanche denunciare il fatto. Quando poi la Polizia una volta riuscì a circondarlo intimandogli la resa, un classico violento rovescio d’acqua rese inservibili le armi degli agenti e il brigante potè fuggire.

Decisi a farla finita con la storia del “Diavolo” alla Questura decisero di mettere una taglia di mille lire per ogni componente della banda e addirittura quattro mila per il capo. Musso sentì puzza di bruciato e capì che era il momento di cambiare aria: con un gozzo da Boccadasse raggiunse un veliero inglese ancorato nelle vicinanze e fuggì a Gibilterra e quindi ancora a Trieste. Condannato in contumacia fu catturato nel 1804 perché riconosciuto da un marinaio genovese. Riportato a Genova, il suo arrivo fu accolto da una folla di curiosi che lo seguì, lui in catene e accompagnato dai gendarmi, sino alle prigioni del “Palazzo”. Fu fucilato, pena che spettava ai briganti, il 12 novembre del 1804.

Altro genere di insidia si trovava a ponente. Nella zona di Voltri su quella che era l’antica via del sale, in direzione del Giovo, in località Cannellona, si trova ancora oggi la famigerata “Cà delle anime”. Essendo un dei pochi punti di rifugio e di ristoro per chi partiva o arrivava da un lungo viaggio attraverso gli appennini era certamente una vista rincuorante per lo stanco viaggiatore. Ma in questo caso si trattava, invece, di una trappola mortale. Alla metà del ‘700 un gruppo di briganti l’aveva rilevata per poter derubare i viandanti che decidevano di passarci la notte. Le stanze erano fornite di passaggi segreti per permettere ai malfattori di entrarvi una volta che l’ospite si era addormentato. Secondo la leggenda alcuni letti erano vere e proprie macchine mortali e chi vi si addormentava poteva essere trafitto da un pesante palo acuminato che scendeva dal soffitto. Dopo essere rimasta per lungo tempo disabitata per la sua triste fama, l’abitazione fu abitata in tempo di guerra e chi ebbe modo di dormirci raccontò di rumori e lamenti, porte che si aprivano e chiudevano inspiegabilmente. Suggestioni e paure che arrivavano dal passato poco raccomandabile di quelle mura ma mai più nessuno vi abitò alimentando sino ad oggi quella leggenda.

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