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Dalle signore delle candele alla Tigre di Gondar: storia di Genova e dei suoi bordelli

Genova Superba, Genova proibita. Sapevate che nel medioevo il capoluogo ligure era per tre quarti un quartiere a luci rosse? E che, proprio a Genova, esisteva l’unica casa chiusa per minorenni? O che esisteva un quartiere chiamato “Costellazione amore”, dove Gino Paoli sembra sia stato ispirato per una delle sue canzoni più belle e famose? Bordelli, case chiuse e postriboli, nel centro storico si sono intrecciate le storie della “Tigre di Gondar” e della Angiolina fino al 1958, quando la Legge Merlin vi ha posto fine. Storie che ormai fanno parte del folklore, ma che nascondono vicende dolorose e di immensa solitudinebordello casino casa chiusa

Di Michela Serra

Se lo chiamano “il mestiere più antico del mondo” un motivo ci sarà pure. La prostituzione esiste dai tempi dei babilonesi e Genova, storicamente zona di scambio, somigliava a Roma, forse ancora di più a Pompei. Già allora esistevano postriboli simili agli antichi lupanari: le prostitute lavoravano cinque giorni alla settimana, pagavano le tasse, avevano i diritti di qualunque lavoratore e andavano a messa. Rigorosamente vestite di giallo. Una storia che va avanti fino al 1958 e che è stata raccontata in un tour serale nel centro storico dall’associazione Genova Cultura, attraverso i racconti di Silvia Simonelli, guida accreditata. Si parte da piazza San Matteo e dal medioevo. A quel tempo Genova era per ben tre quarti un quartiere a luci rosse, ma il cuore era in quella che oggi tutti conosciamo come Via Garibaldi. Dimenticate la strada fatta di meravigliosi palazzi, compreso Palazzo Tursi, sede del Comune. A quel tempo si chiamava via Monte Albano ed era il postribolo di Genova, una cittadella della prostituzione regolata da leggi precise. Dove ora si trovano i dissuasori del traffico c’erano i cancelli e una guardia perquisiva i clienti. Niente oggetti appuntiti, niente bastoni. Niente che potesse ferire le lavoratrici. E se succedeva? In quel caso il cliente era costretto a pagare la “diaria”, ovvero l’equivalente del mancato lavoro. All’epoca le prositute erano chiamate “le signor delle candele, dove venivano segnate le tacche che scandivano le prestazioni. Avevano la loro “compagna”, l’associazione, e siccome il mestiere era consentito anche dalla chiesa, le signorine avevano diritti, doveri e obblighi morali. Pagavano le tasse, cinque genovini al giorno, avevano il sabato libero e la domenica andavano a messa. A San Giovanni seguivano la processione dietro la loro effige: la Maddalena, ovviamente. A proposito: piazza Fontane Marose era il passaggio delle signorine e si dice che il nome del luogo sia la grossolana traduzione di “Fons Amorusus”, la fonte dell’amore. E così arriviamo fino al 1500, quando i signori di Genova decisero che via Monte Albano non aveva più bisogno del lupanare, ma dei loro sontuosi palazzi. Fu così che le prostitute si spostarono nella zona della Maddalena e nulla cambiò fino all’Unità d’Italia, quando un certo Camillo Benso, Conte di Cavour si inventò la legge delle case chiuse, chiamate così perché le persiane dovevano restare serrate, per evitare che lo sguardo dei passanti potesse cadere all’interno delle stanze. D’altro canto bisognava salvare la morale. Funzionava quasi come per gli alberghi: <Esistevano tre categorie di case chiuse – spiega Silvia Simonelli – la categoria extra lusso costava un occhio della testa e a Genova se ne contavano solo due. La seconda categoria era più accessibile e ancora dignitosa, ma la terza categoria era di qualità infima, ma accessibile a tutti. Infatti la prestazione base, quella da mezz’ora, non doveva costare più di un’ora di lavoro di un qualsiasi operaio>. Il viaggio continua tra i caruggi, attraverso via della Maddalena, via della Posta Vecchia. Fino alla Lepre, dove la guida si ferma e racconta gli aneddoti che riguardano una delle case chiuse più famose di Genova, “Lepre”, appunto. casa chiusa lepreIl nutrito gruppo al seguito della guida ascolta incuriosito e scatta fotografie. Proprio in questo palazzo si svolge la vita della Tigre di Gondar, soprannominata così per i suoi trascorsi in Etiopia. Sembra che abbia conquistato l’Africa prima di Starace, narra la leggenda. E proprio in Etiopia lo stato le consentì di aprire il primo bordello con prostitute bianche. Nostalgica del fascismo, non permetteva alle ragazze di indossare biancheria intima nera: <Nessuna casa era più colorata di questa – racconta la guida – la Maistress pensava che il nero, colore legato al fascismo, non fosse appropriato per reggiseni e mutandine>. Fu una donna fortunata, la signora Maria, Tigre di Gondar. A quarant’anni ebbe il denaro per poter aprire la sua casa chiusa, e così fece. <Visse fino a ottant’anni, quindi tanto male non le è andata> scherza la guida. Intanto si fa buio, è passata quasi un’ora dall’inizio del tour. Passiamo vicino a Vico dell’Amor Perfetto fino ad arrivare in via Orefici. E’ in questa zona che c’è la casa chiusa più lussuosa di tutta Genova: il Mary Noir. Affacciata su piazza Banchi, la casa offriva le ragazze più belle e sconosciute, caviale e champagne. Addirittura aveva un portinaio di colore soprannominato “Il moro di Cevà”, tutto vestito di bianco e figlio di una donna etiope e di un italiano. E’ a due passe dal Mary Noir che troviamo una casa di infimo livello, ma con una maistress geniale: in piazza Senarega, dove c’era la casa chiusa di cui stiamo parlando, si scaricava lo stoccafisso. I clienti del luogo erano principalmente lavoratori del comparto. Per quanto sia delizioso lo stoccafisso, il suo odore non è dei migliori e i clienti ne lasciavano in abbondanza su divani e tappeti. Per questa ragione la Mistress si inventò il 3X2, solo per i lavoratori che a fine giornata avevano scaricato quintali di stoccafisso, dato che erano anche gli unici a frequentare il “Senarega”. Poco distante, in vico Ragazzi, l’unica casa chiusa a cui potevano accedere i minorenni. bordello ragazziParliamo di 18enni, perché all’epoca la maggiore età si raggiungeva a 21 anni. Angiolina, maistress della casa, aveva stretto un accordo poco legale con qualche rappresentante delle forze dell’ordine compiacente, che a sua volta chiudeva un occhio. O tutti e due. Siamo nella zona di Scurreria, e il tour volge verso la conclusione. La sorpresa arriva in piazza Invrea, dove si trova uno dei palazzi più belli di Genova: palazzo Squarciafico. Una meraviglia di affreschi e architettura che… nascondeva una casa chiusa, dove ora si trova un noto ristorante. Il viaggio si conclude in vico Carabaghe: <Questa zona era conosciuta come Costellazione amore, proprio perché si trovava una casa chiusa ogni due metri – racconta ancora Silvia Simonelli – addirittura ce n’erano due chiamate sommergibile e dirigibile, perché erano nello stesso stabile, solo che per la prima si doveva scendere qualche scalino, nella seconda bisognava salire>. costellazione amoreE proprio qui si trovava una casa che aveva la pareti viola: <Vi dice niente?> incalza la guida. Sembra che Gino Paoli si sia fatto ispirare proprio qui per una delle sue canzoni più belle e famose: il cielo in una stanza. <Fino a pochi anni fa qui si trovava anche un cartello stradale dell’epoca che indicava un padre con una bambina per mano – spiega la guida – era un monito a tenere le proprie figlie strette a sè, per evitare che passando per la zona si facessero venir voglia di intraprendere il mestiere>. Qui si conclude il nostro viaggio insieme all’associazione Genova Cultura. Un viaggio fatto di folklore, ma che nasconde un lato oscuro. Quello che ha spinto Lina Merlin a far finire l’epoca delle case chiuse. Perché dietro agli aneddoti piccanti, spesso divertenti, c’erano le donne e c’erano le loro storie fatte spesso di schiavitù e abbandono. Sapete che se le ragazze venivano contagiate da malattie veneree venivano abbandonate al loro destino, dentro squallidi lazzareti o per strada? E questo è solo un esempio. Forse varrebbe la pena leggere “Lettere dalle case chiuse”, scritto da Lina Merlin e da Carla Barberis, moglie di Sandro Pertini che in queste case è andata e ha toccato con mano il dolore. Alla spicciolata si torna verso piazza Matteotti, da dove il Tour è partito. <Questo è uno dei nostri tour più divertenti – spiega Lucia Marcello, presidente di Genova Cultura – ha però uno sfondo artistico e sociale importante. E’ un modo per scoprire tutti gli angoli del centro storico>. La prossima replica il 12 di agosto, ma Genova Cultura organizza anche molti altri tour, alla scoperta della storia sotto la Lanterna <Ci sono stanti spunti – il prossimo è genova curiosa, in cui andremo alla ricerca di particolarità del centro storico e dei suoi palazzi. Poi ne faremo uno dedicato ai drammi e agli amori che si sono consumati all’ombra dei vicoli> conclude. Un’ultima particolarità, prima di abbandonare questo viaggio affascinante: Genova non si smentisce mai, nella sua segretezza. Non esistono fotografie o documenti, salvo qualche tariffario o articolo di giornale dell’epoca. Un mondo nascosto che viene narrato, memoria di una vita che non c’è più, ma che aleggia in tutto il suo mistero sopra il centro storico più grande d’Europa.

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One thought on “Dalle signore delle candele alla Tigre di Gondar: storia di Genova e dei suoi bordelli”

  1. Buogiorno, ho letto la descrizione del giro delle case chiuse e…mah…altre guide raccontano gli stessi aneddoti per altri luoghi, altre epoche… (il portiere negro c’è anche nel “Suprema”, di via Cebà…veramente il più lussuoso del tempo, leggendo le cronache originali…via Cebà non esiste più…guerra, zona Piccapietra. e poi “la prostituzione ammessa dalla chiesa”??? e quindi avevano “diritti”?? Semmai erano atti di misericordia, ed ovviamente non erano solo a Genova…ma era la stessa cosa coi galeotti in Darsena. E tutte vestite di…giallo??? Perchè il giallo era un colore facile e poco costoso da ottenere, vero???
    Questi giri vanno bene, ma dov’è il valore storico? e artistico??? Magari non far passare semplici aneddoti come verità storiche servirebbe ……basta solo più attenzione per capire quello che i testi dicono e riportarli nella giusta ottica storica. Ditelo, alla guida, e forse il valore “sociale” del giro sarebbe migliore…anche con il sorriso e divertendosi.
    Chiara

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