Protesta #ioapro, pugno duro delle forze dell’ordine. Ecco cosa si rischia

L’iniziativa non ha raccolto molto seguito a Genova, dove le associazioni di categoria (che chiedono ristori più adeguati alla crisi e capiscono perfettamente che più durerà l’epidemia e più dureranno le chiusure) hanno spiegato con senso di responsabilità agli associati cosa rischiano. Perché non è vero, come fanno credere gli organizzatori della protesta, che chi apre e chi viene trovato seduto ai tavoli, quindi i clienti, non rischiano sanzioni e, nei casi più gravi, denunce. Intanto Paragone lancia un’altra manifestazione (autorizzata) per domenica a De Ferrari

Tra gli sponsor di questa iniziativa, definita di “disobbedienza gentile” da parte degli organizzatori, c’è Matteo Salvini. Il leader della Lega si è schierato in questo modo al fianco dei ristoratori, ovviamente in funzione “anti governo Conte”, ormai franato a causa di Matteo Renzi in piena emergenza sanitaria, ma le cui regole anti epidemia continuano ad essere valide, ovviamente.
Diversa la posizione del presidente della Regione Veneto Luca Zaia (anche lui leghista): <Le proteste nascono da un fatto, se i ristori ci fossero e arrivassero in tempo reale nessuno penserebbe di aprire. È fondamentale dare i soldi a questi operatori che non vogliono la luna ma chiedono semplicemente di poter mantenere in vita la loro attività – ha detto il presidente -. La protesta è il sale della democrazia, ma dobbiamo fare in modo che non si trasformi in contagio>. Insomma: lotta politica per ottenere i ristori, comprensione per la disperazione degli imprenditori e le loro proteste quando sono lecite, ma non “copertura” di iniziative di disobbedienza che possano possano alimentare la recrudescenza del contagio e una nuova mattanza di cittadini.
È più o meno la posizione delle associazioni di categoria che chiedono ristori congrui e adeguati, ma comprendono perfettamente due cose: più dura l’epidemia e più le attività rimarranno chiuse (in molti paesi europei le misure sono più restrittive che in Italia); non è affatto vero che i ristoratori e i loro clienti non rischiano nulla sotto il profilo legale.
Le regole esistono e come per tutte le norme non è prevista “interpretazione”, Il fulcro del problema è la tutela della salute pubblica, ma anche evitare di stabilire un pericoloso precedente rispetto all’inosservanza delle leggi. Da Roma è arrivato l’input di non tollerare (proprio perché si parla di salute pubblica) e, a cascata, le Prefetture e le Questure (capofila dei controlli per questo genere di cose come per l’ordine pubblico) hanno impartito ordine a tutte le Divise (anche la Polizia locale) di procedere secondo le leggi contro chi aderisce alla protesta tenendo aperto la sera, per cena.
Umberto, il ristoratore che ha lanciato #ioapro, in diretta social con Salvini ha detto: <Ci stiamo tutelando con una task force di avvocati per difendere noi e i clienti> e l’organizzazione che si è creata in fretta fa credere addirittura che dopo la sanzione si potrebbe non rispettare la chiusura prevista come misura accessoria (l’organizzazione parla di un giorno, ma in realtà sono fino a 30). Bisogna ricordare, inoltre, che la responsabilità penale è personale, cioè non va tutta in capo a chi organizza l’azione illecita, ma spetta ad ogni singolo aderente.

Vediamo cosa dice la legge. La contestazione di illecito comporta il pagamento di una sanzione di 400 €, come previsto dalla normativa vigente, fatta salva la sospensione dell’attività per un periodo da cinque a trenta giorni. Facile immaginare che per un’azione preordinata di sfida alle norme di salute pubblica la mano non sarà leggera.

Cosa succede a chi non rispetta l’ordine di chiusura? Secondo gli organizzatori di #ioapro non succederebbe nulla. La realtà è diversa.

Chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’Autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica, o d’ordine pubblico o d’igiene, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a 206 €.

Sanzioni (da 400 euro) sono previste anche per i clienti che si siedano al tavolo con non conviventi, non usino le mascherine (difficile usarle mangiando o bevendo) o diano luogo ad assembramenti.

Nei casi più gravi, per tutti, scattano reati che comportano pene ben più pesanti di un’ammenda.

Il reato di epidemia è disciplinato dall’articolo 438 del Codice penale che, nella sua formulazione originaria, prevedeva addirittura la pena di morte (come tutti sappiamo, non più prevista in Italia). Ora nella peggiore delle ipotesi c’è la reclusione in carcere fino a 12 anni.

All’interno del Codice penale c’è poi un articolo – il 452 – che punisce chi commette un reato contro la salute pubblica a titolo di colpa, quindi a causa di comportamenti negligenti o imprudenti. Questa fattispecie è quella presa in considerazione dai vari Dpcm dell’emergenza coronavirus contro chi infrange il divieto assoluto di uscire nonostante sia in quaranta o isolamento domiciliare (anche per buttare l’immondizia sotto casa e far uscire il cane).

Chiunque commette, per colpa , alcuno dei fatti preveduti dall’articolo 438:
1) con la reclusione da tre a dodici anni, nei casi per i quali le dette disposizioni stabiliscono la pena di morte (abolita);
2) con la reclusione da uno a cinque anni, nei casi per i quali esse stabiliscono l’ergastolo;
3) con la reclusione da sei mesi a tre anni, nel caso in cui l’articolo 439 stabilisce la pena della reclusione.

Sui social, tra i ristoratori e i titolari di pubblici esercizi genovesi più noti c’è la corsa a disconoscere la protesta, pur sottolineando la difficile situazione delle imprese e chiedendo ristori e misure per sopravvivere.

Il titolare del Parador, la cui vetrina è comparsa su un articolo di un quotidiano nazionale ad illustrare la protesta, si dissocia apertamente.

 Lo chef stellato Ivano Ricchebono s’è accorto che la categoria non l’avrebbe seguito (e non solo per la paura delle sanzioni). <Io avrei aderito a #ioapro tenendo aperto il ristorante ma credo che a Genova sarei l’unico a farlo> ha dichiarato all’Ansa. Ricchebono si è dichiarato per la riapertura totale con ulteriori misure di sicurezza (come la prenotazione obbligatoria), aggiungendo: <E non lo diciamo tanto per i soldi ma perché abbiamo bisogno di tornare al nostro lavoro>.

Così non è per la stragrande maggioranza della categoria per cui, invece, la priorità è quella di lavorare per campare, per non chiudere, per mantenere la famiglia. Ma comprende anche che per riuscire a superare veramente la crisi bisogna che l’epidemia finisca il più presto possibile. Per questo la richiesta è quella di ristori decisamente più corposi che mantengano le imprese vive fino all’immunità di gregge. Insomma, la posizione di Zaia.

Intanto l’ex pentastellato Gianluigi Paragone (che, comunque, promuove l’iniziativa #ioapro) ha lanciato un’altra manifestazione “vecchio stile” (senza disobbedienza alle leggi), autorizzata, che si terrà domenica 17 gennaio alle 15 in piazza De Ferrari. Obiettivo? <Riaprire tutto>.
Intanto il virus ha, ad oggi, ammazzato 3.074 persone in Liguria, 80.848 in Italia, quasi 2 milioni nel mondo e in molti paesi europei le misure di prevenzione sono più rigide che in Italia.

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