Villa Durazzo Pallavicini, viaggio nell’universo esoterico del XIX secolo – VIDEO

Documentario-intervista all’architetto Silvana Ghigino che svela la storia e i segreti del parco storico voluto da Ignazio Alessandro Pallavicini e progettato da Michele Canzio. Dallo splendore al degrado fino alla rinascita. Seguite con noi il percorso “teatrale-massonico” dal viale gotico fino al mausoleo e al castello del Capitano per poi scendere al lago grande e al tempio di flora. Un patrimonio che potrebbe dare la svolta definitiva al turismo a Genova

di Monica Di Carlo
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La storia del parco di Villa Durazzo Pallavicini, a Pegli, passa per figure straordinarie. Prima per la botanica e scienziata (attività assai inconsueta per una donna in quell’epoca) Clelia Durazzo, che visse tra il 1760 e il 1837, poi per il nipote Ignazio Alessandro Pallavicini che fece del parco quello che è: non più solo un giardino con essenze inconsuete da paesi lontani, ma un vero e proprio percorso esoterico iniziatico, progettato dall’architetto e scenografo del Carlo Felice Michele Canzio. Massoni entrambi, i due realizzarono a Pegli tra il realizzato tra il 1840 e il 1846 uno dei diversi luoghi esoterici che in quel periodo si moltiplicavano in giro per l’Europa.
Come il Palacio da Pena a Sintra, in Portogallo, fatto costruire dopo il 1840 da Maria II di Braganza, come regalo di nozze per il marito, re Ferdinando II del Portogallo (conosciuto anche come Ferdinando II di Sassonia-Coburgo-Gotha) sulle rovine di un convento gerosolimitano del ‘400. Lì, oggi, entra più di un milione di visitatori l’anno. Se possibile, il parco di Pegli è ancora più affascinante, perché più sottile. Perché non si limita a essere ambiente per il ristretto nucleo di persone destinato a viverci, ma è stato costruito per essere aperto al pubblico come percorso iniziatico, e così fu. Se l’edificio della villa (che oggi contiene il museo archeologico, con pezzi lasciati alla città dal principe Oddone di Savoia e altri di proprietà della Sovrintendenza e provenienti da altre zone della Liguria) diventasse il museo del parco, con i materiali recuperati (come i cavallini della giostra) e i disegni del Canzio già di proprietà del Comune, l’intero complesso diventerebbe una “macchina” turistica senza rivali. Certo, oggi è poco promossa, quasi fosse un corpo estraneo alla città. Ma, abbiamo parlato proprio ieri con l’assessore al turismo del Comune Laura Gaggero che ha detto di volersi interessare della valorizzazione. E l’assessore alla Cultura Barbara Grosso dice di voler lavorare anche a lei a un progetto che potrebbe regalare alla città uno dei poli di interesse culturale che messi in serie potrebbero cambiare il passo turistico della città, oggi imprigionato nella logiche riduttive di una Genova che è tra le più grandi città d’Italia, ma affronta il tema con logiche dopolavoristiche e artigianali e ancora non s’è convinta, nonostante tutto, che le polemiche sulla città dei camerieri degli anni ’70 e ’80 non hanno più senso di esistere perché l’industria non garantisce e non potrebbe garantire in area urbana i posti di lavoro che garantiva a quei tempi.
Il ragionamento è semplice: il cancro del turismo genovese è la brevità del soggiorno. Normalmente i turisti da soggiorno breve vedono un solo museo in una città. Spesso oggi vedono solo l’Acquario e il Ducale o Palazzo Rosso: è per quello che, per la logica turistica, Genova ha troppi musei “parcellizzati” che costano tanto e in parte potrebbero essere accorpati. Il materiale dell'”Archeologico” potrebbe confluire in parte nel museo di Sant’Agostino (che ha bisogno di un allestimento più moderno, anche se quello attuale è straordinario, ma poco adeguato ai tempi) e in parte essere resi alle terre a cui sono stati strappati i reperti, per la maggior parte provenienti dal Finalese.
Cosa c’è di meglio per fare allungare il periodo di visita dei turisti che offrire un parco stupefacente, per certi versi psichedelico, come Villa Pallavicini, godibile a più livelli: a chi ama l’architettura, a chi si interessa di botanica, a chi desidera camminare nel verde, a chi vuole scoprire i mille segni esoterici e massonici e anche alle famiglie con bambini a cui basta un giro sulle barche del lago grande, un’occhiata ai pesci e alle tartarughe e un luogo tranquillo e, semplicemente, bello dove passare la giornata. Perché, per allungare il soggiorno dei turisti, non fare “pacchetti” con l’Acquario, il Ducale e/o i musei e Rolli, magari sfruttando il collegamento tramite Navebus tra il Porto Antico e Pegli. Quella che oggi, il sabato e la domenica, non parte prima delle 14 e taglia fuori, proprio la domenica, le visite di chi deve rientrare nella sua città. Sono questi i segnali che indicano che Genova oppone fiera quanto incredibile resistenza al turismo, la sempiterna incapacità di offrire prodotti integrati a servizi che accolgano il turista. Lo ricordiamolo ancora: il Palacio da Pena di Sintra accoglie più di un milione di visitatori l’anno.
Si parlava di figure straordinarie che punteggiano la storia del parco. In qualche modo sotto il profilo squisitamente botanico, lo sostengono i direttori del Servizio giardini del Comune che si avvicendano nel dopoguerra fino a quando il servizio stesso non viene smantellato e passato alla controllata Aster: Canepa, Viacava, Zauli. I soldi sono sempre di meno e il parco è ridotto in cattive condizioni. Soprattutto la parte alta. Dal 1928 il parco è del Comune di Genova, ceduto probabilmente perché il mantenimento era costosissimo. Dal 1946 è chiusa la parte alta e la parte bassa viene danneggiata dai lavori per la realizzazione della sottostante galleria dell’Autostrada A12. A lungo il parco diventa i “giardinetti” dove i genovesi portano i figli nel fine settimana. I ragazzini scavalcano e vandalizzano le strutture della parte alta. I ladri saccheggiano le strutture e le piante più trasportabili e preziosa. La zona alta viene riaperta solo 4 anni fa. Chi non c’è stato negli ultimi 4 anni e sappia che ha visto soltanto una parte del giardino e in condizioni ben diverse da quella attuale: sul laghetto si può di nuovo andare in barca, sono stati riaperti i giochi d’acqua, è stato restaurato il parco dei divertimenti, il castello del capitano, al cui interno crescevano ligustri altri anche un paio di metri, è rimesso a nuovo, anche se ha bisogno di ulteriori interventi. Grazie al Fai è stato inaugurato da poco il recupero del chiosco delle Rose, il parco dei divertimenti è stato restaurato con fondi della Fondazione San Paolo.

Tra poco sarà recuperata la cappelletta di Maria grazie al contributo di una famiglia pegliese.

Il recupero è dovuto a un’altra figura straordinaria che dopo quelle ottocentesche che hanno realizzato lo straordinario itinerario teatrale ed esoterico, una figura che è arrivata, provvidenziale, a evitare la completa rovina. È quella dell’architetto Silvana Ghigino che studia da 35 anni il parco. Dai tempi della tesi, con il compagno di studi e oggi collega Fabio Calvi. Due anni per per la tesi assegnata dalla professoressa Annalisa Maniglio Calcagno. Poi una vita a studiare come recuperare dal degrado qualcosa che è unico al mondo e non solo per la sua bellezza. Donna che appare ad alcuni dal carattere ruvido, ma che si scioglie quando parla della sua missione: recuperare e rendere a Villa Pallavicini il suo ruolo, compenetrandolo con esigenze di fruizione per tutti, dando lavoro anche a chi se ne occupa ora amorevolmente, dai giardinieri ai ragazzi della biglietteria. Nel 2016 si mette a capo dell’associazione temporanea di imprese appositamente costituita per la gestione, composta da Aps (Amici di Villa Durazzo Pallavicini), Cooperativa Sociale L’Arco di Giano e, appunto, lo Studio Ghigino & associati architetti. E vince il bando, perché la sfida è difficile e nessuno come lei può affrontarla. La sua è una passione viscerale che è l’unica strada per affrontare un sfida così. Conosce il giardino palmo a palmo, eppure dice di scoprire ogni giorno un segno nuovo.

Sotto potete vedere un documentario di un’ora e 5 minuti che abbiamo realizzato proprio nel parco. I primi 49 minuti sono un’intervista all’architetto Silvana Ghigino che spiega i caratteri esoterici del parco, gli interventi fatti e quelli ancora da fare (a proposito, i gestori di Villa Durazzo Pallavicini accettano contributi per fare il parco ancora più bello). Nei restanti 16 vi portiamo con noi a visitare il parco, dal Castello del capitano con le sue vetrate, la sua cucina, la toilette.

Caratteristica unica di questo giardino che si sviluppa su 8 ettari di collina, è quella di essere strutturato su un racconto teatrale a sfumature esoterico-massoniche che rendono la visita un’esperienza storico-culturale, paesaggistico-botanica ma anche meditativo-filosofica. Il percorso di visita è articolato in prologo, antefatto, tre atti, ognuno composto da quattro scene caratterizzate da laghi, torrentelli, cascate, edifici da giardino, arredi, piante rare, scorci visivi e inganni scenografici capaci di appropriarsi del panorama esterno e di dilatare quasi all’infinito i confini di questo luogo “magico” ed esodo finale. Cosa vuole dire “esoterico”? È bene chiarirlo: non vuole dire spiritismo o magia, ma meditazione e filosofia.

<Il parco Pallavicini è un luogo che trasuda il senso del sacro inteso come venerazione del bello e adorazione della natura – scrive Silvana Ghigino nel suo libro “Il parco nascosto. Villa Pallavicini a Pegli“, edito da Sagep -. Non è un luogo di culto canonico: è una sorta di monumento alla sacralità laica dell’Universo e quindi all’Uomo inteso come culmine della creazione e dell’evoluzione, peraltro sempre ancora in atto>.

Ghigino scrive anche che <il parco è stato concepito per al tempo stesso per essere il giardino personale del marchese e come opera da condividere con i suoi ospiti. Dalla documentazione dell’archivio Pallavicini si evince che Ignazio aveva più scopi relativamente alla sua creazione. Apparentemente un parco per stupire, forse anche per dimostrare una potenza così “fondata” da permettere lo spreco di tanta forza umana, tanto denaro e tanto tempo solo per emulare e sorpassare i fasti dei casati genovesi che nel tempo avevano regalato al mondo giardini memorabili. Un parco per accogliere amici e conoscenti del suo stesso lignaggio, ma anche una bellezza coinvolgente, capace di parlare agli occhi e all’anima, che l’uomo colto e di ampie vedute offre anche ai comuni cittadini>.

Unica nota negativa, ma pesante: il completo abbandono e il degrado del giardino botanico di Clelia Durazzo. Bellissimo quando era curato dal Servizio giardini del Comune (chiuso per dare vita ad Aster), arricchito in tempi relativamente recenti di una serra, ora è degradato, con serre rotte, piante morte all’interno. È ancora in carico all’amministrazione Comunale che dovrebbe passarlo in qualche anno al consorzio, dopo che lo avrà messo a posto. Così è stato gettato via uno dei patrimoni che erano l’orgoglio della città fino a un paio di decenni fa.

Qui il sito del parco, dove si possono avere informazioni anche sulle visite guidate.

Anche quest’anno si può votare Villa Pallavicini come “Luogo del Cuore” Fai e aiutarla ad aggiudicarsi altri fondi per i restauri. Cliccate sull’immagine per votare.

Chi è Silvana Ghigino: architetto; direttore del Parco Durazzo Pallavicini di Pegli per l’Ati Villa Durazzo Pallavicini; dal 2004 docente a contratto del corso di Restauro del Giardino Storico della Specialistica in Paesaggio dell’Università di Genova. Qui il curriculum intero.

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