diritti e sociale 

Benedicta, il richiamo di Silvia Salis scuote la memoria: «Ricordare è ribellione contro l’indifferenza»

Ieri alle Capanne di Marcarolo la sindaca Silvia Salis ha tenuto l’orazione ufficiale per l’82º anniversario dell’Eccidio della Benedicta, uno dei massacri nazifascisti degli uomini della Resistenza italiana. Un intervento netto, senza sfumature, per chiedere verità storica, responsabilità civile e difesa quotidiana della democrazia

Ieri mattina, alle Capanne di Marcarolo, nel territorio di Bosio, la commemorazione dell’82º anniversario dell’Eccidio della Benedicta ha riportato al centro una delle pagine più drammatiche della Resistenza italiana. Alla cerimonia ufficiale ha partecipato anche la sindaca Silvia Salis, che ha tenuto l’orazione istituzionale prima della Santa Messa celebrata dall’arcivescovo di Genova Marco Tasca, scegliendo parole forti, dirette, volutamente non addomesticate. Il cuore del suo messaggio è stato tutto in una frase destinata a restare: «Ricordare la Benedicta non è un rito stanco, è un atto di ribellione contro l’indifferenza».

Nel suo intervento, Silvia Salis ha descritto la salita ai luoghi dell’eccidio come un «necessario esercizio di ossigenazione civile», un momento in cui allontanarsi dal rumore delle polemiche quotidiane per tornare a respirare «l’aria sottile della verità». Non un semplice passaggio commemorativo, quindi, ma un confronto diretto con la storia e con il peso delle parole. La sindaca ha insistito proprio su questo punto, rivendicando il dovere di chiamare le cose con il loro nome e di non avere paura della chiarezza. «Le parole sono il dizionario della nostra democrazia», ha detto, aggiungendo che non bisogna temere di apparire divisivi quando si parla di verità, perché «la verità non divide, la verità fonda».

È stato uno dei passaggi più netti di un discorso costruito attorno alla necessità di non attenuare il significato di quanto accadde tra quei monti. Silvia Salis ha rifiutato ogni formula neutra o consolatoria, scandendo che ciò che si commemorava ieri non era una generica tragedia del passato, ma «un eccidio, un massacro». Ha ricordato che i martiri della Benedicta «non persero la vita», ma furono uccisi senza pietà, e ha sottolineato come in molti casi gli assassini fossero italiani. Un richiamo duro, doloroso, ma voluto proprio per sottrarre la memoria a ogni ambiguità e a ogni tentazione di annacquare la responsabilità storica.

Nel ripercorrere i numeri della strage, la sindaca ha ricordato i 154 fucilati e i 190 deportati, riportando la commemorazione dal piano simbolico a quello concreto delle vite spezzate. Accanto ai numeri, ha richiamato anche alcune storie individuali, come quelle di Anna Ponte ed Elvira Ghiotto, per restituire volto e carne a una ferita che altrimenti rischia di essere percepita come lontana. È qui che il discorso ha assunto una dimensione ancora più attuale, perché Silvia Salis ha insistito sul fatto che la Benedicta non può essere relegata a una pagina da manuale, ma deve essere riconosciuta come una radice viva della libertà di oggi.

Non a caso, uno dei passaggi più significativi è stato quello rivolto ai giovani. La sindaca ha parlato della Resistenza come di una bussola morale ancora necessaria, spiegando che i ragazzi della Benedicta non scelsero la strada più semplice, ma quella giusta. In quelle parole c’era l’idea di una memoria che non serve soltanto a onorare chi non c’è più, ma anche a orientare le scelte di chi vive il presente. Il messaggio è stato chiaro: la libertà non è un fatto acquisito per sempre, ma una conquista fragile, che ha bisogno di coscienza, di cura e di responsabilità quotidiana.

Il finale dell’orazione ha rilanciato proprio questa esigenza di responsabilità. Silvia Salis ha avvertito che il vero compito di oggi è trasformare il ricordo in impegno civile, per costruire una società in cui nessuno sia mai costretto a scegliere tra la propria vita, i propri diritti e la propria libertà. E ha chiuso con un’immagine molto forte, evocando il contrasto tra il nome del luogo e la sua storia: «In questo luogo che porta il nome di una benedizione ma che ha conosciuto l’inferno, l’unico vero miracolo che possiamo invocare è la nostra capacità di restare umani». Da lì l’ultima invocazione, quasi un lascito politico oltre che morale: fare in modo che la memoria «ci benedica davvero», perché non serva mai più un’altra Benedicta per ricordarci chi siamo.

Alla cerimonia è intervenuto anche Armando Sanna, capogruppo del Partito Democratico in Consiglio regionale della Liguria, presente in rappresentanza della Regione. Anche il suo messaggio si è mosso nella stessa direzione, quella di una memoria che non può ridursi a liturgia. Armando Sanna ha parlato infatti di una «memoria viva», capace ancora oggi di interrogarci e di imporre una scelta di responsabilità. Nel ricordare i giovani della Benedicta, ha sottolineato che non furono eroi per destino, ma ragazzi che, in un momento drammatico, decisero di non voltarsi dall’altra parte. E proprio per questo, ha osservato, la loro lezione parla ancora al presente, ricordando a tutti che la libertà non è mai scontata e che va difesa ogni giorno.

Per Armando Sanna, il modo più autentico per onorare quel sacrificio non è soltanto ricordare, ma agire. Rifiutare l’indifferenza, difendere i diritti, rafforzare il senso delle istituzioni e della comunità: è questa, secondo il capogruppo del Pd, la traduzione concreta della memoria nel presente. Un concetto che si salda perfettamente con quello espresso poche ore prima da Silvia Salis e che conferma come il ricordo della Benedicta resti ancora oggi un terreno di verità storica, ma anche di responsabilità pubblica.

La giornata di ieri, dunque, non è stata solo una commemorazione. È stata anche una presa di posizione nitida sul valore della memoria in un tempo in cui tutto rischia di scivolare via troppo in fretta, persino le ferite più profonde della storia nazionale. Dalle Capanne di Marcarolo è arrivato un messaggio che va oltre la ritualità del calendario civile: chiamare le cose con il loro nome, non abbassare la guardia davanti all’indifferenza e tenere viva, senza sconti, la lezione di chi pagò con la vita la scelta della libertà.


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