8 Marzo, indagine Cna: le imprese in rosa aumentano, ma gli stipendi restano più bassi e le difficoltà maggiori

donna al lavoro famiglia

Indagine Cna: le imprese femminili crescono anche durante la crisi, ma restano gli ostacoli mai superati, primo tra tutti conciliare gli impegni familiari con la vita professionale. I tassi di imprenditorialità femminile più alti si registrano nel Centro e nel Nord-Ovest del Paese. Il peso relativo delle quote di donne che fanno impresa è del 28,6% per la Liguria, che si posiziona sesta tra le regioni italiane (media nazionale 26,8%)

In una data storicamente dedicata alle conquiste economiche, sociali e politiche delle donne, Cna Liguria vuole sottolineare il ruolo di tutto rilievo che hanno guadagnato negli anni con tenacia, sacrifici e caparbietà in un mondo, quello dell’impresa, un tempo ad esclusivo appannaggio degli uomini. Ciò non significa che il gender gap sia stato colmato: molta è la strada da percorrere perché le differenze di genere possano dirsi superate.

«Tra i principali ostacoli che le donne affrontano quotidianamente nel fare impresa vi sono la difficoltà di conciliare gli impegni familiari con la vita professionale e il persistere di opportunità di guadagno economico non soddisfacenti sia se considerate in termini assoluti sia rispetto a quelle maschili -. Commenta Paola Noli Presidente Cna Impresa Donna Liguria -. Pur operando in condizioni talora meno favorevoli di quelle degli uomini, le imprenditrici si sono ricavate uno spazio sempre più ragguardevole nel sistema produttivo del Paese e forniscono un apporto considerevole alla crescita dell’economia italiana. Superare le disparità di genere in maniera strutturale è di vitale importanza affinché le donne possano esprimere il loro massimo potenziale, affermando pienamente il loro ruolo di “risorsa primaria” e non ancillare per lo sviluppo del Paese»

«Mai come ora è determinante rilanciare e valorizzare l’occupazione femminile, sia attraverso il lavoro autonomo che attraverso quello subordinato -. Prosegue Paola Noli -. Per le donne imprenditrici della CNA la via maestra verso la parità di genere passa per la promozione della cultura del lavoro e dell’autoimprenditorialità. Il primo passo per conseguire effettive pari opportunità, combattere la violenza sulle donne e innalzare la qualità della loro vita è infatti il raggiungimento dell’indipendenza economica e una sempre maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro. Per promuovere l’imprenditorialità rosa sono necessari interventi ben calibrati: l’assegno unico universale per i figli a carico e le misure previste dal Pnrr sono un primo importante passo per l’eliminazione di qualsivoglia disparità di genere», conclude Noli.

I dati

Dai dati di Unioncamere emerge che i ruoli imprenditoriali ricoperti dalle donne nel 2021 sono 2,8 milioni, ossia più di un quarto del totale (26,8%). Nel 69,7% dei casi, peraltro, le donne non svolgono una funzione ausiliare ma sono responsabili in prima persona dello sviluppo del progetto imprenditoriale in qualità di titolari (29,2%) e di amministratrici (40,5%). Le donne operano mediamente in un’impresa su due e che, le stesse, rivestono ruoli apicali (titolare o amministratore) quasi in un’impresa su tre.

Spostando il focus dell’analisi sui settori produttivi, l’elemento che spicca con maggiore evidenza è che le donne operano principalmente nei servizi. E nello specifico i servizi per la persona (52%), aggregato che comprende le tinto-lavanderie, i parrucchieri e i centri estetici, il turismo (35,9%), a cui seguono l’agricoltura (29,3%) e il commercio (27,2%). La presenza femminile è infatti di tutto rilievo nel settore dell’abbigliamento, dove il 44,7% dei ruoli imprenditoriali è ricoperto da donne.

L’imprenditoria femminile negli ultimi dieci anni

Le donne hanno offerto un contributo fondamentale alla tenuta dell’economia del Paese nell’ultimo decennio. Le cariche imprenditoriali maschili, nello stesso periodo, si sono ridotte di oltre 31 mila unità.

Confrontando gli andamenti dell’imprenditoria femminile e di quella maschile nell’ultimo decennio risulta che, a fronte della tenuta e del lieve aumento dei ruoli femminili dal 2011 al 2021 (+1,6%), i ruoli maschili hanno avuto uno sviluppo opposto e sono calati in misura più marcata (- 3%).

Negli ultimi anni, in cui il nostro Paese ha registrato prima una fase di grave crisi economica legata alla pandemia da Covid-19 (2020) e poi una fase di altrettanto repentina e robusta ripresa (2021), si osserva una tenuta complessiva del tessuto produttivo. Nel 2021, però, le imprese femminili hanno agganciato la crescita, mettendo a segno un aumento di 11.500 unità dei ruoli rispetto al 2020. La buona performance della imprenditoria al femminile va ancor più rimarcata poiché, negli stessi anni, quella maschile è invece rimasta al palo.

Ampliando il campo dell’analisi all’intero mercato del lavoro, emerge un quadro di insieme che appare purtroppo meno roseo. Nel 2020 il tasso di occupazione femminile italiano – percentuale delle donne occupate rispetto alla popolazione femminile in età lavorativa – si attestava al 52,1%, quasi venti punti meno rispetto a quello maschile (71,8%). Oltre a risultare il secondo più basso dell’Unione Europea il tasso di occupazione femminile si è ridotto in maniera più marcata di quello maschile rispetto al 2019 evidenziare quanto la pandemia esplosa in quell’anno sia stata penalizzante soprattutto per le donne, sia a causa della specializzazione produttiva, che le vede più presenti nei settori più colpiti dalla crisi sia perché “costrette” a dovere provvedere all’assistenza di figli e anziani durante i mesi del lockdown.

Oltre ad avere meno opportunità lavorative, le donne in Italia continuano a percepire retribuzioni più basse di quelle maschili a parità di lavoro e mansioni. Basti dire che, nella media delle imprese del settore privato, la retribuzione oraria dei dipendenti di sesso maschile supera quella femminile di 7,2 punti percentuali. Occorre però sottolineare come gli squilibri retributivi che penalizzano le donne diminuiscono in modo considerevole con il ridursi della dimensione di impresa. Se infatti la retribuzione oraria maschile supera quella femminile di 17,1 punti percentuali nelle grandi imprese, nelle microimprese il differenziale retributivo tra uomini e donne si assottiglia notevolmente e non tocca i 2 punti percentuali (+1,8% a favore degli uomini). I dati appena citati, riguardanti i divari salariali e l’impegno lavorativo delle donne nel sistema produttivo, evidenziano quanto nelle imprese più piccole l’aspetto relazionale tra lavoratori e datori di lavoro risulti fondamentale e come la conoscenza diretta tra loro, facilitata proprio dalla piccola dimensione aziendale, consenta una valutazione dei dipendenti legata al merito, alla efficienza e non influenzata da pregiudizi di alcun tipo.

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