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Ex Ilva, gli acciaieri italiani provano a entrare in partita: Federacciai prepara una manifestazione di interesse

Il Consiglio di presidenza affida ad Antonio Gozzi il mandato per verificare con il Governo se esistano le condizioni per un intervento di un gruppo di imprese siderurgiche italiane. La mossa arriva dopo lo stop giudiziario all’area a caldo di Taranto, che ha stravolto la vendita e rimesso al centro gli impianti a freddo, compreso quello di Cornigliano

La partita dell’ex Ilva potrebbe cambiare ancora una volta protagonisti e, questa volta, riportare in primo piano l’industria siderurgica italiana. Federacciai ha deciso di passare dalla fase delle valutazioni preliminari a quella di un possibile atto formale: il Consiglio di presidenza della federazione ha dato mandato al presidente Antonio Gozzi di verificare le condizioni per presentare una manifestazione di interesse per gli impianti del gruppo che non sarebbero direttamente travolti dal blocco dell’area a caldo di Taranto.

Non si tratta ancora di un’offerta e neppure della nascita ufficiale di una cordata. È però un passo ulteriore rispetto alle indiscrezioni circolate nei giorni scorsi. Federacciai spiega che alcune aziende hanno già manifestato la disponibilità a partecipare all’iniziativa e che altre potrebbero aggregarsi nei prossimi giorni. Gozzi è stato incaricato di rappresentarle davanti agli enti competenti e, soprattutto, di verificare con il Governo la presenza di quelle che la federazione definisce “condizioni abilitanti” indispensabili perché un intervento industriale possa concretamente partire.

Il punto di partenza è la situazione completamente nuova determinata dalla decisione della Corte d’Appello di Milano del 27 luglio. Accogliendo parzialmente il reclamo presentato da un gruppo di cittadini e genitori tarantini, i giudici hanno imposto la sospensione delle attività dell’area a caldo entro novanta giorni, subordinando un’eventuale ripartenza alla completa bonifica dell’amianto e all’adeguamento delle emissioni di polveri sottili. La Corte ha individuato nella situazione degli impianti un rischio persistente per la salute e ha sostanzialmente capovolto il quadro industriale sul quale fino a quel momento era stata costruita la procedura di vendita.

L’area a caldo di Taranto è il cuore nel quale viene prodotto l’acciaio primario. Fermarla significa separare, almeno nello scenario che oggi appare più probabile, quella parte dello stabilimento dalle lavorazioni successive: laminazione, zincatura, finitura e trasformazione dei prodotti. Ed è proprio su questo secondo perimetro che l’interesse degli acciaieri italiani può diventare molto più concreto.

Per Genova il passaggio è tutt’altro che teorico. Cornigliano non dispone più dell’area a caldo e svolge lavorazioni a freddo su materiale proveniente da Taranto. Lo spegnimento degli altiforni pugliesi pone quindi un problema immediato: da dove arriveranno i coils e le bramme necessarie a far funzionare gli stabilimenti del Nord? Il sito genovese, insieme a Novi Ligure e agli altri impianti settentrionali, rientra nel perimetro industriale che potrebbe diventare oggetto della nuova configurazione della gara.

La stessa sindaca di Genova Silvia Salis, dopo il confronto del 28 luglio con il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, aveva evidenziato come la pronuncia milanese avesse modificato radicalmente l’oggetto della vendita. Il Governo, aveva riferito la sindaca, stava lavorando a una soluzione concentrata sulle lavorazioni a freddo e valutando l’ingresso di nuovi operatori, anche italiani. Per Genova la priorità indicata a Roma è stata quella di garantire l’approvvigionamento della materia prima e, di conseguenza, continuità produttiva e occupazionale a Cornigliano.

Per capire perché la mossa di Federacciai sia rilevante bisogna però tornare indietro di oltre due anni. Nel febbraio 2024 Acciaierie d’Italia venne ammessa all’amministrazione straordinaria dopo la rottura degli equilibri societari con ArcelorMittal. Il socio pubblico Invitalia, che deteneva il 38 per cento del capitale, aveva chiesto l’intervento straordinario e il Governo affidò la gestione ai commissari con l’obiettivo di evitare il collasso produttivo e finanziario. In aprile la procedura venne estesa anche alla holding per consentire una gestione unitaria del gruppo.

Nell’estate del 2024 partì quindi il tentativo di trovare un nuovo proprietario. Il Ministero autorizzò il bando per la cessione dei beni e delle attività di Ilva e Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, ponendo tra gli obiettivi il rilancio della produzione siderurgica nazionale, la riduzione delle emissioni, la decarbonizzazione e la salvaguardia dell’occupazione. Già nella fase preliminare erano comparsi, insieme a gruppi internazionali, anche nomi importanti della siderurgia italiana come Arvedi e Marcegaglia.

Il dossier si è però progressivamente complicato. Nell’estate 2025 il bando venne riscritto rendendo obbligatoria la decarbonizzazione dello stabilimento di Taranto. La nuova impostazione prevedeva il progressivo spegnimento della produzione a carbone e la realizzazione di forni elettrici, con la possibilità di arrivare fino a tre nuovi impianti per coprire la capacità produttiva autorizzata di sei milioni di tonnellate l’anno. Per Cornigliano venne inoltre espressamente aperta la possibilità di prevedere un forno elettrico e nuovi impianti di prima lavorazione.

Nel frattempo la ricerca dell’acquirente ha attraversato una lunga successione di offerte, ritiri, rilanci e negoziazioni. Il dossier è passato da Baku Steel ad altri operatori internazionali, fino al confronto più recente tra Flacks Group e il gruppo indiano Jindal. Proprio alla fine di luglio la trattativa con Jindal appariva vicina a una fase decisiva: la società indiana aveva confermato l’interesse per l’acquisizione e si era detta disponibile a realizzare un nuovo forno senza emissioni di carbonio. La pronuncia della Corte d’Appello è arrivata nel momento in cui la cessione sembrava quindi avvicinarsi a una definizione, costringendo Governo e commissari a ricalcolare l’intera operazione.

Il nuovo scenario è radicalmente diverso. Se Taranto perde, almeno nella configurazione attuale, la produzione primaria attraverso gli altiforni, il problema non è più semplicemente trovare qualcuno disposto ad acquistare e decarbonizzare l’intero gruppo. Occorre capire se sia economicamente sostenibile mantenere in funzione le lavorazioni a freddo alimentandole con semiprodotti acquistati sul mercato, quale costo energetico comporterebbe l’operazione, chi dovrebbe sostenere le bonifiche e quale perimetro occupazionale sarebbe possibile conservare.

È proprio questo cambio di prospettiva ad aver riaperto la porta agli operatori italiani. Un progetto basato sull’area a freddo era già circolato in passato attorno al gruppo Arvedi: l’ipotesi prevedeva il mantenimento dei laminatoi e degli stabilimenti settentrionali attraverso bramme acquistate all’esterno e, in una fase successiva, la costruzione di un forno elettrico. Quel modello, quando gli altiforni di Taranto erano ancora considerati parte imprescindibile del futuro industriale, era rimasto ai margini. Oggi è tornato improvvisamente attuale.

Ma il progetto presenta difficoltà enormi. La materia prima dovrebbe essere reperita stabilmente sui mercati internazionali, con costi e rischi legati alla dipendenza da fornitori esterni. Inoltre una parte dell’energia utilizzata dalle lavorazioni a freddo è oggi collegata all’area a caldo, e il suo spegnimento richiede soluzioni alternative. Resta poi da stabilire chi si farà carico degli impianti non più produttivi, delle bonifiche e dei costi connessi alla chiusura. Sullo sfondo c’è infine il problema più delicato: l’occupazione. La separazione dell’area a caldo dal resto del gruppo rischia inevitabilmente di ridurre drasticamente il numero di lavoratori necessari.

Per questo Federacciai non parla ancora di un acquisto, ma pone condizioni. Il mandato affidato oggi ad Antonio Gozzi serve esattamente a capire cosa il Governo sia disposto a garantire sul piano industriale, finanziario, energetico, ambientale e occupazionale prima che gli imprenditori decidano se assumersi direttamente il rischio dell’operazione.

La prospettiva ha un significato particolare per Genova anche per un’altra ragione: Antonio Gozzi, oltre a guidare Federacciai, è un industriale ligure e conosce direttamente il peso che Cornigliano ha nella filiera siderurgica settentrionale. Nei giorni scorsi aveva già confermato che la federazione stava esaminando la possibilità di un’iniziativa degli acciaieri italiani per rilanciare gli impianti rimasti fuori dal blocco giudiziario. Ora quella disponibilità preliminare è diventata un mandato formale.

Non significa che l’ex Ilva sia stata salvata e neppure che una cordata italiana sia già pronta a rilevare Cornigliano, Novi Ligure e l’area a freddo di Taranto. Significa però che, dopo anni trascorsi a cercare il grande investitore internazionale capace di prendere in carico l’intero gigante siderurgico, la crisi provocata dallo stop dell’area a caldo sta facendo emergere una soluzione completamente diversa: dividere il problema e provare a salvare industrialmente ciò che può ancora produrre.

Da questa verifica dipenderà anche una parte importante del futuro di Cornigliano. Se gli acciaieri italiani troveranno le condizioni sufficienti per mettere insieme una proposta credibile, la nuova gara dell’ex Ilva potrebbe trasformarsi da una vendita dell’intero gruppo a una complessa operazione di ricostruzione della siderurgia nazionale pezzo per pezzo. Se invece quelle condizioni non emergeranno, resterà aperta la questione più urgente: come mantenere in funzione gli stabilimenti a freddo del Nord quando Taranto non sarà più in grado di alimentarli.


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