La lettera di 5 botteghe di via Galata: “I bambini disturbano, in strada non li vogliamo”
La perentoria richiesta dei negozianti a direttore didattico, maestra, genitori e Municipio: “Niente feste di fine anno, ci fate perdere una giornata di lavoro”. Il presidente Carratù: “Non accetto che venga leso il diritto dei bimbi di giocare all’aperto nelle vie del quartiere pedonali”


Deve esserci qualcosa nell’aria tra via XX Settembre e piazzetta Brignole, qualcosa che sconquassa i valori, sovverte le priorità, cancella il buon senso, offusca il senso della vergogna. Al centro delle vicenda, sempre la scuola elementare De Scalzi – Polacco. Prima il genitore che si lagna con l’amministrazione comunale del fatto che persone <senza dubbio extracomunitarie> (dirette ai corsi di alfabetizzazione) entrino dallo stesso portone dei figli “bianchi” e la segreteria dell’assessore alla Scuola del Comune che, a fine anno, chiede alla direzione didattica il perché di una cosa che succede lì e in tutta Italia da anni. Ora i commercianti che protestano… contro i bambini. Sì, avete capito bene, i bambini che giocano dopo la scuola. Cinque negozianti lo fanno con una lettera con i timbri in calce, come se fosse un atto ufficiale, una petizione per i parcheggi, una raccolta firme per le fioriere. Lo fanno come se la strada se la fossero comprata e ne fossero i padroni, i titolari di tutti i diritti, praticamente gli imperatori dei 30 metri di via su cui si affacciano le loro vetrine. Chiedono (ma visto il tono sarebbe meglio dire “ingiungono”) alla preside, a una maestra e al comitato genitori di <non organizzare feste di fine scuola nella Via (con l’iniziale della parola maiuscola nella lettera. Sarà una strada Vip? n. d. r.) dove cerchiamo di lavorare. Sarebbe una giornata di lavoro persa come tutti i pomeriggi di questi ultimi anni>. A parte che la pubblica via è, come vuole la parola stessa, pubblica (appunto), a parte che se un commerciante vuole lavorare in un luogo dove tutti gli spazi sono a sua disposizione bisogna che traslochi in un centro commerciale (dove pagherà le spese di amministrazione e sorveglianza anche per le aree non commerciali), il testo della missiva appare agghiacciante a chiunque abbia studiato un minimo di pedagogia o, semplicemente, faccia esercizio di buonsenso. È degno di uno studio sociologico approfondito. Ecco, in soldoni, il messaggio che la lettera intende mandare.
Assioma: “I bambini disturbano”.
Postulato: “La strada è dei negozianti e di nessun altro”.
Postulato 2: “Il fatto che i bambini giochino in strada non è normalità”.
Postulato 3: “I bambini che giocano fanno scappare i clienti e la nostra cassa-tasca ha la priorità su tutto”
Teorema. “I bambini non devono disturbare i bottegai, quindi non devono giocare in strada in modo da ritrovare la normalità”.
Si scherza, ma forse non c’è molto da scherzare, anzi. Non manca nemmeno il misero escamotage dialettico del ricatto occupazionale, ovviamente basato su assiomi e postulati farlocchi perché non s’è mai visto che i clienti cambino strada perché dei bimbi giocano: <Vogliamo tutelare il lavoro dei nostri dipendenti> magari da quella squadra di temibili black bloc, di pericolosi Unni calati dal nord, tutti tra i 6 e gli 11 anni, che giocano “colpevolmente” per strada. Non ci fosse da piangere e da preoccuparsi ci sarebbe da ridere. E forte, anche.

Andrea, papà della bimba che ha perso una falange, ci tiene a precisare, rispetto alla lettera dei commercianti: <Mia figlia durante l’incidente non stava giocando ma stava guardando la vetrina accompagnata!!!>.
Troviamo particolarmente riprovevole che un incidente avvenuto in un contesto di controllo dei genitori (pare che alla piccina sia stata semplicemente sbattuta la porta di un negozio sulla mano che aveva appoggiata sullo stipite) venga usato per gettare discredito sui genitori stessi e per provare che i bambini che giocano in strada siano dei teppisti.
Allarga le braccia incredulo il presidente del Municipio Centro Est, Andrea Carratù: <La strada non é di cinque commercianti, ma di tutti – commenta comprensibilmente infastidito dalla “bega di condominio” trasportata senza alcun senso o diritto sulla pubblica via -. Noi abbiamo sensibilizzato i genitori con una comunicazione, ma i bambini e i loro diritti non si toccano. Inoltre una festicciola due volte l’anno non può essere un problema. Questi negozianti hanno davvero esagerato. Ho rispetto per tutti ma non per chi vuole ledere i diritti di altri>. Sì, perché gli unici ad avere diritti in questa brutta storia di capitalismo inteso nella sua accezione peggiore ed egoista sono proprio i bambini che, grazie alla pedonalizzazione, possono godere in via Galata di uno spazio dove giocare all’aperto senza che ci siano commercianti-signorina Rottermeier a contar loro i passi, i salti e le risate. Dove dovrebbero portare maestre e genitori questi bimbi? Dovrebbero forse chiuderli in casa conducendoceli in silenzio, in fila per due, mani conserte dietro la schiena?
Non abbiamo forse tutti giocato per strada prima che le giovani generazioni, per colpa della nostra, si inebetissero davanti a videogiochi e cellulari? Quale etica ha una società (per fortuna formata da quattro gatti mentre <la maggior parte dei commercianti sono felici di avere i bimbi che giocano in strada>, precisa Carratù) che pretende che i bambini vengano dopo la cassa di quattro o cinque negozi? Restiamo umani. Se non è già troppo tardi. A leggere la lettera dei commercianti il dubbio si fa concreto.
La voce della lettera si è sparsa ormai in tutto il quartiere e sono in molti ad aver deciso di boicottare “i negozi nemici dei bambini che giocano”.


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