25 Aprile – I cantunè, eroi e vivandieri nella Genova che si liberò da sola

Alle 4 del mattino i vigili aprirono il grande portone di Palazzo Tursi e iniziarono a distribuire le armi riposte presso il Comando, rendendole disponibili per i gruppi di azione che andavano formandosi nei vicoli del quartiere. Al contempo ebbe luogo la rimozione degli organi amministrativi fascisti; un gruppo di vigili salito al piano nobile dell’edificio destituì gli amministratori che vennero accompagnati nel corpo di guardia. Era il 24 aprile 1945.

Il coraggio dei vigili genovesi e il loro fondamentale contributo all’insurrezione verrà ricordato oggi a Palazzo Tursi. Dell’episodio specifico parlerà il comandante Giacomo Tinella. Verrà poi letta una testimonianza rilasciata da un dipendente comunale che partecipò a quell’evento. Il testo è conservato nell’archivio dell’Istituto ligure per lo studio della Resistenza e dell’età contemporanea. La commemorazione si concluderà con un intervento dell’assessore alla polizia municipale, Elena Fiorini, e la deposizione di una corona alla lapide dei caduti con l’omaggio del picchetto d’onore. L’appuntamento è nell’atrio di Palazzo Tursi alle 12.

25 aprile de ferrari

(I primi prigionieri tedeschi sfilano, scortati dai vigli urbani, in piazza De Ferrari verso il punto di concentramento a Palazzo Tursi. Gli unici uomini armati e in divisa sono proprio i “cantunè”. La folla non lo avrebbe permesso a nessun altro)

di Monica Di Carlo

L’episodio dell’apertura del portone in apertura dell’articolo si legge nel libro di Fabrizio Bazzurro “La Liberazione, i vigili e altre storie” pubblicato qualche anno fa. Ora Fabrizio è l’addetto stampa della pm, ma all’epoca non aveva ancora indossato la divisa.

Il comandante della polizia municipale Giacomo Tinella e lo stesso Bazzurro raccontano il ruolo delle divise comunali non solo nella giornata della liberazione, ma anche nei periodi precedenti e seguenti in cui giocarono un ruolo fondamentale

La storia dei vigili partigiani comincia nel 1943. A guidarli era il brigadiere Gianni Olivari che cominciò a organizzare tra i colleghi riuniomi clandestine. Nasceva così la Resistenza del Corpo. I Cantunè si incontravano in un appartamento di via Varni, nei pressi di via Canevari, sulle sponde del Bisagno. Era l’appartamento del vigile Giovanni Ginocchio che prestava la sua casa perché vi si organizzasse la rivolta.
<Lì, nei primi giorni di marzo del ’44, si tenne una riunione a cui presero parte Giovanni Olivari, Furio Gandolfo, Prospero Olivieri, Luigi Fraguglia, Vittorio Terzolo, deceduto poi nel bombardamento del 4 settembre ’44, ed il Ginocchio, tutti vigili, nella quale venne deciso di dare vita ad una cellula cospirativa e di aderire all’organizzazione resistenziale – racconta Bazzurro -. Il primo distaccamento, composto da venticinque uomini, tutti appartenenti al corpo dei vigili urbani, era operativo nella primavera del ’44, aggregato in un primo momento alla brigata Villa e successivamente alla Bellucci. Al primo nucleo di venticinque elementi, componente il primo distaccamento della Brigata, fece seguito, nel settembre ’44 la costituzione di un secondo gruppo di venticinque, anch’essi tutti vigili, operanti indistintamente, sia nelle sezioni, centrali e periferiche, che nel comando e negli uffici allora facenti capo alla polizia Municipale. Questi nuclei originari, arricchiti da membri facenti capo a tutte le divisioni del Comune, operarono fino alla fine del ’44 come gruppi aggregati alla brigata Bellucci, quando, avendo assunto una consistenza numerica superiore ai 150 effettivi, integrati da numerosi altri gruppi di azione esterni all’amministrazione, venne deciso dal Comando Regionale di organizzarli in una brigata autonoma, inquadrata nello schieramento delle formazioni garibaldine>. Come nome fu scelto quello di Bruno Vanni, patriota democratico morto nella guerra di Spagna.
Furono proprio i vigili a mettere assieme tutti quei dipendenti comunali che credevano nella causa. All’inizio lo scopo era proprio quello di aggregare gli antifascisti pronti a opporsi al regime <sia con il lancio e l’affissione di manifestini nelle vie della città – prosegue Bazzurro – sia con colpi di mano portati a termine in maniera spettacolare come nei primi mesi del 1944 quando, con un autocarro del corpo vigili, tre elementi della Vanni si recarono nella Valpolcevera dove, in pieno giorno, con qualche documento falso e molto coraggio, si fecero consegnare dai militi fascisti una mitragliera antiaerea da 20 mm con due casse di munizioni e attraversarono tre posti di blocco, occultando l’arma pesante in un magazzino comunale; sia per altri compiti che vennero resi possibili dal contesto nel quale gli uomini della Vanni operarono. In seguito l’organizzazione crebbe tanto da rivestire un ruolo insostituibile nella macchina cospirativa locale>.
L’organizzazione messa in piedi dai cantunè poteva contare su libertà d’azione e la possibilità di essere vicini alla macchina amministrativa fascista e tedesca in modo da osservarla, capire quando e come agire per portare avanti al meglio quanto progettato. <Grazie alle ramificazioni della brigata in tutti i settori del Comune – dice l’autore del libro – , vennero create squadre che svolsero compiti di estrema delicatezza. Ad un gruppo di vigili urbani, affidato a Giovanni Olivari, Dionisio Capurro e Furio Gandolfo, venne affidata la rete di spionaggio militare che rese possibile raccogliere informazioni, passate al comando di brigata, relative a tutte le località presidiate dai tedeschi, con tanto di effettivi e mezzi a disposizione. Questo lavoro permise poi, all’atto dell’insurrezione, di disporre le forze in campo nel miglior modo>.
I vigili trovavano il modo di sottrarre carte d’identità da dare ai partigiani (ai comandi ne furono consegnate più di 500) oltre a documenti vari, lasciapassare, timbri falsi sia del Comando germanico della Casa dello Studente che della Kriegsmarine, compresi i timbri a secco che venivano utilizzati per i tesserini di riconoscimento o “personalausweis” uniche carte di identità personale riconosciute dai tedeschi nel corso dei rastrellamenti. Fondamentale fu la figura dell’impiegato comunale Francesco Piombo  che, lavorando all’anagrafe, aveva facile accesso a tutto quanto servisse. Fu scoperto e inviato nel campo di sterminio di Flossemburg dove moriì il 18 gennaio 1945.
Altre attività della brigata Vanni erano quella di fornire assistenza ai partigiani e alle staffette di passaggio in città, inoltre, forniva tagliandi e tessere annonarie del Comune. <In via del Seminario – prosegue Bazzurro – era stato istituito un vero e proprio servizio di sussistenza dove venivano anche consegnate razioni alimentari ai partigiani di passaggio che i Vigili Urbani della Vanni ritiravano da un esercizio di tale Pietro Ferrando che si trovava in via Colombo al 47 rosso>. Bisognava rifornire le brigate di montagna che a seguito dei rastrellamenti e anche per il continuo ingrossarsi delle file avevano penuria di carta, candele, indumenti, macchine da scrivere, utensili da cucina. Non andò sempre bene: <Il vigile Giovanni Ginocchio racconta di aver effettuato sei viaggi nella zona Cichero-Aveto, sede dell’omonima brigata. Durante due di tali viaggi, il 9 gennaio 1945, mentre percorreva una strada vicinale nei pressi di Carasco, venne fermato da una pattuglia di alpini, che lo condussero nelle carceri di Chiavari; essendo però riuscito a liberarsi del carico appena aveva avvistato gli alpini in avvicinamento, dopo l’interrogatorio venne rilasciato. Nel marzo successivo, al passo della Ventarola, una pattuglia tedesca gli intimò l’alt. Anche questa volta riuscì a fuggire, ma il carico era nuovamente perduto. Ad altri non andò ancora peggio: il vigile Daniele Cappanera, partigiano della Vanni e staffetta di montagna, venne arrestato dalle S.S. il 14 gennaio 1945 mentre organizzava un trasporto in aiuto ai partigiani e deportato presso il campo di sterminio di Dachau dove morì il 13 aprile>.
La brigata Vanni, costituta all’80% da vigili, aveva raggiunto i 150 elementi e continuava a crescere. Nei giorni prima dell’insurrezione entrarono a farme parte moltissimi privati cittadini.
I tedeschi cercarono di usare i cantunè creando una milizia cittadina, ma loro rifiutarono per questo gli invasori cominciarono a diffidarne e tentarono più volte e senza mai riuscirci di sciogliere il Corpo perché la città aveva bisogno di loro ed erano amatissimi. Con la deportazione dei carabinieri della piazza di Genova, il ruolo dei vigili si fece sempre più pesante. Le divise comunali aiutavano le persone la cui casa era stata bombardata e tentavano di dar da mangiare a chi non ne aveva. Molti di loro morirono sotto i bombardamenti, tentando di aiutare la gente terrorizzata.
Nei giorni dell’insurrezione, il ruolo dei cantunè fu, tra l’altro, quello di vivandieri. Organizzarono autocolonne e sfidarono la sorte avventurandosi in terreno alleato, cove ogni cosa si muovesse veniva bombardata.
Durante l’insurrezione badarono bene a non far scappare i gerarchi e chi a loro era legato.
<La battaglia vera e propria stava per cominciare a De Ferrari – racconta ancora l’autore del libro -. I tedeschi, nel tentativo di spostarsi dalla zona orientale della città, si erano trovati con mezzi blindati e cannoni all’altezza della piazza quando erano stati affrontati dagli insorti. Dopo alcune ore di battaglia, i tedeschi avevano perso tutti i veicoli ed i cannoni, ed erano stati costretti a rifugiarsi nell’hotel Bristol, già in precedenza fortificato dagli occupanti, e si erano asserragliati nei locali antistanti dei cinema universale e moderno, da dove controllavano la via e l’area della piazza. Il loro fuoco incrociato impediva ogni azione e, avendo a disposizione diverse mitragliatrici, tenevano la posizione con poca fatica. I tedeschi avevano combattuto con determinazione per tutta la mattina, e ad una prima proposta di resa fatta da un parlamentare, risposero a fucilate, ferendolo gravemente. Verso le 14, cominciando a scarseggiare le munizioni, i patrioti cominciavano ad arretrare in vista di un contrattacco tedesco. L’azione che decise lo scontro fu portata a termine da una squadra della Vanni composta dai vigili Ginocchio, Gandolfo, Fusco, Bonacini, Capurro 2,° Cavassa, Munari, Barbero e Petrolini, guidati da Giovanni Olivari, giunta sul posto in rinforzo. Dopo un breve consiglio venne deciso di tentare l’aggiramento. superata la via Bartolomeo Bosco e discesa la scalinata di S.Stefano vennero a trovarsi dentro lo schieramento nemico che, preso dal fuoco di infilata, senza la possibilità di arretrare verso De Ferrari, ancora in mano agli insorti, alle 16 dovette arrendersi. Trentanove soldati furono catturati e cinque inviati a S.Martino con un’ambulanza della Croce Rossa.
Ecco il racconto che Bazzurro lo ha raccolto dalla viva voce dei protagonisti che qualche anni fa erano ancora numerosi: <Dopo alcune ore di combattimenti, benchè fossero riusciti con il semplice metodo delle bottiglie molotov a distruggere diversi mezzi corazzati – spiega -, i sapisti avevano perso ben settanta uomini e non erano più in grado di sostenere l’attacco tedesco; mentre gli insorti iniziavano a indietreggiare dalla sezione Maddalena, comando della brigata, partirono altri uomini, rinforzati dai distaccamenti di vigili urbani, fatti risalire in fretta dalla zona del porto, che trasportavano con loro armi, rifornimenti di munizioni ed un autocarro con mitragliera da 20mm, ristabilendo l’equilibrio nella lotta. I tedeschi combattevano dalle prime ore dell’alba e l’improvviso aggravarsi della situazione fece perdere loro le speranze di riuscire a superare il blocco dei patrioti. La resa con la garanzia di avere salva la vita rimase l’unica soluzione. Nella mattina del 25 una squadra della Vanni, al comando del vigile Edilio Barbero, fu impiegata anche nei duri combattimenti a ponte dei Mille contro i tedeschi ed i marò della X Mas, nel tentativo di aprire una via verso il ponente cittadino. Oltre ai fascisti a Ponte dei Mille anche i tedeschi resistevano in piazza Principe, e nell’osservatorio di marina al passo X dicembre, creando un asse che troncava in due la città e preoccupava non poco il comando della Brigata. Esisteva infatti una priorità, oltre quella di ristabilire i contatti col ponente; la città mancava di pane ormai da quasi 48 ore. Si sapeva che nei magazzini ferroviari a Sampierdarena era disponibile una sufficiente quantità di farina, ma la determinazione dei nazifascisti di resistere nell’area portuale impediva la traversata.  Un primo tentativo venne compiuto nella mattina del 25; l’incaricato del C.L.N. Gelati insieme alla scorta composta dai  vigili della Vanni, Giovanni Ginocchio e Luigi Podestà, riuscì ad attraversare piazza Acquaverde, dove il drappello fu fatti segno di raffiche di mitragliatrice, raggiungendo i sapisti del C.L.N. ferroviario che combattevano dall’interno della stazione senza però avere il controllo della piazza, che i tedeschi tenevano sotto tiro dall’hotel Columbia. Nella notte tra il 25 ed il 26 il gruppo che era penetrato all’interno della stazione Principe decise di tentare il passaggio verso Sampierdarena a bordo di un vecchio locomotore, dove furono caricate alcune tonnellate di farina che la mattina del 26 raggiunsero Terralba e i forni di Genova. Il giorno 26, mentre la maggior parte dei presidi tedeschi si arrendevano, venne lanciato l’ultimo attacco al porto, e con esso caddero pure gli ultimi focolai di resistenza. la Darsena, proprietà comunale, venne presidiata dai vigili urbani. L’ultima azione militare della brigata Vanni fu compiuta la sera del 26, contro gli irriducibili dell’osservatorio marina; una squadra, comandata dal vigile Edilio Barbero, prese d’assalto l’osservatorio con mitra e bombe a mano; dopo un’ora di combattimenti 76 militari, tedeschi e fascisti, si arrendono. Dopo questa azione più nessuno sparò in città. La guerra era finita>.
Nell’immediato dopoguerra i cantunè rimasero le uniche “divise” accettate dalla gente. Non ne esistevano altre forze di polizia. <I giorni della liberazione trovarono i vigili unici tutori dell’ordine pubblico, si estesero quindi le mansioni del corpo: autorizzazioni alla rimozione di cadaveri, repressione di qualsiasi attività delittuosa, scorta delle colonne dei prigionieri di guerra, tutto era in mano ai vigili – conclude l’autore del libro -. Si avvalse partivolarmente dell’opera dei vigili il comando alleato per la propria attività, riconoscendoli come unica forza organizzata sul territorio, ad essi venivano affidati compiti di raccolta informazioni su elementi del passato regime, attività di pubblica sicurezza, raccolta e custodia delle armi utilizzate nei giorni dell’insurrezione>.

Alla luce di tutto questo,  facile comprendere quanto sia stato fondamentale l’impegno dei vigili per la liberazione della città. Senza di loro, probabilmente, le cose non sarebbero andate come sono andate. È per questo che il Corpo ha ricevuto la medaglia d’argento al valor civile.

medaglia d'argento vigili urbani

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