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Maresca conquista “L’Espresso” e lancia un’altra bufala: la rissa di Halloween trasformata in un’aggressione islamica a una festa trans (che non c’è mai stata)

Dopo il falso storico sul ruolo della Decima Flottiglia Mas nel salvataggio del porto di Genova, l’esponente genovese di Futuro Nazionale diffonde un video di Manchester risalente allo scorso anno attribuendogli una cornice “etnica” e di odio religioso che non trova riscontro nelle fonti ufficiali: non era, come invece lui afferma, una festa delle persone Lgbtq+ e la polizia non ha mai parlato di aggressori islamici. Un’organizzazione politica inglese, ad esempio, definisce l’aggressione come fascista. Il caso mostra come filmati tagliati, rimontati e accompagnati da didascalie ideologiche possano trasformare una rissa scatenata da uno youtuber invadente in uno strumento di propaganda social

Dalla politica genovese alle pagine nazionali di “L’Espresso”

Tanto ha fatto Francesco Maresca che, dopo essere passato in pochi anni dal civismo vicino a Giovanni Toti e a Marco Bucci, a Fratelli d’Italia e infine al partito di Roberto Vannacci, è riuscito a conquistare le pagine nazionali di “L’Espresso”. Il giudizio del settimanale non è propriamente assolutorio, ma è difficile escludere che al consigliere comunale genovese possa comunque risultare gradita la visibilità ottenuta sulla versione online di una testata nazionale.

“L’Espresso” ha dedicato un articolo alla tesi pubblicata sui social da Francesco Maresca, secondo la quale la Decima Flottiglia Mas avrebbe salvato il porto di Genova dalla distruzione progettata dai tedeschi durante gli ultimi giorni dell’occupazione nazifascista.

Il settimanale ricostruisce le reazioni dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia, dei partiti progressisti, che hanno contestato duramente quella versione dei fatti. L’articolo è disponibile all’indirizzo https://lespresso.it/c/politica/2026/8/21/genova-porto-decima-mas-fascisti-anpi-futuro-nazionale-moresca/64228.

Il primo messaggio di Francesco Maresca, ricorda “L’Espresso”, sosteneva in modo netto che la Decima Flottiglia Mas avesse salvato il porto. Dopo l’esplosione delle polemiche, il consigliere ha parzialmente corretto il tiro, affiancando ai militari della Repubblica sociale italiana anche i portuali e la Chiesa.

La seconda formulazione non ha però spento lo scontro, perché continuava ad attribuire alla Decima un ruolo determinante contestato dall’Associazione nazionale partigiani d’Italia.

Da Genova a Manchester, la nuova narrazione senza riscontri

Questa volta non si tratta della Liberazione di Genova, ma di una violenta rissa avvenuta la sera di Halloween del 2025 a Piccadilly Gardens, nel centro di Manchester (e non a Londra come scrive Maresca).

Nella versione diffusa dal consigliere genovese, il filmato mostrerebbe due persone gay aggredite da islamici durante una festa dedicata alla comunità delle persone LGBTQ+. È una descrizione che accumula elementi non dimostrati e che non trova riscontro nelle comunicazioni ufficiali della polizia né nelle cronache britanniche consultabili.

Di certo c’è il video, che documenta una violenza grave e impressionante. Quasi tutto il resto della cornice aggiunta successivamente, però, è incerto, non verificato o addirittura apertamente contraddetto dalle fonti.

L’episodio non si è verificato durante una festa riservata alla comunità delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender, come sostiene Maresca. È avvenuto la sera del 31 ottobre 2025 a Piccadilly Gardens, un’area pubblica del centro di Manchester affollata per i festeggiamenti di Halloween, un po’ come accade da noi nel centro storico e a De Ferrari.

Di immagini girate nella zona della città inglese nella stessa sera c’è piena la rete: mostrano persone con i costumi più diversi: conigliette, vampiri e altri travestimenti tipici di una notte durante la quale il centro cittadino era pieno di giovani e di creatori di contenuti impegnati a filmare quanto accadeva.

Le due persone al centro del video erano vestite da conigliette. Alcune fonti britanniche le hanno descritte come uomini travestiti in occasione della festa, altre come persone transgender. Nessuna delle comunicazioni ufficiali della polizia ne ha però indicato l’orientamento sessuale o l’identità di genere.

Non esiste quindi una base documentale per presentarle semplicemente come “due gay” né, all’estremo opposto, per negare che potessero appartenere alla comunità delle persone LGBTQ+.

Lo stesso vale per le persone coinvolte nella rissa. La polizia della Grande Manchester non ha comunicato la religione, l’origine familiare o l’eventuale appartenenza politica degli arrestati e degli altri partecipanti. La rappresentazione di un gruppo di “islamici”, di prima o di seconda generazione, non compare nella nota ufficiale e non è sostenuta dalle informazioni diffuse dagli investigatori e dai media.

Che cosa ha comunicato davvero la polizia britannica

La comunicazione della polizia parla molto più prudentemente di una rissa o di un alterco che ha coinvolto più persone. Gli agenti intervennero poco prima delle 21 del 31 ottobre e, dopo avere acquisito i filmati circolati online, arrestarono due diciannovenni e un uomo di 29 anni con l’ipotesi di partecipazione a una rissa.

La polizia precisò inoltre che non erano state segnalate ferite gravi e lanciò un appello affinché testimoni e persone in possesso di altre riprese consegnassero il materiale agli investigatori.

La nota ufficiale è consultabile all’indirizzo https://www.gmp.police.uk/news/greater-manchester/news/news/2025/november/two-arrests-made-following-investigation-into-fight-in-piccadilly-gardens/.

La prudenza della polizia non è un dettaglio lessicale. La polizia ha comunicato soltanto ciò che poteva sostenere sulla base degli elementi raccolti: una rissa tra più persone, tre arresti, nessuna ferita grave segnalata e un’indagine ancora impegnata a ricostruire le circostanze.

Tutto il resto deve essere attribuito, verificato e trattato con il grado di incertezza che merita. La didascalia rilanciata in Italia, al contrario, presenta come accertate identità e motivazioni che le autorità britanniche non hanno mai confermato.

La telecamera, il rifiuto di essere ripresi e l’inizio dello scontro

Le cronache britanniche consentono di ricostruire una sequenza più ampia rispetto al frammento rilanciato in Italia e anche alla nota della polizia. Il creatore di contenuti conosciuto come Cozzy Media stava filmando a Piccadilly Gardens. Nel materiale pubblicato sul suo stesso canale lo si vede avvicinarsi alle due persone vestite da conigliette.

Queste si accorgono della telecamera, chiedono che venga spenta e tentano di sottrarsi alle riprese. La tensione sale rapidamente, qualcuno prova ad afferrare l’apparecchio e il confronto diventa fisico.

La rissa si allarga in pochi secondi. Cozzy Media viene scaraventato a terra e successivamente reagisce colpendo una delle persone coinvolte. Altri presenti entrano nello scontro. Una delle riprese mostra anche un uomo con una stampella che colpisce alle spalle una delle due persone travestite mentre queste cercano di allontanarsi.

La cronaca britannica non offre quindi la storia semplice che il montaggio ideologico vorrebbe imporre. Non mostra una folla comparsa improvvisamente per aggredire due persone inermi durante una festa dedicata alle minoranze sessuali, ma una situazione confusa, iniziata intorno alla presenza invasiva di una telecamera e degenerata in una rissa collettiva.

Questo non attenua in alcun modo la gravità delle percosse subite dalle due persone. Impedisce però di assegnare identità, intenzioni (tantomeno di stampo religioso) e responsabilità sulla base di pochi secondi estratti da una sequenza molto più lunga.

La ricostruzione pubblicata da “About Manchester” riferisce che le due persone avrebbero affrontato Cozzy Media dopo essersi accorte di essere filmate. Lo stesso articolo riporta la versione dello youtuber, che si è presentato come una vittima innocente mentre documentava la vita della piazza.

Anche questa è una versione di parte e non una conclusione investigativa. L’articolo si trova all’indirizzo https://aboutmanchester.co.uk/onlookers-film-piccadilly-gardens-attack-on-you-tuber-cozzy-media/.

Va detto che i social dello youtuber, che ha migliaia di follower, sono piene di filmati di pestaggi, botte, violenze per strada. Il creatore di contenuti è molto noto per filmare e pubblicare persone anche senza il loro consenso. È probabilmente per questo che i due ragazzi si arrabbiano quando lui comincia a riprenderli.

Le interpretazioni opposte nate dallo stesso filmato

Una lettura radicalmente diversa è stata proposta da Young Struggle Manchester, organizzazione socialista che ha interpretato l’episodio come un’aggressione transfobica di stampo fascista.

Secondo il gruppo, alcuni creatori di contenuti riconducibili all’estrema destra avrebbero molestato e provocato le due persone, mentre durante l’aggressione sarebbero stati gridati insulti transfobici. L’organizzazione parla espressamente di un attacco collegato alla loro identità e inserisce l’episodio in un appello politico contro il fascismo.

Il suo profilo è raggiungibile all’indirizzo https://www.instagram.com/youngstruggle_manchester/.

Questa ricostruzione merita di essere citata, ma deve essere presentata per ciò che è: l’interpretazione di un’organizzazione politica e militante di ideologia opposta a quella di Maresca, non l’esito dell’inchiesta della polizia. È esattamente la distinzione che manca quando un filmato viene rilanciato con una didascalia perentoria e utilizzato per dimostrare una tesi già confezionata.

Nel caso di Manchester, le immagini sono state più volte separate dalla loro origine, accorciate, rimontate e accompagnate da commenti diversi. Ogni nuovo passaggio ha aggiunto un pezzo di interpretazione e sottratto un pezzo di contesto.

In una delle rielaborazioni in lingua italiana è comparsa per la prima volta la tesi dell’aggressione compiuta da musulmani ai danni di due persone transgender, rilanciata oggi da Maresca. Una volta entrata nel circuito dei social, quella descrizione è stata trattata come se fosse la didascalia originale del filmato.

Da un’unica rissa sono così nate almeno tre storie differenti. Per alcuni si è trattato dell’aggressione a uno youtuber da parte di due persone travestite; per un’organizzazione socialista è stato un attacco transfobico guidato da provocatori di estrema destra; nella manipolazione arrivata in Italia è diventato il pestaggio di due persone gay da parte di islamici durante una festa delle minoranze sessuali.

Il caso studiato da “Decentered Media”: quando il video diventa propaganda

Bisogna partire sapendo che il giornalismo è molto diverso in Gran Bretagna rispetto all’Italia. Noi abbiamo l’Ordine dei Giornalisti che garantisce la professionalità degli iscritti e che questi devono rispettare una lunga serie di regole deontologiche. Questo nella “perfida Albione” non esiste. La legge italiana, poi, prevede che chiunque si possa riprendere in luogo pubblico, ma che nessun volto possa poi essere mostrato in foto o video sia nei media sia sui social.

Oltremanica, poi, anche i creatori di contenuti sembrano dover sottostare a meno regole. I filmati di molti youtuber inglesi mostrano scene di violenza e visi distinguibili e si trasformano spesso in mezzi per fare soldi a dispetto della verità e in motori di propagandaIl meccanismo è stato analizzato in modo approfondito da Rob Watson su “Decentered Media”. Il suo articolo non cerca semplicemente un colpevole per la rissa. Usa il caso di Piccadilly Gardens per spiegare la zona grigia nella quale oggi si incontrano testimonianza dal basso, “giornalismo cittadino”, creatori di contenuti, dirette social e incentivi economici delle piattaforme.

Il testo integrale è disponibile all’indirizzo https://decentered.co.uk/navigating-the-grey-zone-citizen-reporting-influencers-and-the-civic-work-of-media/.

Il punto centrale dell’analisi è che la telecamera non registra sempre passivamente ciò che accade. La sua presenza può modificare la scena. Una persona che non vuole essere ripresa può reagire; il creatore può avvicinarsi ancora per ottenere una risposta più forte; un contrasto può diventare materiale spettacolare; il filmato può essere montato in modo da premiare la versione più utile al pubblico del canale.

Secondo “Decentered Media”, la prima pubblicazione stabilisce spesso la cornice interpretativa. I montaggi successivi, le copertine, le didascalie e i commenti rafforzano quella lettura, mentre la cultura della condivisione rende progressivamente più difficile individuare la provenienza e la sequenza originaria delle immagini.

Persone che non erano presenti finiscono così per parlare con sicurezza delle intenzioni, dell’identità e delle responsabilità di soggetti che non conoscono. Telefoni cellulari, piccoli canali indipendenti e cosiddetti “cronisti di comunità”, secondo l’articolo, possono svolgere una funzione civica preziosa, arrivando dove i media più grandi non arrivano e offrendo una conoscenza diretta dei luoghi.

La degenerazione comincia quando gli incentivi delle piattaforme trasformano le persone in comparse, le piazze in palcoscenici e i conflitti in prodotti. Visualizzazioni e tempo trascorso davanti al video equivalgono a visibilità e, spesso, a denaro. L’indignazione, la paura e lo scontro diventano così più redditizi della verifica, della prudenza e della complessità. Purtroppo, questo comincia ad accadere anche qui: gruppi xenofobi stanno condividendo qualsiasi cosa che a loro giudizio sia degrado, comprese immagini di stranieri ripresi e schiaffati sui social a volto scoperto solo perché tali.

Verificare prima di condividere: la proposta per un’informazione responsabile

“Decentered Media” propone una strada diversa. Chi filma dovrebbe rendere evidente la presenza della telecamera, rispettare per quanto possibile il rifiuto di essere ripresi, offrire la possibilità di oscurare i volti e distinguere immediatamente ciò che è noto da ciò che è soltanto ipotizzato.

Ogni modifica rilevante dovrebbe essere dichiarata e le correzioni dovrebbero essere pubbliche e facilmente rintracciabili. L’analisi suggerisce inoltre la creazione di reti locali di verifica composte da giornalisti, operatori sociali, bibliotecari, emittenti comunitarie e persone che conoscono concretamente il territorio.

L’obiettivo non sarebbe centralizzare il controllo dell’informazione, ma consentire una verifica rapida di luoghi, identità e sequenze temporali prima che una narrazione falsa diventi dominante.

Il valore di un contenuto, secondo questa impostazione, non dovrebbe essere misurato soltanto attraverso le visualizzazioni. Dovrebbe contare anche la sua capacità di ridurre la tensione, includere le voci normalmente escluse, correggere pubblicamente gli errori e offrire strumenti utili alla comunità.

È il contrario del modello nel quale ogni fatto viene spremuto fino a ricavarne la massima quantità possibile di rabbia. Magari a scopo politico ed elettorale.

La cornice politica scelta da Maresca

È proprio su questo scarto che cade il post di Francesco Maresca. Non è necessario negare la violenza visibile nelle immagini per riconoscere che la didascalia proposta dal consigliere non è sostenuta dai fatti disponibili.

Non risulta alcuna festa dedicata alle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender. Non risulta che gli aggressori siano stati identificati come musulmani. Non risulta che la polizia abbia accertato una dinamica costruita sull’opposizione tra vittime gay e picchiatori islamici.

Il contenuto si presta invece perfettamente a confermare il messaggio politico di chi lo condivide. Prima viene scelta la tesi, poi si cerca un’immagine abbastanza violenta da renderla emotivamente credibile. Il video sostituisce la prova, la didascalia sostituisce l’inchiesta e la ripetizione sostituisce la verifica. E il popolo degli xenofobi sui social abbocca.

Per Francesco Maresca, il ricorso a una simile narrazione si colloca dentro una comunicazione social fondata frequentemente sul conflitto identitario.

Il consigliere ha spiegato di avere aderito al progetto di Roberto Vannacci perché vi riconosce una difesa più netta della sicurezza, dell’identità nazionale e della cultura italiana. E si sta facendo notare attraverso una comunicazione politicamente aggressiva che almeno in due casi si è certamente basata su una fake news.

Il contesto che separa l’informazione dalla propaganda

Il risultato è un curioso doppio approdo mediatico. Da una parte, “L’Espresso” porta su scala nazionale l’abbaglio storico sul porto e sulla Decima Flottiglia Mas. Dall’altra, il consigliere rilancia una narrazione costruita su informazioni che le fonti ufficiali non confermano.

Forse la notorietà nazionale sarà comunque accolta come un successo. Ma esiste una differenza tra finire su una testata per la solidità di una proposta politica e finirci perché un’affermazione è diventata un caso di riscrittura storica messo alla berlina da più parti.

Allo stesso modo, esiste una differenza tra documentare una violenza e usare quella violenza per attribuire identità e motivazioni non accertate. È la differenza tra informazione e propaganda. E in entrambi i casi riguarda un elemento essenziale: il contesto.

Nel 1945 il contesto è quello della Resistenza, della resa delle forze nazifasciste e della salvezza del porto ottenuta attraverso l’azione dei lavoratori, dei partigiani e delle trattative condotte anche dalla Chiesa.

A Manchester il contesto è quello di Halloween, di una piazza affollata, di uno youtuber che filma persone contrarie alle riprese, di una rissa caotica e di immagini continuamente rimontate, rititolate, strumentalizzate a piacimento per una propaganda o per quella opposta.

Togliere quel contesto permette di trasformare gli sconfitti in salvatori e una rissa in una guerra di religione. Rimetterlo al suo posto richiede più tempo di quanto serva a condividere un video, ma è l’unico modo per impedire che un contenuto virale diventi automaticamente una notizia falsa.

Quanto al video postato da Maresca, di solito Facebook cancella cose ben meno violente ed è curioso che quello, invece, continui a rimanere in rete. Ma è proprio quello che ha permesso a GenovaQuotidiana di ricostruire la bufala. Per la seconda volta in una sola settimana.


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