«Confesso, sono un alpino»: il ricordo di Paolo De Totero tra caserma, penna nera e polemiche sull’Adunata

Il giornalista ed ex caporedattore del Corriere Mercantile racconta il suo anno nella Brigata Taurinense e riflette sulle tensioni che accompagnano l’arrivo degli Alpini a Genova: «Sono contro le guerre e mi sento alpino. Verrò in centro per incontrare le penne nere, ovviamente in maniera pacifica»

Confesso: V° scaglione 1978. Caserma Ignazio Vian San Rocco Castagnaretta Cuneo per il Car, Brigata Taurinense, per il Car. E poi caserma Mario Fiore, Borgo San Dalmazzo. Battaglione Saluzzo, 2° reggimento alpini. Insomma, essì, lo confesso dal maggio 1978 sino allo stesso mese del 1979 sono stato alpino. Una volta si diceva ho servito la patria. E non per questo mi sono mai sentito un patriota. Ma quasi cinquanta anni fa funzionava così.

Arrivava a casa la cosiddetta cartolina rosa in cui ti dicevano il giorno e l’indirizzo a ci avresti dovuto presentarti. Capelli moderatamente corti, tanto poi ci pensavano loro. Ci pensava il barbiere del corpo a “scalparti”, quasi a raderti la cute. E poi ingresso al magazzino dove ti venivano consegnati due paia di scarponi, già allora con suola Vibram. Uno per le escursioni ed i campi e uno per la caserma. Il sacco a pelo, la gavetta, calzettoni di cotone e di lana. Divisa da caserma con i pantaloni alla zuava, e divisa d’ordinanza, quella che ho indossato al giuramento e il giorno del congedo. Poi la “stupida”, cioè il cappello da caserma e quello con la penna nera e la nappina verde (il colore della Taurinense). E ancora lo zaino, più o meno affardellato con tanto di cerata per il sacco a pelo.
E ho iniziato così con il passaggio in camerata e il mitico cubo da fare ogni mattina. Magari oltre al tuo, i primi mesi, ti toccava rifare anche quello del compagno di camerata che era sotto le armi da qualche mese più di te. E per vedere se eri stato all’altezza provvedeva a provare a far rimbalzare sul materasso piegato e raccolto una moneta da cinquanta o cento lire. Se rimbalzava ti congedava lasciandoti alle tue mansioni. Altrimenti ti toccava rifare il cubo un numero pressochè infinito di volte. Praticamente sino a quando le cento lire non rimbalzavano almeno una volta. Sì chiamava vita da caserma.
Sia quella del Car dove l’importante era imparare a marciare a tempo…. Un, due, un, due. E poi sinist, dest, sinist dest. E poi c’era il campo di calcio dove, oltre a marciare, nel tempo libero potevi anche improvvisare qualche partitella. Il resto era/è stato marcia e noia. Sino all’ora della libera uscita per le strade di Cuneo. Con tassativo rientro alla mezzanotte. E confesso ancora: una volta a destinazione a Borgo San Dalmazzo, con incarico 18 a, cioè autista di camion e camionette – sempre meglio che conducente muli – ho perfino partecipato a un campo militare con manovra NATO. Perchè avrebbero voluto far rientrare il corpo degli alpini fra quello più anonimo della fanteria e le alte sfere si erano ribellate asllestendo quell’operazione a cui erano stati invitati generali della Nato. Il corpo è rimasto.
Nel maggio del 1979 sono stato congedato. E siccome, come mi disse il capitano l’esercito mi era in qualche modo debitore ebbi anche i gradi da caporale diventato al congedo caporalmaggiore. Sono tornato alla vita normale e alle mie aspirazioni di fare il giornalista. Solo più tardi, ma probabilmente nel ricordo di quell’anno con le guardie, il picchetto e i sacchi di sabbia alle finestre, come cantava Lucio Dalla, mi sono iscritto all’Associazione Nazionale Alpini sezione di Genova. E non solo per spirito di appartenenza. Da giornalista ho partercipato e scritto delle due adunate nazionali, quella del 1980 e quella del 2001. E francamente non ricordo incidenti. Solo molta allegria, gli accampamenti, il grappino o il bicchiere di vino a cui non si poteva dire di no. Ricordo anche lo spirito di appartenenza il cappello e la penna nera, perfino quella bianca degli alti ufficiali in congedo. Sono partito nel lontano 1978 qualche giorno dopo il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, quando serpeggiava la paura di altri attentati o di assalti alle caserme delle BR. Gli anni di piombo che poi ho rivissuto a “Il Corriere Mercantile” con via Riboli e via Fracchia. E francamente mi viene da dire che erano altri tempi. E francamente non capisco tanto allarmismo per l’adunata nazionale. Mi viene solo da pensare che a quel maggio del 2001 con quell’invasione di penne nere nel luglio seguirono i giorni del G8 con il black block che vennero ad assediare la redazione del mio giornale “Il Corriere Mercantile” per circa un’ora prima di rifornirsi di benzina al distributore situato di sotto per confezionare le molotov e cercare di dirigersi verso il carcere di Marassi dove erano detenuti dei loro compagni. Ricordo anche quello e francamente provo a capire tanta intolleranza per gli alpini. Quattrocentomila arrivati qui per far festa. E fino ad oggi pur sforzandomi non ci sono riuscito. E probabilmente ad avvelenare un po’ tutto è l’eccessivo ricorso all’ideologia in cui ci troviamo a naufragare. La paura delle guerre, la voglia di pace. Il pacifismo.
Epperò pur comprendendo mi trovo a ripetere che l’ANA in caso di bisogno, alluvioni e terremoti, ha sempre affiancato l’esercito in prima fila con i suoi associati. Non mi ritrovo nemmeno nella polemica militarista. E mi dispiace che qualcuno, quello sì militarista e di destra, sfrutti l’occasione per un suo comizio. Però confesso sono un ex alpino anche se ho mantenuto quello spirito che in montagna porta ad aiutarsi l’un l’altro. A sollevare lo zaino affardellato del commilitone o del compagno che non ce la fa più. Sono contro le guerre e mi sento alpino. Perchè lìì ho imparato a scorrazzare per i sentieri di montagna. Confesso sono un alpino. Per giunta astemio. E almeno una volta verrò in centro per incontrare le penne nere. Ovviamente in maniera pacifica.
Paolo De Totero
In copertina: Paolo De Totero è il terzo alpino da destra
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