Scienza e Tecnologia 

Sclerosi multipla, studio genovese sul nervo ottico: così la diagnosi può arrivare prima anche senza sintomi

La ricerca coordinata da Matilde Inglese, docente dell’Università di Genova, conferma il ruolo decisivo dell’integrazione tra tomografia a coerenza ottica e risonanza magnetica. Coinvolti 740 pazienti, con risultati presentati anche all’American Academy of Neurology di Chicago

Uno studio coordinato da Matilde Inglese, docente dell’Università di Genova, apre nuove prospettive nella diagnosi precoce della sclerosi multipla, concentrandosi su uno dei punti più delicati e spesso meno evidenti della malattia: il nervo ottico. La ricerca, dal titolo “Assessing Optic Nerve Involvement in Multiple Sclerosis Using Optical Coherence Tomography and Magnetic Resonance Imaging”, è stata recentemente pubblicata ed è stata accettata come comunicazione orale all’American Academy of Neurology di Chicago, uno dei principali appuntamenti internazionali nel campo delle neuroscienze.

Il lavoro nasce dalla collaborazione tra il Dipartimento di Neuroscienze, riabilitazione, oftalmologia, genetica e scienze materno-infantili, il Dipartimento di Matematica dell’Università di Genova e l’ospedale San Martino. Al centro dello studio c’è la valutazione dei nuovi criteri diagnostici McDonald 2024, che per la prima volta riconoscono ufficialmente il nervo ottico come una delle aree chiave da considerare per individuare precocemente la sclerosi multipla.

La questione è rilevante perché la malattia può interessare il nervo ottico anche in modo silenzioso, senza dolore, senza cali evidenti della vista e senza sintomi immediatamente percepiti dal paziente. Proprio questa dimensione nascosta rende più complessa la diagnosi e richiede strumenti capaci di cogliere alterazioni minime, prima che il danno diventi clinicamente evidente.

Lo studio ha coinvolto 740 pazienti e ha utilizzato due tecnologie avanzate: la tomografia a coerenza ottica, un esame rapido e non invasivo che permette di misurare con grande precisione lo spessore degli strati retinici attraverso la luce, e la risonanza magnetica ad alta risoluzione, in grado di visualizzare le lesioni e l’infiammazione del nervo ottico anche quando gli esami oculistici non mostrano alterazioni evidenti.

I risultati confermano l’efficacia dei nuovi criteri basati sulla differenza di spessore tra i due occhi, parametro utile per riconoscere un precedente interessamento infiammatorio del nervo ottico. La sensibilità rilevata è dell’83 per cento, un dato significativo che rafforza il valore della tomografia a coerenza ottica nella valutazione del danno strutturale. Tuttavia, la ricerca evidenzia anche un elemento decisivo: la risonanza magnetica resta lo strumento più sensibile per individuare lesioni nascoste o bilaterali, che possono sfuggire alla sola valutazione retinica.

Il messaggio clinico che emerge è quindi chiaro. Tomografia a coerenza ottica e risonanza magnetica non devono essere considerate strumenti alternativi, ma complementari. La prima consente di misurare con accuratezza le conseguenze strutturali del danno sul nervo ottico, la seconda permette di intercettare l’infiammazione anche quando il quadro appare ancora silente. Insieme, possono offrire ai medici una lettura più completa e una diagnosi più tempestiva.

La rapidità della diagnosi è un punto cruciale nella sclerosi multipla. Individuare prima il coinvolgimento del nervo ottico significa poter avviare più precocemente le terapie, monitorare meglio l’evoluzione della malattia e costruire percorsi di cura più mirati. Lo studio coordinato da Matilde Inglese conferma così il ruolo della ricerca genovese nel campo delle malattie neurodegenerative e mostra come l’integrazione tra competenze neurologiche, oftalmologiche, matematiche e radiologiche possa tradursi in strumenti concreti per migliorare la presa in carico dei pazienti.

in copertina: immagine di repertorio


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