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Amt, il centrodestra attacca sul risanamento dei debiti accumulati nelle gestioni precedenti. Terrile smonta il caso Trenitalia

L’opposizione attacca il piano di risanamento sugli strumenti finanziari partecipativi destinati a Trenitalia, ma il vicesindaco chiarisce che non daranno né quote né poteri di gestione: «È singolare che chi ha lasciato un’azienda con decine di milioni di debiti, tanto da suscitare ben tre istanze di fallimento, oggi, con la serenità e il distacco del passante, dispensi consigli su come è meglio ripagarli». Sullo sfondo restano una perdita da oltre 55 milioni e, appunto, tre istanze di fallimento

Sul piano di risanamento di Amt il centrodestra prova ad alzare il livello dello scontro politico, denunciando una presunta “privatizzazione occulta” del trasporto pubblico genovese. Ma l’accusa, almeno per come viene formulata, si scontra con la spiegazione tecnica fornita dal vicesindaco e assessore al Bilancio Alessandro Terrile, che esclude l’ingresso di Trenitalia nel capitale dell’azienda e chiarisce che gli strumenti finanziari partecipativi previsti dal piano non attribuiscono poteri amministrativi né diritti di gestione.

La polemica nasce dopo il passaggio in commissione della delibera di indirizzo sul piano di risanamento di Amt. I capigruppo di opposizione parlano di un «ennesimo gioco di prestigio della Giunta a Palazzo Tursi» e sostengono che il piano, dietro il «paravento tecnico» degli strumenti finanziari partecipativi, assegnerebbe al creditore Trenitalia «un enorme potere di influenza nella gestione del nostro trasporto pubblico», riconoscendogli «non meglio precisati diritti patrimoniali» in cambio della rinuncia al proprio credito di 15 milioni. Una posizione politicamente aggressiva, ma che arriva da chi ha governato la città nella fase in cui la situazione finanziaria dell’azienda è precipitata fino a produrre un quadro che oggi impone misure straordinarie.

L’opposizione insiste sul sospetto di un ingresso indiretto di Trenitalia nella partita Amt. «Dopo le ripetute rassicurazioni di sindaco e vice sul mantenimento dell’azienda in house, sorprende di ritrovare questo cavallo di Troia a beneficio di Trenitalia, ben camuffato in uno strumento finanziario», scrivono i capigruppo di centrodestra (Vince Genova, Fdi, Fi, Lega, Orgoglio Genova e gruppo misto), aggiungendo che anche i sindacati intervenuti in commissione avrebbero manifestato preoccupazioni. Poi l’affondo: «Non è la trasparenza che ci saremmo attesi dalla Giunta comunale su un dossier così complicato».

Il punto più delicato riguarda il credito vantato da Trenitalia. Il piano prevede il pagamento immediato di 5 milioni di euro e la trasformazione dei restanti 15 milioni in strumenti finanziari partecipativi. Su questo passaggio Alessandro Terrile interviene con una smentita netta e articolata: «Non c’è nessun ingresso nel capitale di Amt. I soci di Amt resteranno il Comune di Genova, Città metropolitana e i Comuni del Tigullio già soci di Amt. Il piano di risanamento prevede per Trenitalia il pagamento di 5 milioni di euro e la trasformazione dei restanti 15 milioni in strumenti finanziari partecipativi che attribuiscono diritti patrimoniali. Cioè la possibilità di essere ripagati sulla base del futuro andamento dell’azienda. Sono strumenti non convertibili in capitale che non attribuiscono diritti amministrativi o di gestione. Il senso è quello di rafforzare gli accordi commerciali e industriali tra Amt e Trenitalia nello spirito di una migliore integrazione tra ferro e gomma. È singolare che chi ha lasciato un’azienda con decine di milioni di debiti, tanto da suscitare ben tre istanze di fallimento, oggi con la serenità e il distacco del passante dispensi consigli su come è meglio ripagarli».

La replica del vicesindaco rovescia il quadro della polemica. Il centrodestra parla di “privatizzazione occulta”, ma il meccanismo descritto da Terrile non prevede né quote societarie né poteri di governo per Trenitalia. Il creditore potrà essere ripagato in base al futuro andamento dell’azienda, ma non entrerà nella proprietà e non acquisirà funzioni di indirizzo. La questione può essere discussa nel merito, soprattutto sugli effetti industriali e sui rapporti tra ferro e gomma, ma è diversa dalla privatizzazione evocata dall’opposizione.

La minoranza, nella propria nota, lega poi il piano al tema del servizio. «Nel frattempo, il piano di risanamento prevede una drastica riduzione del servizio con l’uscita di oltre 300 autisti e la riduzione di chilometri percorsi e corse su cui non abbiamo avuto né dettagli oggi né rassicurazioni, mentre il bilancio del 2024 continua a non venire presentato», scrivono i capigruppo. Infine, rivendicano un atteggiamento collaborativo: «L’opposizione di centrodestra in consiglio comunale, nell’interesse dei genovesi, si pone in modo costruttivo su ogni azione utile per salvare l’azienda ma pretende chiarezza di dati e obiettivi da parte della giunta Salis».

Il nodo, però, resta il punto di partenza. Amt non si trova davanti a una normale revisione industriale, ma a una crisi certificata dai numeri. Il bilancio 2024 registra una perdita superiore a 55 milioni di euro e sullo sfondo ci sono tre istanze di fallimento. In questo contesto, l’alternativa non è tra un’azienda florida e un piano complicato, ma tra un percorso di risanamento, con tutte le sue criticità, e il rischio concreto di un collasso aziendale con effetti pesanti su lavoratori, utenti e servizio pubblico.

Dentro la maggioranza interviene anche il consigliere comunale Filippo Bruzzone, che legge il passaggio in commissione come l’avvio formale di un percorso necessario. «Con il passaggio in commissione della delibera di indirizzo sul piano di risanamento di Amt, si apre formalmente un percorso necessario per provare a condurre l’azienda fuori dalla crisi», dichiara. Poi richiama la dimensione della voragine economica: «La gravità della situazione è ormai stata messa nero su bianco: il bilancio 2024 ha certificato una perdita di oltre 55 milioni di euro. Davanti a numeri di questo tipo non servono slogan o propaganda, ma responsabilità e chiarezza nei confronti della città».

Per Bruzzone, il piano ha una finalità precisa: «L’obiettivo del piano di risanamento è evitare il fallimento dell’azienda, anche alla luce delle diverse istanze già depositate in tribunale, tutelando sia i lavoratori sia le migliaia di cittadini che ogni giorno utilizzano il trasporto pubblico locale». Il consigliere apre anche il capitolo delle tariffe, tema politicamente sensibile perché riguarda direttamente gli utenti: «Parallelamente sarà necessario aprire una riflessione seria anche sul piano tariffario. Nessuno esclude, come già portato il mese scorso in aula, la possibilità di una revisione che renda il sistema meno costoso e più sostenibile per cittadini e famiglie, mantenendo però la qualità del servizio e la tenuta complessiva dell’azienda».

Lo scontro, dunque, si gioca su due piani. Da una parte l’opposizione denuncia il rischio che strumenti finanziari poco leggibili aprano spazi a soggetti esterni; dall’altra la giunta sostiene che il piano non modifichi la proprietà dell’azienda e che Trenitalia non avrà alcun potere gestionale. In mezzo c’è una società con conti pesantissimi, tre istanze di fallimento sullo sfondo e la necessità di trovare rapidamente una strada per garantire continuità al trasporto pubblico genovese.

La polemica sulla “privatizzazione occulta” appare così soprattutto come un tentativo di spostare il fuoco. Il piano può e deve essere esaminato nei dettagli, ma la precisazione tecnica di Alessandro Terrile elimina il punto centrale dell’accusa: Trenitalia non entra nel capitale e non acquisisce diritti di gestione. Resta invece in piedi la domanda più scomoda per il centrodestra: come si sia arrivati a un’azienda con decine di milioni di debiti, una perdita da oltre 55 milioni e tre istanze di fallimento, e con quale credibilità oggi si possa denunciare il salvataggio come se fosse la causa del problema, anziché il tentativo di contenerne gli effetti.


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