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“Cangia sta vitta”, omaggio al disco cult dei Sensasciou

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Di Diego Curcio

Ci sono tante buone ragioni per parlare dell’ep “Cangia sta vitta” dei Sensasciou, senza dover per forza attendere un anniversario o una ristampa (che però, a questo punto, sarebbe doverosa). Quella che mi ha spinto a scrivere – un po’ di getto – queste poche righe è che finalmente, dopo tanti anni di ricerca, sono riuscito ad accaparrarmi una copia di questo superdisco, che cercavo da tempo immemore. Sia chiaro, già da qualche anno i quattro bellissimi pezzi che compongono l’esordio della band genovese sono disponibili su Youtube e si trovano facilmente su altri siti web in cui è possibile ascoltare e scaricare musica gratuitamente. Ma visto che di solito faccio un po’ fatica a parlare di un album di cui non possiedo una copia in vinile o in cd, adesso che finalmente ho colmato questa lacuna mi è sembrato il momento migliore per farlo.
Comunque, bando alle ciance, parlare di “Cangia sta vitta” 23 anni dopo la sua uscita non è soltanto giusto, ma è anche indispensabile per fare un po’ di luce, senza alcuna pretesa di completezza, su un album che, purtroppo, fuori dai soliti giri musicali, resta ancora un oggetto sconosciuto. Anzi, scommetto una birra ghiacciata che la maggior parte dei ventenni genovesi non sa neppure chi siano i Sensasciou. E quindi male, anzi malissimo, perché a metà degli Anni Novanta Bob Quadrelli, anima inquieta dell’underground musicale della Superba, Bobby Soul, la voce black della nostra città, e Renato Rassis detto Renè che all’epoca frequentava attivamente la scena reggae di casa nostra, hanno scritto la storia della musica genovese (e non solo).
“Cangia sta vitta” esce nel 1993, in un periodo in cui la scena musicale italiana è in grande fermento, dopo la sbornia sintetica degli Anni Ottanta (che comunque restano il decennio più interessante dal punto di vista della musica alternativa, grazie al fiorire dell’hardcore e di tutte le sue declinazioni, del post-punk, della new wave e del revival sixties). L’hip hop comincia a essere una realtà piuttosto interessante anche nel nostro Paese, viene fuori il movimento delle posse e si inizia a parlare con grande insistenza di crossover, intenso come incrocio di stili e generi diversi (lasciate perdere il “nu metal”, per carità). Nei primi Anni Novanta, a livello underground comincia a prendere forma anche una scena rock italiana molto interessante, mentre il movimento punk-hardcore, che all’inizio del decennio aveva dovuto fare i conti con un calo fisiologico – sono state proprio le posse a soppiantarlo all’interno dei centro sociali –, conosce una nuova giovinezza dopo l’esplosione del revival americano a opera di Green Day e Offspring nel 1994.
Ma torniamo ai Sensasciou. Il primo ad avere l’idea di mescolare tradizione genovese (quindi dialetto e trallalero) al ragamuffin – un mix tra musica giamaicana e hip hop – è Bob Quadrelli, che resta la mente e il braccio di questa band. Bob arriva dal cuore della scena underground genovese: si è fatto le ossa col punk, quando, giovanissimo a fine Anni Settanta, ha iniziato a suonare il basso nei Dirty Actions, l’unica punk band cittadina a incidere un disco ufficiale in quel periodo (il mitico singolo della Cramps Records “Rosa shocking”). Col passare del tempo e la fine della prima ondata punk la passione di Bob per il ritmo comincia a portarlo altrove, prima negli Herberts, che sono un po’ la sintesi – a posteriori – del suo passato e del suo futuro musicale, visto che suonano cover dei Clash, degli Specials e dei Ruts (in poche parole punk e reggae) e poi nei Ragni Perplessi, dove inizia anche cantare, oltreché a suonare il basso. In questa band Quadrelli avvia anche la collaborazione con Mr Puma e il futuro Sensasciou Renè Rassis: due incontri che sposteranno sempre di più il suo asse verso la Giamaica, tanto che il passaggio ai Sensasciou è quasi naturale. L’altra figura centrale del gruppo è Alberto De Benedetti in arte Bobby Soul, poi nei Blindosbarra e nelle Voci Atroci e oggi uno degli artisti più radicati e rispettati della scena genovese. Bobby è un bancario con la passione per la musica black, un personaggio a dir poco spiazzante, dotato di una voce unica e “nerissima”, che a 30 anni molla il suo posto sicuro dietro lo sportello e decide di fare il musicista professionista: una splendida follia. Nel 1992 accetta l’invito di Quadrelli a fondare insieme i Sensasciou, sull’onda dei “festeggiamenti” (o sarebbe meglio dire delle proteste) per le Colombiane (è dello stesso periodo anche “500 anni (di sfruttamento)” della Genova Indian Posse, prodotto guarda caso proprio da Bobby insieme a dj Spillus e Parez Pardo). I primi Sensasciou vengono fuori da quel fermento, insomma. L’incontro tra ragamuffin e trallalero concepita da Bob porta alla nascita del trallamuffin, che mescola la canzone tradizionale genovese e il dialetto ai ritmi africani e caraibici: una bomba. In poche parole è come se Gilberto Govi si facesse crescere i dreadloks e cantasse “Police & thieves”.
Ricostruito il contesto è ora il momento di parlare del disco. L’ep si apre con “Zuarisoareu”, una sorta di “Ma se ghe penso” in levare, in cui si parla di nuove e vecchi migrazioni, con i genovesi che partivano per l’America e i nordafricani che approdano a Genova, scappando dalla miseria e dalla guerra. Un canzone antirazzista, – con l’ultima parte cantata da un artista senegalese – che affronta con il  gusto della satira e della melodia un tema attualissimo ancora oggi. Del brano esiste anche un video molto interessante, che si può trovare facilmente su Youtube. Il secondo pezzo è anche quello da cui prende il titolo l’album, “Cangia sta vitta”, un ragamuffin travolgente, che mette ancora una volta in chiaro quali siano le coordinate del gruppo. E cioè, come detto in precedenza: da una parte la musica giamaicana e dall’altra la tradizione genovese del trallalero, qui fuse in un miscuglio perfetto di melodie e rime baciate. “Domanda d’amou”, che apre il secondo lato dell’ep, è invece un brano d’amore atipico, che ricorda quelle vecchie canzoni comiche genovesi che, per strappare un sorriso in più, usavano alcuni termini scurrili come “belin”, “bagascia”, “cù” (che non starò qui a tradurre). Insomma un altro richiamo alla tradizione o più semplicemente un’altra canzone irresistibile e divertente, che rilegge in chiave satirica le ballate sentimentali.
Il disco, infine, si conclude con quello che, secondo me, resta il manifesto dei primi Sensasciou: “Zena bruxa”, un omaggio ai Clash (nel titolo ma anche nel contenuto, vista la citazione esplicita di “London’s burning”) per una canzone che sembra composta da un gruppo di immigranti genovesi che, per errore, invece di sbarcare in Argentina come molti loro concittadini si ritrova sulle calde spiagge della Giamaica. Il dialetto si incastra perfettamente con le chitarre in levare e i ritmi forsennati del ragamuffin; ci sono lo scratch in sottofondo e un rap ipnotico che esplode in un ritornello di mille colori. Senza starci troppo a girare intorno: un piccolo capolavoro.
Dopo “Cangia sta vitta” i Sensasciou – anche se con formazioni diverse – hanno pubblicato altri due ottimi dischi; si sono sciolti e riformati con tanto di terzo minialbum dopo un lungo silenzio; hanno vinto dei primi prestigiosi come il Tenco e hanno continuato per un po’ di tempo a suonare in giro. Ma “Cangia sta vitta”, a mio parere, resta il loro apice: l’esempio più fulgido del talento di Bo Quadrelli – su cui presto uscirà un documentario a cura del regista Fabio Giovinazzo – e dei suoi compagni di strada Bobby Soul e Renè Rassis. Una pietra miliare della musica genovese, un album coraggioso e perfetto, che per primo è riuscito a portare nell’underground il dialetto di casa nostra, senza snaturare né l’uno né l’altro. Le canzoni dei Sensasciou sono un filo rosso che lega la tradizione cittadina alla musica contemporanea e dimostrano che si può essere attaccati alle proprie radici, senza per questo chiudersi al loro interno. Tradizione e integrazione sono due facce della stessa medaglia in questo disco, con il dialetto genovese trasformato in una lingua universale su cui scrivere un gospel dell’accoglienza.

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