Cinema 

Film, in ordine di sparizione: “La pazza gioia” e “Fuocoammare”

Mauro traverso cinema definitivo

Da ormai qualche anno, l’avvicinarsi del periodo estivo provoca, nella programmazione delle sale cinematografiche, un curioso effetto: i film, più che apparire sugli schermi, dagli schermi scompaiono.
Nel senso che, sempre più frequentemente, il loro mantenimento in cartellone dura non più di tre o quattro giorni e poi ciao, chi l’ha visto, l’ha visto. Questo fenomeno da una parte permette a più film di raggiungere le sale e mostrarsi sul grande schermo, dall’altra però mette in difficoltà il povero recensore settimanale, che appena pensa di aver trovato un titolo degno di attenzione se lo vede sottratto alla proiezione in sala e resta, per così dire, con il cerino in mano: avrebbe delle cose da dire su un film che, al cinema, nessuno può vedere più.
Ragion per cui, a questo giro, facciamo così, stiamo al gioco: approfittando di scrivere su internet, e confidando nella possibilità da parte di chi legge di usare lo streaming, raccomando qui due titoli che sono usciti da poco, due titoli italiani degni di nota, mi pare, elencandoli in ordine di sparizione.
Il primo è La pazza gioia di Paolo Virzì.

 

Virzì si porta dietro, ormai da diversi anni, l’etichetta gloriosa e pesante di Ultimo Erede della Grande Commedia all’Italiana. Pur continuando a pensare che siano cambiati i tempi, davvero troppo, per poter decretare con certezza quell’eredità, la definizione ha un senso. Lo sguardo di Virzì, il suo cavalletto, il suo punto di vista sul mondo, hanno infatti in comune con i maestri di allora almeno una caratteristica: la capacità di mettere in scena i propri personaggi prendendoli in giro. Un modo di farli vivere attraverso lo schermo che, senza negare l’amore per la loro umanità imperfetta, pasticciona e italianamente affettiva, non esita nemmeno un minuto a sottolinearne i difetti e a smascherarne i vizi. Con l’eccezione di Il capitale umano del 2014, forse il suo capolavoro fin qui, dei grandi maestri gli manca la crudeltà: la capacità di trasformare definitivamente il vizio privato in difetto sociale che tanto aveva caratterizzato la stagione gloriosa, per esempio, di Dino Risi o Mario Monicelli.
Il suo ultimo lavoro, reduce dall’ottima accoglienza ricevuta al Festival di Cannes, è un palese omaggio al mondo femminile, scritto insieme a Francesca Archibugi e bene interpretato da Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti. È stato spesso presentato come un film sulla follia: le due protagoniste si conoscono e fanno amicizia in una casa di cura per malattie mentali ed è stato girato nella vera Villa Biondi, luogo di ricovero ‘per matti’ del pistoiese. La domanda su cosa significhi, di preciso, essere matti o essere normali, pervade in effetti tutto il film e molti suoi dialoghi, e consente alle due attrici protagoniste più di momento virtuosistico, ma resta una messa in scena, in realtà, della solidarietà femminile e del suo essere portatrice di follia, intesa come leggerezza e profondità contemporaneamente, in un mondo troppo omologato sulla mediocrità. Una mediocrità televisiva e berlusconiana, sembra aggiungere Virzì.
Si ride molto, ci si commuove ancor di più, in particolare, per di capire, le signore che lo vedranno. Regia senza colpi di genio ma con molto mestiere speso bene, al servizio delle attrici e della loro emotività. La loro imbranata fuga dalla casa di cura rischia di schiacciare il film in un Thelma e Louise all’italiana, ma non si ferma lì, per fortuna. La logorrea millantatrice di Beatrice (la Tedeschi) e i silenzi magri e depressi di Donatella (la Ramazzotti) finiscono per mettere in scena ben più di due matte: finiscono per rappresentare, in tempi di femminicidio, una narrazione felicemente aliena del mondo femminile, del suo modo sempre un po’ matto (per noi maschi) di salvarsi e di continuare.
Affermazione, non detta, del film: prima le donne e i bambini.
È uscito, ed è subito scomparso, anche Fuocoammare, ultimo lavoro di Gianfranco Rosi, reduce dall’aver vinto quest’anno l’Orso d’Oro a Berlino.

Da tutti definito come documentario, la pellicola di Rosi è in realtà, come già fu per Sacro Gra, del 2014, Leone d’Oro a Venezia, un sapiente mix di copione e realtà, di linguaggio da cinema adulto e da servizio giornalistico per immagini, secondo un impianto che verrebbe da definire neo-realista se non si temesse di schiacciare il lavoro di Rosi sotto l’eredità di una storia tanto illustre, al di là della parentela scritta nel cognome. Si può perfino parlare, a ragione, di due film in uno, di due registri accomunati da un’unica accurata veste cinematografica.
I due modi che il film sceglie per mettersi in scena non sono tuttavia due mondi: i due stili non tracciano una diversità, per esempio, tra la Lampedusa di chi vive e quella di chi ci arriva, o tra quella di chi ha a che fare con i migranti e quella di chi no. Resta un’incertezza, mi pare, alla fine del film, una specie di amaro in bocca che chissà se è intenzionale oppure no. Ma resta anche un film da vedere, quanto e più di Sacro Gra, di cui è migliore per distacco.
Racconta Lampedusa attraverso il personaggio di un medico locale, l’incaricato di ricevere i migranti, di visitarli per primo, di decretarne la morte, quando c’è, di contarne i neonati, quando ci sono. E tuttavia non è solo un film sulle migrazioni clandestine, sui morti in Mediterraneo, sui barconi di concentramento. C’è anche la Lampedusa dei ragazzi, per esempio, del loro modo di crescere laggiù, in un posto così. E c’è quella dei pescatori, come no, dei loro avvistamenti ma anche del loro lavoro di pesce e non solo di corpi. Ci sono anche i morti, non possono non esserci, nella tremenda evidenza dei loro sacchi. Ma c’è, soprattutto, una robusta iniezione di realtà, riguardo a tutta la retorica politico-televisiva sull’isola. Alcuni momenti del film andrebbero proiettati nelle scuole, tanto per rendere l’idea, le testimonianze del dottor Pietro Batolo prima di tutte. O forse dovrei scrivere in Parlamento. Iniezione di realtà portata con rispetto, fin con pudore, in più di un momento: brilla per assenza tutta la semplicistica aggressività così tipicamente televisiva riguardo temi complessi come la morte, la migrazione, l’accoglienza, il vivere al loro fianco, nel loro racconto.
E a questa ricchezza di contenuti si aggiunge un’ottima qualità “fotografica” delle immagini, sempre nitide, montate con intelligenza, che mostrano coinvolgendo, senza sbattere l’evidenza in faccia allo spettatore. C’è il tentativo, oggi giudicato vecchio ma, per fortuna, non ancora morto, di far guardare per riflettere: viene dato il tempo per contemplare,a tratti.
Gianfranco Rosi è il vero, grande talento del prossimo cinema italiano: la sua consapevolezza del linguaggio del cinema è, ormai, del tutto matura. Gli si chiede soltanto un po’ più di convinzione nella lettura del presente, di abbandonare i doppi registri, per esempio, per dare definitivamente corpo poetico alla sua ( bella ) visione del mondo.

Mauro Traverso

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