Oggi a Genova 

Ex Ilva, lettera dei lavoratori a Piantedosi. Il presidio davanti alla Prefettura continua anche stanotte

Il ministro dell’Interno ha incontrato una delegazione e ascoltato le richieste dei dipendenti di Cornigliano, che però non hanno ottenuto una soluzione immediata. I lavoratori aspettano un piano scritto per garantire la produzione ed evitare che a metà novembre tutti i 985 addetti finiscano in cassa integrazione

La vertenza dell’ex Ilva è arrivata in Prefettura, dove una delegazione di lavoratori ha incontrato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e gli ha consegnato una lettera con le richieste dei dipendenti. Dal colloquio non era atteso un intervento risolutivo: il ministro non ha competenze specifiche in materia di lavoro e industria. Per i lavoratori, però, era importante poter raccontare direttamente a un rappresentante del governo le conseguenze che un nuovo stop produttivo avrebbe sullo stabilimento genovese.

Al termine dell’incontro, Armando Palombo, coordinatore della rappresentanza sindacale unitaria della Federazione impiegati operai metallurgici della Cgil, ha ringraziato Piantedosi per l’ascolto. La lettera consegnata riassume le preoccupazioni espresse in questi giorni e la proposta dei lavoratori per mantenere in attività gli impianti di Cornigliano. Il ministro, ha riferito Palombo, potrà riportare al governo quanto gli è stato illustrato. Dall’incontro, tuttavia, non è arrivata una soluzione e non è stato presentato un documento operativo.

«Non vogliamo assistenza, vogliamo lavorare», è il messaggio dei dipendenti. L’obiettivo è evitare che lo stabilimento si fermi e che tutti i 985 addetti vengano collocati in cassa integrazione a metà novembre. Palombo ha spiegato che la richiesta sindacale non è quella di ricevere rassicurazioni generiche, ma di sapere quali impianti potranno marciare, con quali volumi e secondo quali tempi. Solo elementi definiti e messi per iscritto consentiranno ai lavoratori di valutare la proposta e decidere se interrompere la mobilitazione.

Tra le ipotesi discusse c’è un sistema di periodi alternati di attività e fermata, con l’arrivo di rotoli d’acciaio da lavorare a Genova e negli altri stabilimenti del Nord che possono continuare a produrre. Una soluzione di questo tipo, nelle intenzioni dei lavoratori, permetterebbe di mantenere una parte dell’attività in attesa che si individui un acquirente per l’azienda. Il volume di materiale disponibile e la programmazione delle lavorazioni dovrebbero essere sufficienti a tenere in funzione gli impianti a freddo di Genova e Novi Ligure.

La continuità produttiva è una questione di lavoro, ma anche di tenuta industriale. Palombo ha avvertito che un impianto fermo rischia di far perdere i clienti, che potrebbero rivolgersi ad altri fornitori. Per questo il sindacato chiede di non estendere agli stabilimenti del Nord le conseguenze dello stop imposto a Taranto dalla magistratura e di consentire la prosecuzione delle attività laddove sia possibile. La formula delle lavorazioni per conto terzi è tra quelle considerate, ma dovrà essere definita nel rispetto delle regole della gara e della normativa sugli aiuti di Stato.

Ieri il presidente della Regione Liguria Marco Bucci, intervenuto al presidio, aveva detto che una proposta per tenere attiva la fabbrica potrebbe essere resa nota entro uno o due giorni. I contatti, secondo quanto riferito dal presidente, sono proseguiti con le istituzioni romane, i commissari straordinari e il sottosegretario Alfredo Mantovano. Anche i sindacati nazionali sono stati informati e hanno incontrato il commissario Quaranta. Per i lavoratori, però, il passaggio decisivo resta la presentazione di un piano con date, tonnellaggi e garanzie: le ipotesi annunciate finora non bastano a dare certezze.

Il presidio davanti alla Prefettura proseguirà anche stanotte. Dopo una prima notte trascorsa sul posto, i lavoratori si stanno organizzando per restare ancora, in attesa di sviluppi. Un gruppo di Alpini di Oregina porterà loro pasti caldi. La mobilitazione non verrà sospesa sulla base di nuove promesse: in caso di arrivo di una proposta scritta, i dipendenti la valuteranno insieme e decideranno se ci siano le condizioni per smobilitare. Quello che chiedono, ha ribadito Palombo, è un impegno concreto che permetta agli impianti di lavorare e ai lavoratori di non ritrovarsi tutti in cassa integrazione.


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