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“Orfeo rave”, uno spettacolo dirompente che mescola musica, danza e teatro di prosa. La recensione

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di Diego Curcio

Una danza macabra sulle macerie della nostra esistenza. Un giro di valzer per musica techno, come se i Prodigy riarrangiassero “Il Lago dei Cigni”. “Orfeo rave”, prodotto dal Teatro della Tosse con la strepitosa regia di Emanuele Conte e Michela Lucenti – e testi dello stesso Conte ed Elisa D’Andrea – è in scena al Padiglione B della Fiera del Mare ancora oggi e domani alle 21 e perderselo sarebbe davvero un delitto. Lo spettacolo, che riaggiorna il celeberrimo mito di Orfeo ed Euridice, è un dramma dark che mescola diversi stili narrativi. Un frullato delizioso di musica (non solo elettronica), danza, teatro di prosa, video-art e musical che cita Dante e i telefilm alla Csi, Omero e le calaveras, Michael Jackson e la new wave. Un viaggio itinerante per sola andata all’inferno, fra i meandri del Padiglione B della Fiera, che, grazie alla fantasia degli autori e dei registi, diventa la quinta ideale per una storia di amore, morte e disperazione. La scenografia, d’altra parte, riveste un ruolo fondamentale all’interno dello spettacolo, grazie a tanti ambienti e quadretti differenti, che si srotolano via via come la pellicola di un film. Il teatro si mescola col cinema, ma anche col videoclip e la danza contemporanea; filmati, fotografie, riprese in presa diretta, musica suonata dal vivo e basi che pompano i bassi fuori dalle casse disseminate lungo il padiglione sono gli ingredienti di questa favola urbana a tinte nere. Una ruota panoramica di colori ed emozioni, che parte da una stanza buia e scura e che prosegue, portando per mano gli spettatori, in ambienti sempre diversi e dinamici. C’è il matrimonio di Orfeo ed Euridice immerso in una sorta di “calavera”, la festa messicana dei morti con teschi, fiamme, danze macabre e colori scintillanti apparecchiati su un’impalcatura di tubi innocenti (che ricorda quella usata per “Promteoedio”). C’è la confessione di Aristeo che assomiglia a una delle tante storie nere trasmesse ogni giorno in televisione; o ancora il referto medico sul cadavere della ninfa che sembra preso da una puntata di Csi o Criminal Minds. La danza delle baccanti che fanno a pezzi il corpo di Orfeo è a una rave parade sfrenata e sanguinosa, mentre il pianto dell’eroe per la morte dell’amata è un blues drammatico, cantato al chiaro di luna. Azzeccatissima anche la scelta di ritrarre Ade e la conserte Persefone – qui interpretata da un fenomenale Enrico Campanati – all’interno di un quadretto familiare tipico delle commedie di una volta. Ma è tutto il meccanismo a funzionare alla perfezione, nonostante l’abbondanza di suggestioni, di elementi e di linguaggi. Uno spettacolo che oltre alla bravura di attori e ballerini – ottima la prova dei danzatori del Balletto Civile – può contare anche su un grande supporto tecnico e tecnologico (tra luci, video e audio). Anche perché non siamo di fronte al classico spettacolo itinerante della Tosse. Ma a una sua evoluzione e variazione sul tema, che punta molto sulla multimedialità e la ricerca. Un esperimento pienamente riuscito, grazie al carattere proteiforme dello spettacolo e alla sua assoluta potenza. L’impatto di questo “Orfeo rave” – titolo perfetto anche se l’atmosfera e la musica potrebbero suggerire anche la formula “Orfeo industrial” – è dirompente.

 

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