Facce de Zena 

Addio a Giovanna Petti Balbi, la studiosa che ha insegnato a leggere il Medioevo genovese senza retorica

Il 28 gennaio, nel novantesimo anno della sua vita, si è spenta la medievista e ordinaria a Unige fino al 2007. Dalle cronache di Giorgio e Giovanni Stella ai mercanti nel Mediterraneo, dalla Corsica al Popolo duecentesco, ha lasciato un’impronta decisiva sul modo di studiare la storia di Genova, con rigore d’archivio e uno sguardo sempre aperto sui linguaggi del potere e sulla vita sociale. La ricordano sui social i professori Paola Guglielmotti e Antonio Musarra

Il 28 gennaio è mancata Giovanna Petti Balbi, una delle voci più autorevoli della medievistica italiana e, soprattutto, una figura che per decenni ha inciso in profondità sul modo in cui Genova e la Liguria hanno imparato a raccontare il proprio Medioevo. Nata nel 1936, ha insegnato Storia medievale nell’Ateneo genovese fino al 2007, formando generazioni di studenti e lasciando dietro di sé non solo libri e saggi, ma un metodo: quello di chi non si accontenta delle narrazioni identitarie, non si lascia sedurre dalla semplificazione e torna sempre alla prova delle carte.

A ricordarla, per la Società Italiana per la Storia Medievale, è la collega medievista Paola Guglielmotti, che tratteggia una studiosa capace di tenere insieme solidità documentaria e curiosità intellettuale, con quella “risolutezza” che chi frequenta gli archivi riconosce subito: la tenacia quotidiana di chi sa che un dettaglio apparentemente marginale può cambiare l’interpretazione di un’intera vicenda. Nella sua ricerca, Genova non è mai stata un’icona immobile, ma un organismo complesso, attraversato da tensioni politiche e sociali, da pratiche economiche, da persone, da lingue e rituali; una città che parla tanto di sé quanto del mare che la proietta fuori, verso il Mediterraneo e l’Europa.

Il primo tratto della sua formazione, ricorda Paola Guglielmotti, passa da un’esperienza pluriennale presso l’Istituto storico italiano, e da lì nasce uno dei lavori destinati a segnare una linea: l’edizione degli Annales genuenses di Giorgio e Giovanni Stella, pubblicata nei Rerum Italicarum Scriptores nel 1975. È un punto d’origine che dice già molto, perché mette al centro due elementi che resteranno costanti: l’attenzione filologica e la convinzione che la storia non sia un racconto da costruire a posteriori, ma un percorso da fondare sulle fonti, senza scorciatoie. Da quell’alveo, però, Giovanna Petti Balbi trova presto una strada autonoma, capace di distaccarsi dalle cornici interpretative più “cittadine” e di misurarsi con problemi più ampi, con un respiro che porta Genova fuori da se stessa.

I suoi interessi si muovono su più direzioni, alternandosi tra temi che, presi insieme, restituiscono una visione coerente della città medievale. Da una parte il rapporto con il mare e la proiezione genovese in territori specifici, come la Corsica; dall’altra l’attenzione per gruppi signorili che occupano e organizzano il territorio ligure, quasi a ricordare che la storia di una città non si capisce senza la geografia sociale che la circonda. Poi il grande fronte dei mercanti, delle rotte, delle strategie: Genova come nodo mediterraneo ed europeo, dai collegamenti con Siviglia fino alle Fiandre, con uno sguardo che non si limita al commercio come fatto economico, ma osserva la trasmissione di pratiche, regole, abitudini, linguaggi, reti di relazione.

E quando Giovanna Petti Balbi sposta l’attenzione sulla cultura, lo fa con la stessa concretezza: libri che circolano, notai che scrivono, cronache che costruiscono memoria, umanisti che emergono come figure dentro un sistema, non come statue isolate. Anche i linguaggi politici e i cerimoniali diventano materia di studio, perché la politica medievale, nella sua lettura, non è soltanto decisione e conflitto: è anche rappresentazione, rito, forma, costruzione della legittimità. In questo quadro trova spazio uno dei suoi contributi più “di svolta”, che Paola Guglielmotti sottolinea con forza: l’avvio dello studio del Popolo nella Genova duecentesca, una dimensione politico-istituzionale rimasta a lungo in ombra, come se la città medievale potesse essere letta solo attraverso le sue élite e non anche attraverso le energie collettive che ne hanno modellato le istituzioni.

Molti di questi percorsi confluiscono in raccolte di scritti che, lette oggi, hanno la forma delle opere “di sintesi” non perché semplifichino, ma perché tengono insieme linee diverse senza perdere la coerenza. Tra queste spiccano Una città e il suo mare. Genova nel medioevo, Negoziare fuori patria. Nazioni e mercanti genovesi in età medievale e Governare la città: pratiche sociali e linguaggi politici a Genova in età medievale, volumi che continuano a essere punti di riferimento per chi lavora sulla storia genovese e ligure.

Accanto a questa produzione ampia, c’è un libro che resta, nelle parole di chi la ricorda, una pietra angolare: la monografia su Simon Boccanegra, pubblicata nel 1991, ancora oggi una delle ricostruzioni più solide su un Trecento genovese difficile, turbolento, spesso raccontato più per stereotipi che per conoscenza puntuale. Rimane invece incompiuto, come una ferita discreta ma reale, un lavoro dedicato a Tommaso di Campofregoso, due volte doge nella prima metà del Quattrocento, progetto rimasto sospeso ma che dice quanto fosse ancora vivo, fino all’ultimo, il desiderio di continuare a scavare. E tra le sue scelte più innovative, è giusto ricordare anche la promozione di un volume collettivo come Dare credito alle donne: presenze femminili nell’economia tra medioevo ed età moderna, un segnale di apertura su temi che oggi sembrano imprescindibili e che allora richiedevano coraggio e visione.

Il suo impegno non è stato solo individuale. Paola Guglielmotti ricorda una presenza attiva e concreta nelle iniziative scientifiche e nei luoghi di costruzione collettiva del sapere, con una militanza robusta nella Società Ligure di Storia Patria e in altri contesti di studio che intrecciano il Mediterraneo, le istituzioni, l’economia, la storia dell’arte. È un aspetto che spesso sfugge quando si parla di accademia: una ricerca diventa davvero scuola anche perché crea reti, alimenta confronti, organizza occasioni in cui i saperi si incontrano e crescono.

A questa memoria si aggiunge un ricordo personale e quasi narrativo di Antonio Musarra, professore associato di Storia medievale alla Sapienza e fellow di Harvard, che in un post racconta una scena capace di illuminare un’intera traiettoria.

«Quella che vedete è la tesi di laurea di Giovanna Petti Balbi, discussa a Genova nell’anno accademico 1958-1959 con Geo Pistarino – scrive Musarra -. Un lavoro rigoroso, riemerso dallo smembramento del Fondo Pistarino, incontrato per caso (e con un pò di tristezza) su una bancarella on-line. Era giusto sottrarlo all’oblio (se non al macero). Per riconoscenza. Una di quelle scoperte capaci di restituire una traiettoria a una vita di studio. Da quelle pagine – dedicate a Giorgio Stella e ai suoi Annales Genuenses, da cui sarebbe scaturita un’edizione critica importante – s’intravede, già, la storica che sarebbe diventata: l’attenzione sistematica alle fonti, il controllo filologico, la capacità di leggere la storia di Genova come intreccio di dimensioni politiche, sociali e marittime. Giovanna Petti Balbi ha scritto moltissimo, offrendo contributi fondamentali alla conoscenza della Genova medievale e del suo spazio mediterraneo. Il suo “Simon Boccanegra e la Genova del ‘300” è, tutt’oggi, un libro di riferimento (lo porterò, presto, sul grande schermo). Da lei ho imparato una lezione di metodo. Ne rammento l’insegnamento in Unige, sempre frutto d’una ricerca minuta, gl’incontri in Archivio di Stato o presso la biblioteca della Società Ligure di Storia Patria. Era sempre prodiga di consigli. Custodire questa tesi significa riportare alla luce non un documento “giovanile”, ma l’inizio coerente d’un percorso scientifico che ha contribuito in modo decisivo a definire come si studia la Genova del Medioevo. La ricordo con affetto e riconoscenza».


In un necrologio sul Secolo XIX «Il Consiglio e la Società Ligure di Storia Patria, unitamente al personale dell’Archivio di Stato, partecipano con profondo cordoglio al lutto dei familiari per la scomparsa della professoressa Giovanna Petti Balbi amorevole studiosa della storia di Genova e consigliera della Società per molti anni».

Giunge anche il cordoglio dell’Amministrazione comunale. «Giovanna Petti Balbi è stata una “maestra di metodo”, anche per chi – come me – di Medioevo non si è mai occupato professionalmente. Ma il metodo, nella ricerca, è tutto: è ciò che conferisce solidità, concretezza, credibilità e prospettiva alle nostre ipotesi. La professoressa Petti Balbi ha rappresentato questo per la Genova Medievale: uno sguardo, profondo, attraverso le fonti documentarie dell’Archivio di Stato, a restituire vita e voce a una civiltà lontana, eppur così presente ancora oggi nei luoghi fisici e nei documenti della nostra città». Così l’assessore alla Cultura del Comune di Genova, Giacomo Montanari, sulla scomparsa della professoressa Giovanna Petti Balbi, una delle più autorevoli rappresentanti della medievistica italiana e, fino al 2007, docente di storia medievale presso l’Università degli Studi di Genova.

Montanari ha aggiunto: «Diceva Aby Warburg, straordinaria figura di “antropologo dell’arte” a cavallo tra Otto e Novecento: “In centinaia di documenti letti e in migliaia di documenti non letti sopravvivono ancora in archivio anche le voci dei defunti, e la pietà dello storico ha il potere di riconferire timbro alle voci inudibili. A una condizione: se non sdegna la fatica di ricostruire la naturale unità tra parola e immagine”. È quello che Giovanna Petti Balbi ha fatto: ricucire fili strappati e conferirci la vivida presenza di personaggi straordinari come Simone Boccanegra, Tomaso Campofregoso o Giorgio Stella. E, attraverso le loro voci, la Storia di Genova».

«Ai familiari e agli amici della professoressa Petti Balbi – conclude Montanari – il cordoglio mio personale, quello della sindaca Silvia Salis, della giunta, del presidente del Consiglio comunale Claudio Villa e di tutto il Comune di Genova».

Per chi volesse ritrovare parte del suo lavoro, esistono risorse consultabili online, a partire da una pagina che raccoglie diversi contributi: http://www.rmoa.unina.it/…/Petti_Balbi=3AGiovanna=3A=3A… e dal profilo su Academia: https://unige-it1.academia.edu/GiovannaPettiBalbi. È disponibile anche una bibliografia aggiornata fino al 2013: http://www.rmoa.unina.it/2442/. Sono link che, nel tempo della memoria rapida, hanno un valore concreto: permettono di tornare alle sue pagine e capire perché Giovanna Petti Balbi non è stata solo una studiosa del Medioevo, ma una delle persone che hanno insegnato come si fa storia quando la si prende sul serio.

La sua scomparsa lascia un vuoto in una comunità scientifica che l’ha conosciuta come docente, collega e riferimento, ma lascia anche qualcosa di più utile del rimpianto: un patrimonio di ricerca e un metodo di lavoro che continuano a parlare. In fondo, è la forma più autentica di eredità per una storica: non solo essere ricordata, ma continuare a essere letta.


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