Senza parole
C’era qualche cosa che stonava in quella foto dei celoduristi schierati a centro campo come fosse una squadra di calcio, anzi di calcetto, un po’ raffazzonata. Di quelle del liceo di una volta. Quelle che “portati una t-shirt bianca, c’è l’avrai una t-shirt bianca?”, perché i soldi per la muta preferivi spenderli nell’intervallo per le pizzette. Per carità non voglio polemizzare sul messaggio. Lì andrei a sbattere contro le convinzioni della coscienza, più o meno profonde. Del resto lo dicono loro, sulla loro maglietta, che la difesa e’ legittima sempre. Magari ci sarebbe da discutere su quella preminenza della difesa sulla legittimità, che… magari la fa sconfinare nell’offesa. Ci sarà un perché se si parla di legittima difesa e non di difesa legittima, come a porre l’accento sulla legittimità e non sulla difesa. Vabbe’, cose cavillose. Ma l’argomento viene sviluppato bene nei post di Rixi e soci ( da sinistra a destra, come una formazione di calcio, Giovanni De Paoli, Sonia Viale, Alessandro Piana, Franco Senarega, Edoardo Rixi, Stefania Pucciarelli, Alessandro Puggioni e Stefano Mai) scalcinati ed esultanti per il risultato raggiunto, appunto, il pagamento della Regione per le spese legali dei cittadini accusati di eccesso di legittima difesa. Non è su questo, comunque che insisterò’ a soffermarmi. Quanto su quelle tShirt bianche su cui, con grafia un po’ incerta, da scuola, dell’obbligo, direbbe il maestro Manzi, e’ stata tracciata la scritta-slogan “La difesa e’ legittima sempre”. Beh, allora, mastro Matteo Salvini, capataz di questi bravi ragazzi, che di TShirt e felpe logate – con tanto di messaggio subliminale ma non troppo – agli italiani e’ indiscusso maestro, avrà storto senza dubbio il naso di fronte a tanta casereccia artigianalita’. Sarà pur vero che c’è l’essenza del messaggio, quindi il contenuto. Ma sulla forma… Sulla forma proprio tutto lascia un po’ a desiderare. Con quella scritta che spunta sul petto, a metà pancia, sullo sterno, a seconda degli indossatori. Piu’ sbiadita, evidenziata, colorata o solo tracciata. Come se ognuno avesse lasciato libero sfogo al proprio estro. Ma non potevano rivolgersi a un produttore qualunque? Che magari in cambio di un po’ di pubblicità gliele avrebbe anche regalate, quelle magliette. Invece no. E comunque non potevano andare ad intaccare il fondo di cassa del gruppo, che poi magari qualche solerte magistrato li trascinava in tribunale per spese pazze? O, meno pericolosamente, non potevano servirsi di quello personale, che poi non è tanto risicato, e con una ventina di euro a testa se la cavavano?

Invece no, peggio di Toti con la felpa della FIOM. E poi quella gliela hanno pure regalata. Ma, pur avendo risparmiato quella e’ stata una scelta disastrosa per il messaggio. Perché lui che è nell’animo un giornalista al “ghe ninte pei giurnalisti?” non rinuncerebbe mai. Teorie da braccino corto. E comunque lì era la scelta di condivisione a risultare disastrosa. Dall’una e dall’altra parte. La vittima abbracciata con il carnefice. Ruoli intercambiabili, a seconda dei punti di vista. Perché a volte più delle parole e della felpa o tShirt e’ il gesto a lasciare senza parole.
E perciò morale pedatoria, in vista di Italia- Germania. Morale scaramantica e… che iddio ce la mandi buona.
Morale pedatoria: La difesa sballata, il centrocampo endemicamente fioco, l’attacco scomposto di gente molto sollecitata ad impaurirsi. E dove credevamo di andare?
(Gianni Brera dopo la sconfitta dell’Italia con la Corea nel 1966)
Ps. Ricorrono giusto i 50 anni.
Il Max Turbatore




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