Economia Politica 

Porti, Genova attacca la riforma: «Comuni messi ai margini e scelte troppo accentrate»

Il vicesindaco Alessandro Terrile, audito alla Camera come presidente della Commissione nazionale Porti e Demanio dell’Associazione nazionale Comuni italiani, chiede più peso per gli enti locali nella pianificazione portuale e un fondo per compensare gli impatti sulle città

La riforma della governance portuale rischia di ridurre il peso dei Comuni nelle decisioni strategiche sugli scali e di concentrare troppe competenze tra ministero, Autorità portuali e nuova società Porti d’Italia. È la posizione portata oggi alla Camera dal vicesindaco di Genova Alessandro Terrile, ascoltato dalla Commissione Trasporti in qualità di presidente della Commissione nazionale Porti e Demanio dell’Associazione nazionale Comuni italiani.

All’audizione sul disegno di legge di riforma hanno partecipato anche il sindaco di Ancona Daniele Silvetti e la sindaca di Gioia Tauro Simona Scarcella. Terrile ha raccolto le osservazioni arrivate dai Comuni portuali e ha espresso la preoccupazione degli enti locali per un impianto che, secondo l’Associazione nazionale Comuni italiani, rischia di marginalizzare le amministrazioni comunali nella governance, nei processi decisionali e nella pianificazione delle aree portuali.

Il punto più delicato riguarda il possibile superamento del ruolo dei Comuni nella pianificazione. Secondo Alessandro Terrile, la riforma introduce percorsi alternativi ai Piani regolatori portuali, restringendo il confronto a un dialogo tra Autorità di sistema portuale, Porti d’Italia e ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Un’impostazione che, per il vicesindaco, sarebbe in contrasto con la giurisprudenza della Corte Costituzionale, che ha riconosciuto la necessità di un coinvolgimento sostanziale dei Comuni attraverso lo strumento dell’intesa, non con un semplice parere facoltativo.

Nel mirino c’è anche la nascita di Porti d’Italia, società che secondo Terrile potrebbe assorbire scelte strategiche oggi discusse nei Comitati di gestione delle Autorità di sistema portuale. Proprio quei comitati, ha sottolineato, rappresentano l’unico luogo istituzionale della portualità in cui siedono rappresentanti delle città portuali e in cui si confrontano gli interessi dei territori, del lavoro e degli operatori. Da qui la richiesta di non alterarne l’equilibrio con nuovi membri indicati dal ministero e da Porti d’Italia e di eliminare la previsione che subordina la nomina del segretario generale a pareri ministeriali vincolanti.

Per Genova il tema ha un rilievo diretto. Il rapporto tra porto e città passa anche dalla capacità dell’Autorità di sistema portuale di programmare e finanziare opere che ricadono sulla viabilità, sull’ambiente, sulla qualità della vita e sulla trasformazione urbana. Se le Autorità venissero svuotate anche sul piano economico-finanziario, avverte Terrile, diventerebbero interlocutori deboli per i Comuni, con conseguenze negative proprio nelle città che ogni giorno convivono con i benefici e con gli impatti delle attività portuali.

Il vicesindaco richiama inoltre il problema delle esternalità negative: traffico, emissioni, rumore, pressione sulle infrastrutture urbane e necessità di mitigazioni ambientali. Per questo l’Associazione nazionale Comuni italiani propone un fondo perequativo a favore dei Comuni portuali, alimentato da una quota dei proventi portuali, da destinare a interventi di sostenibilità ambientale e riqualificazione urbana.

La richiesta politica è quindi di correggere la riforma prima dell’approvazione. Per Alessandro Terrile, meno accentramento e più coinvolgimento dei Comuni non sono un freno allo sviluppo degli scali, ma una condizione per renderli più competitivi e meno conflittuali. L’Associazione nazionale Comuni italiani presenterà emendamenti ai parlamentari con l’obiettivo di rafforzare il ruolo degli enti locali, mantenere centrale il rapporto porto-città e garantire che le scelte strategiche non vengano calate dall’alto sui territori.


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