Cultura - 

Polaroid e scrittura asemica, da Entr’acte arriva “Randori”: il caos controllato di Frank Morris e Giuseppe Pellegrino

Dal 14 al 29 maggio, nello spazio Entr’acte di via di Sant’Agnese, la mostra “Randori” presenta opere inedite di Frank Morris e Giuseppe Pellegrino, tra fotografia istantanea, segni illeggibili, libri salvati dal macero e una pratica artistica fondata sull’equilibrio instabile

Si intitola “Randori” la nuova mostra di Frank Morris e Giuseppe Pellegrino, in programma da giovedì 14 a venerdì 29 maggio nello spazio Entr’acte di via di Sant’Agnese 19R, a Genova. L’inaugurazione è fissata per giovedì 14 maggio alle 17, mentre l’esposizione sarà visitabile da mercoledì a venerdì, dalle 16 alle 19. Il titolo prende in prestito un termine del judo: il randori è il combattimento libero, un esercizio in cui non conta la vittoria sull’avversario, ma la capacità di adattarsi a una situazione mobile, disordinata e imprevedibile. In questa chiave diventa “controllo del caos”, pratica fluida, continua, aperta, più vicina alla ricerca che alla competizione.

Dopo l’esperienza di “Indagini”, presentata da Entr’acte nel 2025, Frank Morris e Giuseppe Pellegrino tornano con una serie di opere inedite costruite ancora attorno al rapporto tra polaroid e scrittura asemica. Non una scrittura da leggere, dunque, ma un sistema di tracce, campiture, grovigli, addensamenti e segni che sembrano alludere a una lingua senza mai consegnarsi davvero al significato. La fotografia, a sua volta, non si limita a documentare: entra nei “marasmi grafici” sottostanti, ne intercetta dettagli, ritmi, tensioni, oppure si confronta con le concrezioni delle pietre e con le tracce scritturali che attraversano la superficie.

Il lavoro dei due artisti si muove su più piani. In alcune opere compaiono i “pensieri” in corsa nella mente, una sorta di flusso di coscienza accelerato che richiama, non troppo indirettamente, la “Penelope” di James Joyce. In altre, la chimica della polaroid viene spinta verso l’astrazione, fino a produrre immagini lavorate senza fotografare nulla. Altrove, invece, la scrittura asemica si fa tessuto, litania visiva, intreccio di segni che negano la funzione comunicativa della parola e insieme mettono in discussione anche quella testimoniale della fotografia. È una fotografia che non registra e una scrittura che non dice, ma proprio in questo scarto costruiscono il proprio spazio poetico.

Nel testo critico di Sandro Ricaldone, la scrittura asemica di questi lavori viene descritta come qualcosa che non cerca semplicemente l’eleganza calligrafica. Non si tratta di sostituire il significato con un segno bello, ordinato, decorativo. Nei lavori di Frank Morris e Giuseppe Pellegrino la traccia è più instabile: a volte micrografica, quasi orizzontale, come una scrittura che vorrebbe essere letta ma non riesce a farsi decifrare; altre volte più gestuale, più violenta, fatta di curve ampie e segni che non attraversano la superficie ma sembrano forzarla.

La distinzione proposta da Sandro Ricaldone tra “marasma” e “groviglio” aiuta a entrare nel lavoro. Il marasma è dispersione, disordine senza forma; il groviglio, invece, conserva una direzione perduta, un filo che si ritorce su se stesso. Nelle parti più minute e fitte, il segno appare come un groviglio: c’è ancora l’eco di una linea che voleva procedere. Nei passaggi più gestuali, invece, la scrittura si avvicina al marasma, rinunciando a ogni traiettoria riconoscibile. Proprio questa oscillazione tra ordine residuo e disfacimento dà alle opere la loro tensione.

Il filo è una delle immagini centrali della mostra. Non soltanto una metafora, ma quasi una presenza fisica: qualcosa che si annoda, si tende, si spezza, riprende. La scrittura asemica, in certi lavori, diventa linea continua, segno che percorre il foglio come un filo arruffato. Non procede per lettere, ma per durata. Il tempo della creazione si materializza sulla superficie, come se il gesto venisse depositato e reso visibile. Il richiamo a Penelope non è quindi solo letterario: c’è un tessere e disfare, ma qui il filo non ricompone una trama riconoscibile. Si sovrappone, si addensa, trasforma il foglio in una densità pura.

Il percorso successivo alla mostra del 2025 si articola in tre serie principali. La prima, “Penelope”, inserisce una polaroid con un volto femminile dentro la campitura asemica. Il volto interrompe la massa dei segni, introduce un elemento riconoscibile in un campo che per sua natura respinge la figura. La seconda, “Pietre”, sostituisce il volto con l’immagine di una pietra attraversata da striature bianche, in dialogo con una campitura segnata a sua volta da una venatura orizzontale. Il riferimento è anche all’opera di Bruno Munari “Giocare con la natura”. La terza serie ribalta il procedimento: il punto di partenza è una polaroid astratta, realizzata senza oggetto davanti all’obiettivo, poi riprodotta e ingrandita al centro del foglio, sulla quale interviene la scrittura asemica.

Uno dei nodi più interessanti è il rapporto tra due tempi diversi. La scrittura asemica è un processo lungo, stratificato, depositato. La polaroid, invece, è l’istantanea per eccellenza, il momento catturato sulla superficie fotosensibile. Accostarle significa far convivere il tempo esteso del gesto e il tempo breve dello scatto, senza che i due piani si risolvano in una sintesi pacificata. Lo spettatore resta in mezzo, costretto a oscillare tra la durata della traccia e l’immediatezza dell’immagine.

Anche sul piano percettivo, le opere chiedono un continuo cambio di postura. La scrittura asemica invita a uno sguardo laterale, quasi musicale, disposto a perdersi nel campo senza cercare un approdo. La polaroid, invece, chiede concentrazione: anche quando è ambigua o astratta, porta lo spettatore a cercare un soggetto, un frammento di realtà, un indizio. Questo alternarsi tra dispersione e messa a fuoco è il ritmo profondo della mostra, il suo vero movimento interno. In questo senso “Randori” diventa una definizione precisa: passare da un equilibrio all’altro senza fermarsi mai definitivamente.

La mostra comprende anche un’escursione dalla superficie del quadro alla forma del libro, spesso salvato dal macero. Qui la pratica della “sospensione” viene declinata in base alle caratteristiche di ogni volume, come se il libro, oggetto destinato alla lettura, venisse portato su un’altra soglia: non più testo da decifrare, ma corpo da attraversare, supporto da trasformare, memoria materiale da trattenere prima della sua scomparsa.

“Randori” è dunque una mostra sul controllo e sulla perdita di controllo, sulla scrittura che non diventa parola, sulla fotografia che rinuncia al referente, sulla forma che nasce dalla tensione tra due incompiutezze. La polaroid apre un vuoto dentro la scrittura, la campitura asemica espande la fotografia oltre i suoi bordi. Tra le due resta uno spazio irrisolto, un campo instabile in cui il senso non si compie ma continua a essere cercato.


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