Città invasa di turisti e locali chiusi per ferie. Fipe Confcommercio: «Non troviamo il personale»

Incredibile rassegna di serrande abbassare, dehors smontati e cartelli di chiusura mentre Genova vive l’estate più turistica della storia. I turisti vagano in cerca di un caffè e di una bottiglietta d’acqua. I genovesi, dopo le manifestazioni della primavera per aprire a tutti i costi, non capiscono. I gestori, disperati: «Non troviamo né cuochi né camerieri». Gazzolo (albergatori Confindustria): «Anche negli hotel problemi col personale». Poi aggiunge: «Bisogna fare squadra per affrontare il futuro turistico della città». Già, “fare squadra” tra categorie e tra pubblico e privato. Difficile visto che il turismo, sia in Comune sia in Regione, ha responsabilità tripartite e suddivise tra i partiti

Prendere un caffè o acquistare una bottiglietta d’acqua nel centro di Genova potrebbe essere una cosa non poi così banale. Tutto questo mentre una quantità di turisti mai vista in città (un fenomeno mondiale che nella nostra regione beneficia anche dal grande bacino di prossimità della Francia, del Piemonte e della Lombardia, ma pesca anche nell’Europa del nord) sciama di serranda chiusa in serranda chiusa cercando un posto dove essere servito.

Insomma, sembra di stare nella Milano degli anni ’70, quando chiudevano le fabbriche e la città intera chiudeva per ferie. Invece siamo in una città turistica nel 2021.

Anche nelle periferie le saracinesche sono in gran parte abbassate, ma lì c’è l’attenuante della grande quantità di cittadini in ferie, più degli scorsi anni. Dopo il lockdown e le limitazioni, chi può si sposta, fosse anche solo nella casa in campagna. In centro no. In centro c’è un mare di gente, non quella abituale, ma tantissimi turisti, come mai se ne sono visti. Gli alberghi sono pieni di italiani e stranieri (oltre ai francesi, ai tedeschi e agli svizzeri ci sono anche tantissimi olandesi), un po’ per le prenotazioni dirette, un po’ per quelli che arrivano in città non trovando una camera sulle riviere.

Un tempo Genova era in alta stagione solo nei pochi giorni del Salone Nautico. «I quattro stelle vendevano le camere fino a 200 euro – spiega Laura Gazzolo, presidente della sezione Turismo, Cultura e Comunicazione di Confindustria Genova e responsabile regionale del settore per l’associazione degli industriali -. Ora, se si consulta semplicemente qualsiasi sito di prenotazioni, se ne trovano a 3 o 400. È la legge della domanda e dell’offerta: ci sono più poche camere disponibili e quelle poche si vendono a prezzi massimi». Le poche che si trovano in riviera, mosche bianche, costano fino a 500 euro, sempre nei quattro stelle. L’occupazione viaggia da settimane sull’80/90% giornaliero.

Anche gli hotel si trovano a fare i conti col personale. Vero che sono rimasti aperti, ma vuoti a causa di lockdown e limitazioni di spostamento. Le ferie dei dipendenti sono intatte. C’è chi, nei grandi gruppi, riesce a scaglionarle e ha bisogno di pochi rinforzi anche da trasferimento temporaneo dagli hotel del gruppo nelle città “d’affari” con poco turismo estivo. C’è chi, soprattutto i piccoli, non sa a che santo votarsi.

Si ha notizia, poi, di qualche albergo e pubblico esercizio che ha ancora i lavoratori in cassa integrazione. Parte delle chiusure di bar e ristoranti sembra sia dovuta a questo: qualche operatore è stato sorpreso dal boom estivo e, non avendo fiducia nel fatto di poter rimanere aperto in autunno a causa di una non improbabile ripresa del contagio, non ha interrotto l’ammortizzatore sociale.

«Intendiamoci, il boom del turismo è eccezionale e nasce dalla situazione contingente. C’è chi non ha immaginato tanto turismo, soprattutto di prossimità, nato dalla scarsa propensione a viaggiare in aereo – prosegue Gazzolo -. Però non è bello che una città si presenti così, bisogna dare continuità a questa città turistica, organizzarci. Questa città deve mettersi in testa e fare sistema. Bisogna sederci a un tavolo con tutti gli attori e ragionare tutti assieme. Genova è anche baricentrica per le visite nelle riviere e quando gli hotel lì sono pieni, i visitatori si riversano qui. Quella che stiamo vivendo è una situazione straordinaria che non ha altre ragioni oltre alle conseguenze di un anno e mezzo di pandemia, ma Genova ha una potenzialità esplosiva. Parlo anche dei congressi».

Anche per quelli bisognerebbe cogliere la ripartenza. «Sono il punto forte della città da molto tempo – prosegue Gazzolo -. Da tempo facciamo riferimento a noi stessi, finanziando Convention Bureau, un consorzio di imprese. Ma ora anche questo non basta più. Serve un’organizzazione mista pubblico-privato come è stato fatto a Firenze e a Bologna. Lì la collaborazione con le amministrazioni locali funziona. Quello che è successo questa estate ci conferma che la città ha un’enorme potenzialità ed è per questo che serve avere un sistema integrato con tutti gli operatori e, per quanto riguarda i convegni, anche con la pubblica amministrazione. Serve un “sistema Genova” come sono stati creati, con successo, i “sistema Bologna” e “sistema Firenze”. Bisogna ripartire con una mentalità turistica che in Italia e all’estero in tanti hanno saputo trovare. Faccio l’esempio di Lisbona, ma potrebbero essercene molti altri».

«Sicuramente vi è una quota di chiusure definitive. Un esempio: nella zona di Fossatello due sono i locali che hanno chiuso – dice Alessando Cavo, presidente di Fipe Confcommercio Liguria, l’associazione dei pubblici esercizi -. Poi, nel centro storico, zona turistica di eccellenza, ci sono ampie zone di degrado, come è sotto gli occhi di tutti. Aggiungiamo anche il disastro “movida” sulla quale noi abbiamo scritto per tempo durante il lockdown di settore indicando i pericoli della riapertura. Siamo stati Cassandre. Chi è aperto ovviamente in una buona zona per flussi turistici e anche per i genovesi lavora anche se nell’ultima settimana abbiamo un po’ di calo sul serale in Città in favore delle Riviere. Vi è certamente anche un elemento legato al personale: manca, ma probabilmente perché ha cambiato mestiere durante questo anno e mezzo e anche in parte per il reddito di cittadinanza. La mancanza di personale genera l’impossibilità di coprire tutti i turni in cui si vorrebbe tenere aperto, ma certo non è causa della chiusura totale».

La serrata del centro, però, è uno stato di fatto. Non sono chiusi solo i ristoranti che hanno più dipendenti nel settore business-uffici, che comprensibilmente danno ferie ora ai loro dipendenti. Davanti alla casa di Colombo è chiusa una gelataria. In pieno agosto e in uno dei luoghi più turistici della città. Trovare un bar aperto è una “mission (quasi) impossible”. Chiusi i locali in via Vernazza, in via XII Ottobre, in via Fieschi. Vuoti tanti di quei dehors per cui sono stati sottratti parcheggi ai cittadini per dare la possibilità ai pubblici esercenti di resistere dopo la mazzata delle chiusure imposte per ragioni di salute pubblica. A guardarsi intorno, si scopre che anche diversi dei titolari che hanno partecipato alle manifestazioni (mai patrocinate dalle associazioni di categoria di riferimento) di primavera per riaprire a tutti i costi, anche con blocchi stradali e disagi per tutta la popolazione, nonostante i dati Covid, sono placidamente chiusi per ferie in un momento in cui potrebbero riempire la cassa.

Uno dei problemi più pressanti, che ha costretto molti a chiudere, è la mancanza di personale. Marina Porotto, titolare col compagno di due locali in piazza delle Erbe e responsabile di Fipe Giovani, solitamente ad agosto chiude, ma quest’anno è rimasta aperta per tentare di compensare le perdite delle chiusure causa epidemia. Conferma che il dehors dei locali è sempre pieno anche se non dei clienti abituali, perché le case della zona si sono svuotate: «Tanti i turisti italiani e stranieri: famiglie, coppie giovani, gruppi che arrivano soprattutto dalla Francia e dall’Olanda». Gli incassi, spiega, sono andati meglio dello scorso anno per il mese di luglio, che può confrontare col 2020. E ora quasi sempre i posti disponibili sono tutti occupati.

Il problema, però, un po’ per tutti è proprio quello dei dipendenti. Ovvio che si debba concedere le ferie a quelli “storici”, che le hanno maturate senza goderne, magari perché in cassa integrazione. Parte dei dipendenti, durante la crisi, si è riciclata in altre occupazioni nell’anno e mezzo di pandemia e non torna indietro lasciando il certo per l’incerto, perché nessuno sa cosa succederà in autunno. Poi ci sono quelli che sono andati in Naspi (una sorta di disoccupazione per i settori che non hanno l’ammortizzatore sociale dell’industria), che dura due anni. In molti non intendono lasciarla per tornare a lavorare fino a quando ne beneficeranno. Poi c’è il reddito di cittadinanza: tanti di quelli che lo ricevono non hanno alcuna intenzione di lasciarlo per un’occupazione che gli darà, magari, la stessa quantità di reddito. Insomma, sono pochi i giovani che si presentano il curriculum per lavorare. Mancano anche gli studenti universitari fuori sede che fino a due anni fa arrotondavano lavorando d’estate e facendo qualche serata: per due anni hanno frequentato in Dad, da casa loro.

I ristoranti e i bar cercano cuochi, camerieri e baristi, ma non ne trovano. Pochi i curricula che arrivano alle aziende.

«Noi ne abbiamo ricevuto tre in tutta l’estate – spiega Porotto -. Una ragazza l’abbiamo provata e tenuta in apprendistato, col contratto di formazione, come un secondo ragazzo, pagato anche lui 800 euro al mese per 4 ore al giorno dal lunedì al venerdì. Ma quando gli abbiamo chiesto di lavorare anche il sabato e la domenica, ovviamente con paga extra, se ne è andato. Un terzo candidato ha detto subito chiaro e tondo che non voleva lavorare nei weekend». Porotto tiene aperto lavorando, col suo compagno, dal mattino alla sera, 7 giorni a settimana, dovendo rinunciare la sera a fare piattini e panini perché non ha una persona che sta al bancone. Dalla prossima settimana rientrerà il dipendente storico dalla ferie e forse i titolari si potranno concedere qualche ora di riposo.

C’è, però, chi non se l’è sentita e ha abbassato la saracinesca. Tanti lo hanno fatto in centro. E il risultato è una città inospitale. Piena di turisti che si ammassano nei pochi pubblici esercizi aperti, come se fosse Monza, capitale della Brianza, e non Genova, città d’arte e di turismo.

Sul capitolo “turismo” c’è anche da discutere sulla tripartizione, sia in Comune sia in Regione, delle competenze. In regione è diviso tra Lega e Fratelli d’Italia a cui si aggiungono (c’è da dire “per fortuna”) le iniziative della Presidenza, e anche in Comune tra Fdi (Marketing territoriale) e Lega (Grandi eventi) a cui si aggiunge la Cultura (Vince Genova). Al di là del giudizio sull’uno e l’altro assessore, ne esce un quadro di frammentazioni di tipo politico (viene da dire, malignamente, elettorale) che danneggia il lavoro di squadra (non è un segreto per nessuno che tra gli assessori non sempre ci sia unità di intenti) e difficilmente può dialogare con il privato avendo troppe voci e in qualche modo volendosi assumere anche il più piccolo merito di ogni minima iniziativa avviata. Sia chiaro a tutti che lo stato di grazia di questa estate del turismo, non è merito che della situazione successiva all’emergenza Covid, incentivato forse solo dalle campagne pubblicitarie della Presidenza regionale in Lombardia. La moltitudine di iniziative minime avviate non può essere funzionale come una grande organizzazione che agisca unitariamente mirando non al consenso di gruppuscoli-serbatoi elettorali, ma a portare massicce quantità di turisti di cui beneficeranno tutti. Ma anche gli investimenti si perdono in mille rivoli poco funzionali. Anche difficile fare rete per fare di Genova l’epicentro di visite in tutta la Liguria attraverso battelli e treni: vero che sono arrivati degli intercity, ma manca un trasporto ferroviario, via mare e coi pullman diffuso che consenta di spostarsi in Liguria.

Il boom del turismo estivo ci ha trovato impreparati, spezzettati e senza un progetto globale unitario pubblico/privato. Il treno potrebbe non passare due volte.

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