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“Tropicana” (Tosse), un ottovolante di emozioni, tra famiglie in frantumi e canzoni pop. La recensione

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Di Diego Curcio

Che bomba che è “Tropicana”, il nuovo spettacolo scritto e interpretato da Irene Lamponi, che ha debuttato ieri sera in prima nazionale al Teatro della Tosse.
Poco più di un’ora di lacrime, sorrisi, imprecazioni, baci, risate (spesso anche a crepapelle) e musica bellissima. Un collage d’emozioni, appiccicato sopra un ottovolante, che mescola cuori spezzati e palpitazioni, abbandoni e ritorni, poesia e bestemmie. La storia è quella di una famiglia normale, anzi normalissima: composta da una madre sull’orlo di una crisi di nervi (Lucia) e da una figlia (Nina), appena abbandonate “dall’uomo di casa” (il padre e il marito delle due). Un’assenza che si fa sentire per tutto quanto lo spettacolo e che fa da contraltare alle visite pressoché costanti del fidanzato di Nina, Leo e della burbera amica del cuore di Lucia, Meda. Il tutto infilato dentro una scenografia essenziale e molto colorata, una manciata di canzoni degli Smiths, di Lou Reed e dei Tre Allegri Ragazzi Morti e una sfilza di dialoghi perfetti e scritti benissimo dalla giovane autrice.
Lo spettacolo (prodotto dalla Tosse) è uno dei frutti del laboratorio Crisi condotto da Fausto Paravidino al Teatro Valle Occupato e può contare sull’ottima regia di Andrea Collavino, capace di costruire su una scena “povera” (ma di impatto) deliziosi quadretti di vita familiare destrutturata. Anche gli attori sono una vera forza della natura: Lamponi nel ruolo di Nina, ragazza confusa, felice, fragile e angosciata, passa nel giro di pochi istanti da entusiastiche dichiarazioni d’amore a urla d’odio e crisi di pianto; Marco Rizzo è perfetto nei panni del fidanzato Leo, una parte costruita su piccoli gesti e sorrisi dolci, recitata con estrema naturalezza. Elena Callegari invece è una Lucia frastornata e squinternata, sospesa fra l’assunzione di Fiori di Bach, la riscoperta della fede (anche se attraverso la televisione) e la speranza vana che prima o poi il marito torni a casa. La caustica e cinica Meda, infine, nel corpo e nella voce di Cristina Cavalli è la coscienza critica e fuori controllo dello spettacolo, un grillo parlante un po’ sboccato, che azzecca tutti i tempi comici e, come un basso pulsante, tiene in piedi il ritmo dello spettacolo. Sembra quasi che Lamponi e il regista Collavino abbiano costruito esattamente su di lei il personaggio.
Insomma tutto funziona a dovere, ci si diverte e ci si dispera, il feeling col pubblico si instaura sin da subito grazie a un inizio scoppiettante, che accompagna gli spettatori – anche attraverso qualche trovata geniale – alla parte più drammatica e dolorosa dello spettacolo. Qua e là si intravede qualche piccola citazione: quando parte “Perfect day” di Lou Reed e Meda viene vestita di sciarpa e cappotto per poi essere portata via su un carrello a due ruote, per esempio, sembra quasi di assistere a una parodia della scena di “Trainspotting” con la stessa canzone in sottofondo. E se “Tropicana” a volte ammicca (nel senso migliore del termine) al pubblico regalando battute divertenti e da antologia, qualche volta (come nel caso di alcune bestemmie pronunciate da Meda) prova a camminare sul lato selvaggio del palcoscenico, rischiando di beccarsi qualche critica da parte degli spettatori più sensibili.
Ma il fatto è che questo spettacolo, disperato e divertente, ha molte più cose in comune – di quanto possa apparire a un primo sguardo – con la canzone da cui prende il titolo, “Tropicana”: un brano che su tiepidi ritmi calypso e melodie da musica da spiaggia parla, con candore e ironia, di scenari apocalittici e post-nucleari, abbronzature atomiche e uragani. Il tutto mentre in tv continuano a scorrere i jingle pubblicitari; quasi fossimo assuefatti dalla normalità della tragedia e del dolore.
Lo spettacolo resterà in scena fino al 23 ottobre: non fatevelo scappare.

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