Rossella Bianchi e lo stop alla lapide per le prostitute: «Non serve ipocrita sensibilità. Mettetevi d’accordo che ci sono problemi più urgenti da risolvere»

Cinque anni di dibattiti per sei o sette righe utili a ricordare le lavoratrici del sesso che finanziarono i moli della Repubblica di Genova e, ora, lo stop in commissione, condiviso dall’assessora Marta Brusoni (Lista Toti) e dalla sinistra per riformulare un testo politicamente corretto. La Presidente dell’associazione Princesa, fondata da don Gallo a tutela dei diritti delle trans sexy worker del centro storico, riporta tutti coi piedi per terra: «Chiamatele signore, chiamatele generose, chiamatele vittime, chiamatele sfruttate e nell’indecisione potreste benissimo citarle come “signore generose e vittime nonché sfruttate del XV secolo”, Troppo complicato? Allora continuate a chiamarci come volete, ma mettetevi d’accordo, sono convinta che ci siano problemi ben più urgenti da risolvere»

Col suo consueto pungente sarcasmo, Rossella Bianchi punge la politica a 360 gradi. L’associazione che presiede è tra i promotori dell’iniziativa, insieme alla Comunità di San Benedetto. Un’iniziativa che da quando è stata proposta rimbalza dalle riunioni di Municipio, alle pagine di giornale e lo fa da 5 lunghi anni, quasi uno per ogni riga del testo proposto dal Centro Est, che ora ha subito l’ennesimo stop in commissione. Uno stop sul quale sono d’accordo sia l’assessora di centrodestra sia le consigliere di centrosinistra. C’è chi ha chiesto di sostituire il termine “prostitute” col sinonimo inglese “sex workers”, chi non digerisce il motto popolare riportato in calce.

Bianchi fa capire che il dibattito sul testo della lapide da sistemare in Sottoripa s’è fatto stucchevole e che la politica deve smetterla di perdere tempo a mettere a punto i fronzoli di un’operazione che riconosce il ruolo delle antiche colleghe e che deve mettersi d’accordo alla svelta per dedicarsi a problemi attuali e urgenti come quelli denunciati dalla stessa presidente di Princesa (insieme agli abitanti della zona) e che riguardano la sicurezza e la vivibilità del territorio.
Ecco il nostro pezzo di due giorni fa sullo stop in commissione.
Qui la storia delle prostitute che finanziarono i moli.

Ecco la lettera pubblicata sui social da Rossella Bianchi

In qualità di presidente dell’associazione Princesa, voluta da don Andrea Gallo e volta alla tutela dei diritti delle trans sexy worker del centro storico genovese, mi permetto di esprimere la mia opinione sulla particolare diatriba conseguente alla decisione presa dalla giunta del Municipio Centro Est su iniziativa di Andrea Carratù e dell’associazione Fondazione Amon, di istituire una targa a memoria delle meretrici genovesi di secoli addietro.
Partiamo da lontano: Secolo XIV- XV .
Le meretrici dell’ epoca potevano esercitare la loro attività previa il pagamento di 5 soldi al giorno alla Repubblica di Genova. Chiamatela tassa, chiamatela tangente, ma questo era.
Con detti proventi la Repubblica finanziò ampliamenti significativi della fabbrica dei moli.
Nonostante questo, alla meretrici era assolutamente proibito avvicinarsi alla zona dei moli; avrebbero distratto gli uomini al lavoro (questa la motivazione ufficiale).
È proprio da questo particolare divieto che nasce all’epoca, o forse dopo, un ormai antico proverbio genovese:
“a l’é chèita u-nna bagascia in maa sensa bagnase”.
Proverbio citato dai genovesi nei secoli, ma anche attuale fra chi conosce e parla ancora il dialetto, che sta ad indicare l’impossibilità del verificarsi di un evento. Infatti, se le bagasce non potevano avvicinarsi al mare, tantomeno potevano caderci.
La decisione del municipio Centro Est, che trovo simpatica oltreché doverosa, è stata finalmente accettata.
Tutto a posto? Non resta che scegliere il punto dove affiggere detta targa?
Niente affatto. Da sinistra si contesta, invocando una mancanza di rispetto per la categoria; non si può usare il termine ” meretrici”, termine desueto e di sapore fascista (mi verrebbe da chiedere dove erano queste sinistre quando negli anni ’60 la questura ci sbatteva in carcere dopo aver verbalizzato come motivo: “sorpreso in atteggiamento chiaramente rivolto all’attività di meretricio”).
Poi non si accetta che passi il fatto che la gloriosa Repubblica marinara, imponesse questa specie di antico pizzo.
Ma era la realtà gentili signori. Che, vogliamo mica nasconderci dietro ad un dito?
La sinistra invoca il rispetto della donna, giusto, ma si può parlare di mancanza di rispetto, il portare a conoscenza di inconfutabili realtà storiche?
Adesso l’intera commissione è stata costretta a studiare una nuova terminologia consona a ridare rispettabilità a chi non l’ha mai avuta attraverso i secoli.
Complimenti signori, sentivamo, noi tutte, il bisogno di questa ipocrita sensibilità…
Da parte mia, valga quel che valga, il suggerimento di una trans lavoratrice del sesso, ce l’avrei il termine che sostituisce l’improponibile “meretrice” o peggio ancora ” bagascia”: Chiamatele signore, chiamatele generose, chiamatele vittime, chiamatele sfruttate e nell’indecisione potreste benissimo citarle come signore generose e vittime nonché sfruttate del XV secolo”. Troppo complicato? Allora continuate a chiamarci come volete, ma mettetevi d’accordo, sono convinta che ci siano problemi ben più urgenti da risolvere.
Rossella Bianchi


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