Scienza e Tecnologia 

Dai magnetogrammi dell’Ottocento nuove certezze sul sisma del 1887 in Liguria

Uno studio di Università di Genova, Università di Trieste e OGS rilegge il sisma (con maremoto) del 23 febbraio 1887: magnitudo 7.2, faglia inversa al largo di Imperia e indicazioni decisive per aggiornare i modelli di rischio

I ricercatori delle Università di Genova e Trieste, in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS), sono riusciti a fare ciò che fino a pochi anni fa sembrava impossibile: ricalcolare in modo strumentale, con elevato dettaglio, la magnitudo e il meccanismo di faglia del terremoto che devastò la Liguria occidentale il 23 febbraio 1887, provocando oltre 600 vittime e uno tsunami lungo la costa.

Il lavoro, pubblicato sulla rivista Nature Scientific Reports (“Waveform cross-correlation analysis and magnitude estimation for the 1887 Ligurian earthquake determined from magnetogram recordings” – Gabriele Tarchini, Stefano Parolai, Daniele Spallarossa, Denis Sandron), utilizza per la prima volta i magnetogrammi storici – registrazioni grafiche delle variazioni del campo magnetico terrestre – come se fossero, in parte, antichi sismogrammi.

Dai magnetogrammi alla nuova magnitudo: il sisma “sale” a 7.2

Il team ha digitalizzato le registrazioni degli osservatori di Greenwich, Kew, Falmouth (Regno Unito) e Paris Saint-Maur (Francia), trasformando segni tracciati su carta più di 130 anni fa in dati numerici analizzabili con tecniche moderne.

Simulando la propagazione delle onde sismiche e la risposta degli strumenti ottocenteschi, i ricercatori hanno confrontato le forme d’onda sintetiche con quelle storiche, scegliendo come riferimento il terremoto dell’Emilia del 2012 (Mw 6.1), simile per distanza e tipo di sorgente.

Da questo confronto è emersa una nuova stima di magnitudo: 7.2, significativamente alta per il quadro sismico dell’Europa occidentale. Il meccanismo sorgente individuato è coerente con la geologia regionale e con i modelli di tsunami: una faglia inversa inclinata verso nord, in un regime di compressione che porta ad accorciamento e ispessimento della crosta terrestre.

«I magnetogrammi – spiegano i ricercatori – non erano stati pensati per registrare terremoti, ma si sono rivelati una miniera di informazioni sul movimento del suolo in epoca pre-strumentale. Recuperare questi dati significa colmare parte del vuoto prima dell’avvento dei sismografi moderni e migliorare le nostre carte di pericolosità, soprattutto per un’area come la Liguria».

Il terremoto del 1887 è già assunto dalla Protezione Civile come riferimento per gli scenari di scuotimento in Liguria occidentale: questa revisione della magnitudo e la conferma del meccanismo di faglia rafforzano la necessità di aggiornare i modelli di pericolosità sismica, tenendo conto di un quadro fortemente compressivo e di sorgenti potenzialmente in grado di generare anche tsunami.

Tre scosse in poche ore: la mattina che sconvolse la riviera

Il 23 febbraio 1887 fu una giornata di paura infinita per la Liguria.

Alle 6:22, 6:29 e 8:51 tre forti terremoti colpirono la riviera di ponente, preceduti, dalla sera prima, da una serie di scosse leggere. Le ricostruzioni storiche indicano come particolarmente violente la prima e la terza scossa. L’epicentro viene generalmente collocato in mare, al largo dell’area tra Oneglia/Imperia e Sanremo.

I comuni costieri tra Sanremo e Alassio subirono danni gravissimi: Diano Marina, Diano Castello, Bussana, Albisola Marina, Baiardo, Castellaro, Ceriana, Laigueglia, Sanremo, Taggia furono devastati, con molte chiese e numerosi edifici crollati o gravemente lesionati.

La scossa fu avvertita in un’area vastissima – circa 568.000 km² – che comprendeva tutto il Nord Italia, la Francia centro-meridionale, la Svizzera e parte del Tirolo. Il bilancio finale parlò di 631 vittime, concentrate soprattutto a Bajardo (220 morti) e Diano Marina (190), mentre Bussana Vecchia contò 53 vittime e fu danneggiata al punto da essere abbandonata e ricostruita più a sud nel 1894.

Anche Genova fu colpita: pur con danni più contenuti, si registrarono panico e crolli parziali. La festa di martedì grasso al Teatro Carlo Felice venne interrotta bruscamente, con i lampadari che cadevano o oscillavano violentemente, costringendo il pubblico alla fuga.

Tsunami in porto e migliaia di sfollati

Alle forti scosse seguì anche un tsunami, classificato di intensità 3 sulla scala Sieberg-Ambraseys. A Genova, i mareografi registrarono un ritiro delle acque di alcuni decimetri e un arretramento orizzontale di circa 10 metri sulla battigia, seguito da un rapido ritorno del mare che invase le spiagge.

Sulle coste dell’Imperiese i testimoni raccontarono di pesci trovati sulla riva, morti per l’esposizione all’aria; sulle coste francesi il run-up raggiunse circa 2 metri, 1 metro nel porto di Genova, dove il mareografo fornì l’unica registrazione strumentale italiana dell’evento.

La crisi sismica non si esaurì in poche ore: nell’arco della sola giornata del 23 febbraio furono registrate nove repliche significative, e l’attività proseguì per mesi, almeno fino all’ottobre dello stesso anno, con una ottantina di scosse di assestamento.

Gli sfollati furono stimati in circa 20.000. Nelle prime 48 ore, la situazione fu drammatica: mancavano materiali per baracche e rifugi, le strade erano danneggiate, le scosse continue ostacolavano i soccorsi. Solo con il decreto pro-terremotati del Regno d’Italia del 31 maggio 1887 la macchina degli aiuti riuscì a organizzarsi in modo più efficace.

Danni, ambiente e la nascita della scala Mercalli

Gli effetti non riguardarono solo le case e le chiese. Le testimonianze raccolte all’epoca parlano di fenomeni di liquefazione dei terreni, sorgenti scomparse o nuove sorgenti improvvisamente attivate, fratture nel suolo e numerose frane. Secondo alcuni studi recenti, una frana sottomarina potrebbe avere contribuito in modo determinante alla genesi dello tsunami.

Su incarico del governo, due figure chiave della sismologia italiana – Torquato Taramelli e Giuseppe Mercalli – furono inviati nelle zone colpite per documentare in dettaglio conseguenze e dinamica del sisma.

Il loro lavoro sul campo, raccolto in una relazione del 1888, è ancora oggi una fonte preziosa. Proprio osservando la varietà e la distribuzione dei danni, Mercalli comprese i limiti delle scale di intensità allora in uso e iniziò a elaborare la scala che porta il suo nome, più articolata e in grado di descrivere meglio le diverse situazioni riscontrate sul territorio.

Analizzando la direzione di caduta di oggetti e strutture, Mercalli e Taramelli individuarono un’area sorgente in mare, tra Oneglia e Sanremo, a 15–25 km dalla costa, e ipotizzarono una profondità dell’ipocentro intorno ai 17 km: una stima che, pur con i limiti dell’epoca, si avvicina alle soluzioni oggi ottenute con i modelli numerici.

Epicentro, faglie e domande ancora aperte

Nei decenni successivi, studi e cataloghi macrosismici hanno collocato il terremoto in punti leggermente diversi: alcuni lavori più datati lo situano sulla costa, nonostante l’assenza di faglie sufficientemente grandi note in quell’area; altri, più recenti, confermano una sorgente offshore su una faglia inversa parallela alla costa, inserita nella complessa rete di strutture che incidono il Mar Ligure.

La sismicità strumentale più recente conferma la presenza di queste faglie, ma la loro geometria esatta e il potenziale sismogenetico rimangono in parte aperti, anche perché mancano oggi registrazioni prolungate con strumenti di fondo marino e molti terremoti di piccola magnitudo non sono ben vincolati dalle sole reti a terra.

La distribuzione dei danni del 1887 mostra inoltre una forte variabilità locale, non spiegabile solo con differenze costruttive. Paesi molto vicini, come Castel Vittorio e Pigna, subirono danni di intensità diversa, probabilmente per effetto della morfologia (ad esempio la presenza di rilievi o creste) e delle caratteristiche geologiche dei terreni. Anche questo ha alimentato nel tempo gli studi sugli effetti di sito e sulla microzonazione sismica.

Dalla catastrofe alla memoria, passando per la ricerca

La ricostruzione fu lunga e difficile, ma proprio dopo il terremoto del 1887 la Liguria occidentale iniziò a delineare in modo più netto la propria vocazione turistica, che ancora oggi rappresenta una delle sue principali risorse.

Oggi, a distanza di oltre un secolo, quel sisma torna al centro dell’attenzione non solo come evento storico, ma come chiave scientifica per comprendere meglio il rischio sismico della regione.

Grazie allo studio di UniGe, UniTs e OGS, antiche tracce su carta diventano dati utili per aggiornare mappe di pericolosità, normative e scenari di Protezione Civile: un modo per trasformare la memoria di una tragedia in uno strumento concreto di prevenzione e sicurezza per le comunità di oggi.


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