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Il governo tenta la grazia lampo per Mario Roggero, Mattarella chiama al Colle il ministro della Giustizia Nordio

La condanna definitiva a 14 anni e nove mesi diventa in poche ore una campagna politica. Carlo Nordio avvia l’istruttoria, la maggioranza raccoglie firme e Sergio Mattarella ricorda un “dettaglio” in realtà non certo secondario: la grazia spetta al presidente della Repubblica ed è legata strettamente ad esigenze umanitarie

La sentenza della Corte di cassazione è definitiva, ma per una parte della politica italiana la definitività sembra essere diventata un concetto elastico. Tutto per sostenere la campagna mediatica a favore della legittima difesa senza limiti. Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato a 14 anni e nove mesi per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo quando l’assalto al negozio era ormai terminato, si è ritrovato nel giro di poche ore al centro di una mobilitazione della maggioranza.

Non per discutere la riforma delle carceri, la durata dei processi o le condizioni dei detenuti. In questo caso, la macchina politica si è mossa con una rapidità insolita e altamente selettiva. I capigruppo del centrodestra hanno annunciato una raccolta di firme per chiedere la grazia, Matteo Salvini si è dichiarato pronto ad aiutare il gioielliere e la sua famiglia, Guido Crosetto ha definito la vicenda ingiusta e difficile da accettare e Antonio Tajani ha aderito all’iniziativa.

Il guardasigilli Carlo Nordio ha quindi avviato l’istruttoria. Una solerzia che non è passata inosservata al Quirinale, dove il presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo ha ricevuto per ricordargli che la grazia non è un bonus di maggioranza, né un provvedimento che il governo può annunciare come una misura inserita nel prossimo decreto.

La Costituzione attribuisce questa facoltà esclusivamente al capo dello Stato. Il ministero può raccogliere documenti, acquisire pareri e trasmettere il fascicolo. La decisione finale, tuttavia, non appartiene né al guardasigilli, né ai capigruppo, né ai vicepresidenti del Consiglio particolarmente attivi sui social network.

Dal Quirinale è stato chiarito che il richiamo non riguarda ancora il merito del caso. Le motivazioni della Cassazione non sono state depositate e parlare già di grazia significa anticipare una valutazione che richiede un’istruttoria seria. Il problema è il metodo, cioè la singolare abitudine di trasformare una prerogativa costituzionale in una promessa politica da spendere davanti all’opinione pubblica.

La vicenda giudiziaria, nel frattempo, resta quella accertata in tre gradi di giudizio. Il 28 aprile 2021 tre uomini entrarono nella gioielleria di Mario Roggero, minacciando lui e i familiari con un coltello e una pistola giocattolo. Presero i preziosi e uscirono dal negozio. Il gioielliere li inseguì nel parcheggio e sparò contro di loro mentre tentavano di fuggire.

Giuseppe Mazzarino e Andrea Spinelli morirono. Alessandro Modica rimase ferito a una gamba. I giudici hanno escluso la legittima difesa perché, al momento degli spari, l’aggressione era terminata e non esisteva più un pericolo attuale da respingere.

Il punto, quindi, non è stabilire se Mario Roggero avesse subito una rapina. La rapina c’era stata ed era stata violenta. Il punto è ciò che accadde dopo, quando il commerciante uscì dal negozio, raggiunse i rapinatori e aprì il fuoco quando il pericolo era terminato.

La Corte d’assise, la Corte d’assise d’appello e infine la Corte di cassazione hanno ritenuto che quella condotta avesse superato i limiti della difesa. Una conclusione che la politica può contestare, naturalmente, purché ammetta di stare contestando una sentenza definitiva e non una vaga interpretazione burocratica.

Nel racconto costruito da una parte della maggioranza, però, l’intera vicenda sembra ridursi a un commerciante costretto a difendersi e a uno Stato pronto a punirlo. Spariscono il momento della fuga, i colpi esplosi nel parcheggio e le due persone uccise. Resta una narrazione semplice, perfetta per uno slogan e decisamente meno adatta a una sentenza.

Matteo Salvini ha persino evocato una possibile candidatura di Mario Roggero, qualora la legge lo consentisse. Un’ipotesi che porta il garantismo italiano verso territori innovativi: la condanna definitiva non rappresenta più soltanto un problema giudiziario da affrontare, ma può trasformarsi in un titolo politico da valorizzare. C’è anche da ricordare che negli stati Usa dove la legittima difesa non ha limiti, i reati sono tutt’altro che in diminuzione.

Anche Futuro Nazionale, il movimento legato a Roberto Vannacci, ha accusato il centrodestra di ipocrisia, ricordando che la maggioranza aveva bocciato una proposta destinata ad ampliare ulteriormente la legittima difesa. Una gara interna per stabilire chi sia più disponibile a piegare il diritto penale alla convenienza del momento.

Il Partito democratico ha chiesto se la presidente del Consiglio Giorgia Meloni fosse a conoscenza dell’iniziativa di Carlo Nordio. La domanda non è marginale. Se il ministro si è mosso autonomamente, il governo dovrebbe spiegare perché una pratica tanto delicata sia stata avviata senza un confronto politico. Se invece la scelta era condivisa, il richiamo del Quirinale riguarda indirettamente l’intera maggioranza.

La grazia, in ogni caso, non è un quarto grado di giudizio. Non serve a cancellare una sentenza perché politicamente sgradita e non può diventare uno strumento per correggere decisioni che non incontrano il consenso di una parte dell’elettorato. È un provvedimento eccezionale, legato a valutazioni umanitarie e affidato al presidente della Repubblica proprio per sottrarlo alla pressione immediata dei partiti.

L’istruttoria potrà andare avanti. Saranno raccolti i pareri delle autorità giudiziarie, le informazioni sulla situazione personale del condannato e ogni elemento ritenuto utile. Carlo Nordio potrà formulare una valutazione, ma non potrà sostituirsi al capo dello Stato.

Nel frattempo, Mario Roggero dovrà entrare in carcere per scontare una pena definitiva. Il centrodestra continuerà probabilmente a descriverlo come il simbolo di una giustizia distante dal sentimento popolare, mentre il Quirinale continuerà a ricordare che la Costituzione non cambia a seconda della popolarità del condannato.

Il 18 maggio 2006, la Corte costituzionale depositò la sentenza nº 200 sul potere di grazia e affermò, nella sostanza, che il Capo dello Stato ne era titolare non solo formale. Nella sentenza, la Corte sottolineò anche che l’istituto della grazia ha la funzione di strumento destinato a soddisfare solo straordinarie esigenze umanitarie.

La vera novità non è che la maggioranza chieda la grazia. È la velocità con cui ha trasformato un caso giudiziario complesso in una campagna identitaria. Quando la legge colpisce altri, viene invocata con fermezza. Quando raggiunge una figura utile alla narrazione politica, improvvisamente diventa troppo rigida, sproporzionata e bisognosa di correzioni immediate.

Per fortuna, almeno sulla carta, tra una raccolta di firme e una grazia esiste ancora la Costituzione.

Foto: Quirinale


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