Orto botanico di Unige chiuso per mancanza di personale: la storia secolare di Genova sbatte contro la carenza di addetti

Oggi niente visite nello storico giardino dell’Università: la carenza di personale impedisce l’apertura di un patrimonio scientifico nato nel 1803 e conosciuto a livello internazionale

La storia della botanica genovese, attraversata da scienziati di fama internazionale, collezioni rare e investimenti che per oltre due secoli hanno fatto dell’Orto botanico dell’Università di Genova un punto di riferimento per la ricerca, oggi si scontra con un problema molto più prosaico: manca il personale necessario e il giardino resta chiuso al pubblico. L’annuncio è comparso sulla pagina Fb della struttura.

Una chiusura che potrebbe sembrare soltanto un contrattempo organizzativo, ma che assume un significato diverso se rapportata al valore storico, scientifico e culturale del luogo. L’Orto botanico non è un semplice giardino ornamentale incastonato tra gli edifici di via Balbi: è un laboratorio vivente, custode di migliaia di esemplari e testimone di una tradizione che contribuì a rendere Genova una delle capitali europee della ricerca botanica.

Il patrimonio meno conosciuto della città
Raccontare Genova significa richiamare immediatamente il mare, la Repubblica marinara, la Lanterna, il porto antico e il centro storico medievale e rinascimentale. Significa ricordare Cristoforo Colombo, Niccolò Paganini e la spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi. Molto meno conosciuta è l’attività scientifica dei botanici, dei naturalisti e degli aristocratici genovesi che trasformarono ville, terrazze e giardini affacciati tra il mare e le montagne in centri di studio apprezzati in tutta Europa.
L’Illuminismo alimentò in città un interesse straordinario per le piante. Famiglie come i Durazzo e i Di Negro, insieme a studiosi come Domenico Viviani e Antonio Bertoloni, investirono risorse economiche e conoscenze nella costruzione di serre, nell’acquisto di specie esotiche e nella sperimentazione di tecniche avanzate di acclimatazione.
Giardinieri altamente specializzati, impianti di riscaldamento, stufe e ricoveri protetti consentivano di conservare anche esemplari tropicali. Nei primi decenni dell’Ottocento Genova contava quattro orti botanici, ai quali si aggiungevano numerosi giardini scientifici ospitati nelle residenze nobiliari.
Dai giardini aristocratici alla nascita dell’Orto universitario
Uno dei primi grandi giardini botanici cittadini sorse nell’attuale Villetta Di Negro, inizialmente proprietà del marchese Ippolito Durazzo e successivamente di Gian Carlo Di Negro, fondatore della prima Scuola di botanica della Liguria. Il catalogo compilato nel 1802 da Domenico Viviani documentava la presenza di 1.844 taxa, cioè unità utilizzate nella classificazione scientifica degli organismi.
La competizione culturale e scientifica spinse Ippolito Durazzo a realizzare un secondo orto botanico sulle Mura dello Zerbino. Nel catalogo redatto appena un anno dopo la fondazione risultavano già 2.208 taxa, molti dei quali esotici o tropicali. La marchesa Clelia Durazzo, a Pegli, possedeva a sua volta una collezione di 1.664 taxa conservati in efficienti aranciere disposte a gradoni.
Fu in questo clima che, nel 1803, nacque l’Orto botanico dell’Università di Genova. L’Ateneo acquisì circa duemila metri quadrati dell’antica tenuta del Collegio di San Gerolamo in Balbi, appartenuta fino alla fine del Settecento alla congregazione dei gesuiti. La struttura venne destinata soprattutto alla formazione medica e allo studio delle piante officinali.
La direzione della cattedra di botanica e storia naturale fu affidata a Domenico Viviani, che portò con sé la propria collezione di piante vive. Nel 1819, quindici anni dopo la fondazione, il catalogo dell’Orto comprendeva 1.011 taxa, per circa il 60 per cento costituiti da piante officinali europee. Accanto al giardino si svilupparono una biblioteca specializzata e un erbario di notevole importanza.
Gli alberi che attraversano i secoli
Nel 1835 l’Università ampliò il complesso acquisendo altri quattromila metri quadrati della tenuta di Pietraminuta. Alcuni alberi messi a dimora nel periodo di Domenico Viviani sono ancora vivi: cipressi altissimi, un cedro del Libano, una sequoia, una Firmiana simplex e una Gleditsia triacanthos. Monumenti naturali che portano sulle cortecce quasi due secoli di storia e che richiedono cure costanti, competenze tecniche e sorveglianza.
Nel 1839 la direzione passò a Giuseppe De Notaris, scienziato e organizzatore che diede un nuovo impulso al giardino. Nel 1859 iniziò la costruzione della grande serra in muratura, estesa per circa mille metri quadrati e destinata alle piante esotiche coltivate in vaso o direttamente nel terreno.
L’ampliamento definitivo arrivò nel 1865, quando l’Orto raggiunse una superficie complessiva di circa un ettaro. In quella stagione ebbe un ruolo fondamentale anche il capo giardiniere Giovanni Bucco, definito da Giuseppe De Notaris un vero “giardiniere-botanico” e rimasto al servizio della struttura per quasi cinquant’anni.
La fama internazionale e l’Istituto botanico Hanbury
Dopo la direzione transitoria di Federico Delpino, il centro conobbe una nuova fase di crescita sotto Ottone Penzig. I rapporti con altre università e con studiosi stranieri si intensificarono. Particolarmente importante fu la collaborazione con Thomas Hanbury, proprietario dal 1867 del celebre giardino di acclimatazione della Mortola, a Ventimiglia.
Una donazione di Thomas Hanbury rese possibile la costruzione del nuovo Istituto di botanica. I lavori iniziarono nel 1890 e terminarono due anni dopo, in tempo per le celebrazioni del quarto centenario del viaggio di Cristoforo Colombo. Proprio in quella circostanza Genova ospitò il primo Congresso internazionale di botanica organizzato in Italia.
Alla morte di Ottone Penzig, nel 1929, l’Istituto botanico Hanbury era ormai un centro di studio conosciuto a livello internazionale, dotato di una biblioteca, un museo, laboratori, un erbario e collezioni vive di valore inestimabile.
Le distruzioni della guerra e la faticosa rinascita
La fase più dolorosa arrivò durante la Seconda guerra mondiale. I bombardamenti distrussero l’Istituto, lasciandone in piedi soltanto i muri perimetrali. Gli alberi furono danneggiati, i detriti invasero il giardino e il mantenimento delle serre divenne difficilissimo. Per conservarne una temperatura accettabile durante gli inverni più rigidi vennero bruciati persino campioni essiccati dell’erbario, parti del museo e materiali della collezione didattica.
Dopo la breve direzione di Roberto Savelli, dal 1942 il compito della ricostruzione toccò a Giuseppina Zanoni, che lavorò al recupero della biblioteca, rilanciò la ricerca biologica e dotò l’Orto di un nuovo sistema di approvvigionamento idrico.
Tra il 1958 e il 1972 Rodolfo Pichi Sermolli fece realizzare una serra per le piante succulente e ricostruire completamente la serra grande, dotandola di impianti automatici per l’apertura, la regolazione della temperatura, l’irrigazione e l’umidificazione. Le successive direzioni di Salvatore Gentile, Letizia Bevilacqua e Paola Profumo proseguirono il recupero delle strutture, dell’erbario e delle collezioni viventi.
Un laboratorio vivente nel cuore di Genova
Oggi l’Orto botanico occupa circa un ettaro e comprende sei serre distribuite su tre livelli, per una superficie coperta di circa mille metri quadrati. Al loro interno vengono ricostruiti ambienti differenti e sono conservate felci arboree, piante tropicali d’alto fusto, specie acquatiche, succulente, bromeliacee, orchidee e cicadee.
Tra gli esemplari più rappresentativi figurano felci rare, numerose specie di Ficus, la Ravenala madagascariensis, conosciuta come albero del viaggiatore, la ninfea del Capo, il giacinto d’acqua e il papiro. All’esterno si trovano due arboreti, un settore dedicato alle piante australiane, un esemplare di Wollemia nobilis e il vialetto delle piante officinali.
Il patrimonio complessivo si aggira intorno ai quattromila esemplari, rappresentativi di circa duemila taxa. Le collezioni hanno una funzione scientifica, didattica e divulgativa: mostrano la biodiversità vegetale, forniscono materiale per l’insegnamento universitario e, in alcuni casi, permettono la propagazione di specie ad alto rischio o scomparse dal loro ambiente naturale.
Una chiusura che riapre il problema delle risorse
La mancata apertura di oggi, dovuta alla carenza di personale, pone inevitabilmente una questione più ampia. Un patrimonio di questa complessità non può essere gestito soltanto grazie alla buona volontà di chi vi lavora, né può essere considerato una presenza marginale nel sistema culturale e scientifico cittadino.
Il personale già presente è molto competente e capace, ma servono altri giardinieri con competenze specialistiche, tecnici capaci di intervenire sulle serre e sugli impianti, personale per l’accoglienza e risorse sufficienti a garantire manutenzione, sicurezza, attività didattiche e apertura al pubblico. In assenza di un organico adeguato, il rischio non riguarda soltanto la possibilità di entrare nel giardino: riguarda la continuità delle cure necessarie a organismi viventi, alcuni dei quali hanno attraversato guerre, bombardamenti e trasformazioni urbane.
Oggi, per mancanza di personale, il cancello resta chiuso. Dietro quella porta, però, non c’è un giardino qualsiasi. C’è una parte essenziale e poco conosciuta della storia scientifica di Genova.
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